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Non avrai altro dio – di Gianni Perrelli

di Giuliana Altamura - 26/05/2009
perrelli

Un medico americano, in missione a Baghdad al servizio degli iracheni, è rapito da un gruppo di estremisti perché accusato ingiustamente di essere una spia. La sua terribile esperienza di segregazione è scandita narrativamente dal trascorrere dei giorni: la cronaca degli avvenimenti, carica di tensione, si abbandona a intervalli alla memoria, strumento di comprensione, compensazione, resa dei conti, ma anche ragione invisibile di un’impossibile evasione da se stessi. La prigionia del corpo si fa metafora della condizione di un uomo prigioniero del proprio passato e di un’umanità prigioniera della propria storia.

John Murray è un agnostico al centro di un conflitto di civiltà: i neocon americani da una parte, i fondamentalisti islamici dall’altra. «Vittima sacrificale sull’altare di cause che le sono totalmente indifferenti», si trova in Iraq per liberarsi di un senso di colpa personale. Judith, la sua fidanzata di famiglia ebrea, è morta nel crollo delle Torri gemelle pochi giorni prima del matrimonio. John ha assistito in diretta telefonica alla sua fine, paralizzato all’apice della propria impotenza. Incapace di rimettere in piedi i cocci della sua vecchia esistenza da ricco newyorkese, decide di scontare la propria colpa trasferendosi nel cuore aperto di un conflitto che non condivide, per salvare la vita di sconosciuti che – sebbene dello schieramento opposto – sono vittime della stessa insensatezza che gli ha portato via l’amore. La sua volontà di riscatto non deriva solamente dal terribile fantasma della morte di Judith, ma sembra farsi carico della necessità profonda di una civiltà intera di liberarsi degli orrori che si continuano a perpetuare. Baghdad è quasi un inferno dantesco in cui l’anima di Murray si condanna alla legge del contrappasso, privato delle agiatezze, della progettualità, della libertà. «Viviamo in un tempo sospeso. […] Non sappiamo mai se per noi arriverà la sera».

John vive i primi giorni di prigionia con una sorta di incoscienza che assume i toni della quiete e dell’apatia, come se una parte di lui avesse da tempo rinunciato alla vita. La durezza crescente degli interrogatori e delle condizioni di detenzione, gli spostamenti da un rifugio a un altro, gli incontri con diversi compagni di cella ridotti alla condizione di larve umane – tutto questo contribuisce all’accrescimento costante della paura: la morte non è più soltanto un’idea e John scopre fino a che punto un uomo possa essere attaccato alla vita, nonostante non abbia più nulla da perdere.

Mentre l’intreccio si complica indagando le relazioni che Murray aveva stretto con personalità rilevanti del mondo islamico e occidentale nel periodo della sua residenza a Baghdad, il racconto si carica di suspance assumendo i toni della spy-story, senza tuttavia mai perdere di vista l’acutezza descrittiva, lo spessore delle riflessioni e la capacità d’approfondimento di cui solo la penna di un giornalista d’eccezione può essere capace. Gianni Perrelli – per tanto tempo caporedattore e corrispondente dagli Stati Uniti dell’«Europeo» e «dell’Espresso», per cui cura tuttora reportage dall’estero – ha visto coi propri occhi lo strazio delle terre mesopotamiche, immagine di un mondo confuso e dilaniato per il quale non c’è da sperare in un’imminente redenzione. Addentrandosi di pari passo nelle problematiche politiche e nelle implicazioni psicologiche, Perrelli ci regala qualcosa che è più di un romanzo e allo stesso tempo più di un reportage: la storia tragica di un uomo nella grande tragedia della storia.

Autore: Gianni Perrelli
Editore: Baldini Castoldi Dalai
Prezzo: 16 €

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