Simple Minds – Graffiti Soul
di Stefano Aicardi - 29/05/2009
Delusione: un disco conservatore (con una serie di cover di standard blues come bonus, sotto l’eloquente titolo “In search of the lost boys”), faticoso, in controtendenza rispetto alle buone premesse che venivano dagli ultimi album. Ma occorre fare un discorso più ampio per spiegare perché.
Più dotato a livello melodico, ma meno furbo di Bono, Jim Kerr nel corso degli anni ha faticato molto a capitalizzare quanto di buono aveva raccolto agli inizi della carriera. La famigerata svolta “da stadio” di metà anni ’80 fu una specie di percorso opposto rispetto agli U2: se Bono si era mosso con astuzia dal populismo degli inizi verso un approccio un po’ più sofisticato, i Simple Minds, europei fino al midollo, finirono per guardare all’America senza capirci granchè. Una perdita pesantissima di identità considerata da molti un suicidio creativo, giustificato dall’impossibilità di ripetere un disco esemplare e innovativo (nell’ambito dell’elettronica applicata al rock) come “New Gold Dream” del 1982. Invece di chiudere bottega, Kerr e compagni presero una strada piuttosto ovvia, condizionata da produttori come Trevor Horn, che a loro volta erano in un certo senso vittime dello stesso dubbio: cosa si può fare dopo che l’elettronica è stata esplorata in ogni sua sfumatura? Si fa del rock.
E’ anche da notare che gli anni ’90 hanno portato una sensibile riduzione delle differenze tra rock ed elettronica, differenze che forse permettevano di produrre dischi dal suono molto più definito e in un certo senso “sperimentale” (dentro il relativo genere di appartenenza) rispetto al piattume dei vari crossover analogici e digitali. E i Simple Minds sono stati anche vittime di questa ulteriore evoluzione ( sarebbe forse meglio dire questo stallo) del “suono” contemporaneo, una volta accortisi che il rock da stadio non funzionava più. Se gli U2 hanno sfruttato l’ibrido elettro-rock per produzioni assolutamente standard e solo di recente hanno fatto qualche passo avanti, Kerr e i sodali storici Burchill e Gaynor hanno cercato nei dischi più recenti come “Cry” e “Black & White 050505” di non annullare le peculiarità del rock e delle tastiere in una “pappa” produttiva uniforme che invece caratterizza il nuovo disco.
“Cry” era un’escursione in territori techno che si distingueva per piacevolezza rispetto alla soffocante moda electroclash di inizio decennio; “050505”, sostenuto da notevoli idee melodiche, riprendeva i toni roboanti del famigerato “Sparkle in the rain” (1984) ma con un larghissimo spazio per tastiere ed effetti atmosferici.
“Graffiti” è invece un ennesimo passo indietro, come se al gruppo, nei momenti decisivi, mancasse ancora una volta la continuità, la solidità dopo la zampata. I brani sono piuttosto omogenei in termini di scrittura e produzione, guidati dai riff di Burchill più che da una sezione ritmica insolitamente sciatta e incolore. L’iniziale “Moscow underground” richiama alla mente l’abilità del primo Burchill nell’uso delle distorsioni, e ha qualche timida apertura di synth che però non riesce a svilupparsi davvero. Echi dei migliori Simple Minds si ritrovano soprattutto in “Blood type O” e in “Kiss and fly”, una specie di bignami del tipico pezzo alla Simple Minds (uso abbondante di cori, basso funk, lunghi break dominati dalla batteria) che per certi aspetti ricorda addirittura Sting. Tutto però è frenato da una produzione pigrissima che non riesce a dare originalità alla costruzione dei pezzi: “Light travels” è un banale crescendo troppo ingolfato di suoni nel mix, il singolo “Rockets”, “Stars will lead the way” e “This is it” scorrono senza sorprese, un riff dopo l’altro.
Colpisce poi il brutto lavoro sulla voce di Kerr, che certamente non ha più la potenza flessuosa di vent’anni fa ma anche rispetto alle prove recenti fornisce una prestazione vocale stranamente svogliata, al limite del “buona la prima”.
In sostanza, ai Simple Minds è sempre mancata la continuità, l’attitudine “scolasticamente” rigorosa ad applicarsi fino in fondo. “Graffiti soul” rientra tra le pagine peggiori della storia recente del quartetto, proprio perché tocca quello che è da sempre il punto decisivo dei propri lavori, nel bene e nel male, vale a dire la produzione in studio, un’idea “flessibile” di suono che qui manca del tutto.