Lucio Battisti – Hegel
di Stefano Aicardi - 26/06/2009
Nei giorni in cui hanno inizio gli esami di maturità, mi è venuto in un certo senso spontaneo (per usare da subito un’espressione hegeliana…) scrivere qualcosa su “Hegel”, ultimo atto della “famigerata” collaborazione tra Lucio Battisti e Pasquale Panella, ultimo disco inciso in vita da Battisti e soprattutto spericolato semi-concept a cavallo tra reminescenze liceali e cultura rave da anni ’90.
“Hegel”, disco che all’epoca scandalizzò la stampa “specializzata” (le virgolette sono volute: ricordo recensioni negative su “C.S.A.R.” del ’92 lette su riviste di automobili!) come non accadeva dai tempi di “Don Giovanni” (1986), primo album della famosa “serie bianca”. I seguenti “L’apparenza”, “La sposa occidentale” e il citato “C.S.A.R.”, tutti pubblicati a scadenza biennale con otto pezzi otto, grafica a dir poco scarna e ovviamente nessuna promozione da parte di Battisti, erano stati accolti sempre con riserve, ma via via più sfumate, come fece notare lo stesso Panella per spiegare perché “Hegel” sarebbe stato l’ultimo disco scritto dalla coppia. Una specie di “normalizzazione” come strategia per sbarazzarsi di un materiale sonoro che all’epoca aveva ben pochi uguali in Italia e che ancora è oggi accettato o rifiutato in toto più che veramente discusso.
C’è anche da dire che fin dai tempi di Mogol, Battisti aveva sempre alternato in modo regolare la realizzazione di un disco più accessibile con altre opere assai più sperimentali. Nel caso però di dischi musicalmente arditissimi come “Anima Latina” (1974), l’ambizione sonora era zavorrata dai goffi tentativi di Mogol di rivestire di “ermetismo” la sua piatta poetica del quotidiano. Con Pasquale Panella il processo si fa quantomeno più coerente, anche se non cambiano le coordinate di fondo. Al filone dei dischi bianchi relativamente più pop appartengono “Don Giovanni”, “L
a sposa” e appunto “Hegel”, mentre “L’apparenza” e “CSAR” sono lavori assai ostici sia per l’assoluta compattezza della produzione (su base di piano e orchestra per il primo disco, legato a certa techno di fine anni ’80 nel caso di “CSAR”) sia per un Panella che non concede nessun appiglio all’ascoltatore e costringe Battisti a inventarsi incredibili accelerazioni linguistiche e vocali nel rifiuto totale della metrica. (Non a caso “CSAR” è l’unico album in cui Battisti tenta un approccio molto sui generis al rap).
Col senno di poi, quindi, “CSAR” appare come un disco anche più difficile di “Hegel”, di una classicità più esplicita perché meno vario nelle atmosfere. “Hegel” rinuncia parzialmente alla compostezza gelida dei dischi precedenti. Ma soprattutto, i richiami al Battisti più famoso non sono neanche tanto tra le righe: o meglio, se in precedenza era soprattutto Panella a prendersi gioco dell’”icona” (si potrebbero fare infiniti esempi, ma potremmo sintetizzare in termini panelliani spiegando che fin da “Don Giovanni”, l’amore è non solo negato, ma addirittura “annegato”), in “Hegel” Battisti si rilassa leggermente e concede qualche spiraglio in più al suo passato remoto.
L’album viene pubblicato il 29 Settembre del ’94, col seguente codazzo di celebrazioni insensate; curati dallo stesso Panella, escono due video promozionali per “Hegel” e “La bellezza riunita”, il secondo dei quali programmato abbastanza di frequente da MTV. Lo stesso brano di apertura, “Almeno l’inizio”, non è che una rielaborazione della vecchia “Sì viaggiare” in una versione luminosamente house. A emergere per qualità è comunque il lavoro sui lenti e sui mid-tempo: “La moda nel respiro” è una sequenza di quattro melodie, tra il discorsivo e momenti di grande dolcezza, tenute insieme da un ritmo in bassa battuta e da un inciso incantevole nell’alternanza tra i due registri della voce battistiana; “La bellezza riunita”, fin dal titolo brano di una classicità assoluta, non nel senso della canzone tradizionale ma dell’atmosfera composta e geometrica che si respira, come se i pad ritmici piuttosto rigidi facessero passare la leggerezza delle programmazioni di synth come l’aria in un severo colonnato liceale…
Classicità, respiro e bellezza sono i temi di un Panella che si cala nei ricordi liceali, materia per materia, mettendo insieme l’”abbecedario” del passato da studenti. Il dubbio su “chi di noi il governato e chi il governatore…”, ma anche l’oggetto di studio che si fonde con la realtà molto fisica di chi è coinvolto nel gioco “nell’altra stanza”, con la moda che “cambia(va) nel respiro”. Insomma l’amore dichiarato e ricordato, che però, essendo amore dadaista e a suo modo rigoroso, non impedisce di continuare
a studiare, e di arrivare in modo imperscrutabile alla Storia con la maiuscola, l’esame o il catino godardiano dell’età adulta, della maturità intellettuale in cui è finalmente possibile mettere dentro qualsiasi cosa (“Nella testa di Seneca si sente il motorino di un frullatore” è il verso chiave tra le folli allitterazioni e la strana house in controtempo di “Tubinga”). In modo impercettibile insomma si è passati dalla contemplazione iniziale di sé, all’innamoramento, fino allo stordimento del rapporto fisico e ad una guerra metaforica e reale, (il divorzio?) e si è data l’idea testuale e sonora di una compresenza assoluta, ordinata e casuale, tra presente e passato. Il punto di arrivo, quindi, non è tanto la “delicata e leggera confusione” che in “Tubinga” mette insieme gli egizi, il “disco del discobolo cromato” e “le cose” da mettere “al posto di cose, e dopo le stesse le cose, se le medesime vanno esaurendo”.
E’ invece la tensione palpabile che si respira in “Stanze come questa” e “La voce del viso”, approdi definitivi a una techno assolutamente d’avanguardia per l’epoca: i falsetti utilizzati da Battisti, qui, rendono ancora più indecifrabili due tra i testi più oscuri mai scritti da Panella, prossimi all’oracolo eppure di sostanza, di peso non solo retrospettivo in quanto sembrano esprimere. “Sul viso la sintassi non ha imperio/non ha nessun comando”: è la contemplazione del bello altrui che deve prendere il posto della parola, della poesia, della canzone, o è un’ennesima descrizione panelliana del narcisismo a cui segue un silenzio misteriosamente soddisfatto? La risposta prima all’autore, poi all’ascoltatore, nella “stanza a(c)canto”.