Di scena al Piccolo Eliseo “Chie-Chan e io” – Banana Yoshimoto e l’effetto balsamo dell’anticonformismo
di Virginia Di Marco - 28/05/2009
Un proclama quasi sindacale, una rivendicazione di categoria: ecco il finale che non t’aspetti e che ha colto di sorpresa la platea alla prima romana di “Chie-Chan e io”, adattamento teatrale dell’omonimo libro firmato da Banana Yoshimoto, al Piccolo Eliseo di Roma dal 19 e sino al 31 maggio.
Qualcuno aveva la mano sulla borsa, i palmi ancora un po’ brucianti per il lungo (e meritato) applauso tributato agli attori – cinque, molto convincenti – , qualcun altro stava già chiedendo «permesso» al vicino di posto per guadagnare l’uscita. E invece: «Un momento solo – ha scandito una delle attrici, con la voce impostata di chi studia recitazione da anni – vi leggo una dichiarazione firmata da tutti quelli che hanno lavorato alla messa in scena di “Chie-Chan e io”. L’attuale governo ha ridotto il bilancio 2009 del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) di circa 100 milioni di euro rispetto all’anno scorso. Per questo, molte piccole compagnie cesseranno di esistere».
Non solo, «si sperimenterà molto poco, e i teatri già stanno adeguando la loro programmazione, mettendo in cartellone per lo più monologhi o spettacoli che prevedono pochissimi attori. Un Paese che taglia sulla cultura non risparmia, al contrario: diventa più povero. Ecco perché chiediamo a chi come voi frequenta e ama il teatro di fare sentire la propria voce, di protestare».
Un piccolo discorso battagliero, durato appena una manciata di minuti, che però ha provocato una standing ovation, o quasi. Improvvisamente i palmi hanno smesso di bruciare, gli applausi sono ripresi, forsennati: il pubblico ha gradito, e non poco, il pacchetto completo “spettacolo + proclama”.
In poche parole, “Chie-Chan e io” è stato un successo su tutti i fronti. Ma andiamo con ordine.
Commissionato dal “Napoli Teatro Festival Italia 2008”, “Chie-Chan e io” è stato scritto da Giorgio Amitrano – fedelissimo traduttore della scrittrice giapponese – e diretto da Carmelo Rifici. Dopo il debutto nel maggio 2008 al Teatro San Ferdinando, quest’anno lo spettacolo è tornato sul palcoscenico, prima a Napoli, dal 4 al 17 maggio, e ora a Roma, dove ha conquistato la platea grazie a un mix di ingredienti di ottima qualità. Attori, luci, dialoghi, musiche, scenografia: tutti gli ingranaggi girano ben oliati, strappando risate e commuovendo al tempo stesso. E questo malgrado la storia possa sembrare, al primo impatto, poco appetibile.
La protagonista, Kaori, 42 anni, vive con una cugina appena più giovane, Chie-Chian, che quasi non parla e passa tutto il giorno in casa a curare le sue ipomee. Piantine che fioriscono all’alba, per alcune ore appena, e dopo un paio di giorni muoiono. Come se non bastasse, la storia inizia con un incidente d’auto (Chie-Chan viene investita e ricoverata) e la conseguente riflessione sulla caducità dell’esistenza. Ma le cose non sono mai quello che sembrano, come sanno bene i lettori più affezionati della Yoshimoto. E questa pièce non fa eccezione. Perché nonostante parli di solitudine e morte, della famiglia come invenzione – temi ricorrenti nella produzione dell’autrice – le sensazioni che suscita nello spettatore sono tutt’altro che malinconiche. Anzi: dopo un’ora e mezzo di rappresentazione, il signor Rossi esce dal teatro col sorriso sulle labbra e uno strano senso di consolazione appiccicato addosso. Perché ha colto il senso profondo, la filosofia che sta alla base della vita come la intendono i personaggi di “Chie-Chan e io”: il rapporto tra le due cugine smette di apparirgli una roba da zitelle un po’ balzane. Al contrario, questa relazione, così lontana dagli schemi classici, ha il potere di colmare il loro bisogno di amore e accettazione in maniera più appagante di quanto non potrebbe farlo un uomo, o una famiglia convenzionale. In altre parole, “Chie-Chan e io” è una sorta di “tana libera tutti”: ognuno può cucirsi su misura la propria esistenza, arredare come preferisce il proprio spazio di felicità. In barba a regole scritte da qualcun altro.