Se vieni in Europa e cerchi l’ “America”. La Compagnia dei Rifugiati dell’ITC Teatro, San Lazzaro di Savena
di Valentina Fulginiti - 29/06/2009
È ancora piena, la sala dell’ITC Teatro di San Lazzaro, malgrado il caldo e l’estate inoltrata. È il 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, quest’anno dedicata al tema “Rifugiati, non solo numeri – real people, real needs”. Una precisazione importante, in un clima che alterna un paternalismo di maniera – oggi tacciato di «buonismo», forse il più orrendo neologismo della lingua italiana – alla più bieca indifferenza.
Sono 47mila i rifugiati in Italia, in costante aumento nel corso degli anni Novanta: solo nel 2008 sono state presentate 31mila domande di asilo. Arrivano via mare, clandestinamente, e c’è chi per questo vorrebbe punirli, come se in una nazione devastata dalla guerra e dalla dittatura fosse possibile presentarsi diligentemente all’Ufficio Passaporti e presentare domanda di espatrio. Passano a piedi il deserto e si arenano in Libia, dove sono cose e non persone: venduti per 30 dinari (l’equivalente di venti euro), internati in veri e propri lager, ridotti in schiavitù. Poi la traversata, spesso inutile, e il respingimento automatico. Il governo italiano ignora la legislazione in materia e sbeffeggia le istituzioni internazionali («L’Alto Commissariato dell’ Onu per i rifugiati conta come il due di picche, cioè un vero e proprio fico secco», ha dichiarato un mese fa il ministro della difesa La Russa, in piena emergenza). Si invoca una pretesa parità di trattamento con le altre nazioni europee («gli altri espellono ma nessuno si scandalizza»), ignorando semplici dati. Il fatto che in Italia i rifugiati sono pochi, ad esempio, molto di meno rispetto al resto d’Europa: basta pensare ai 580mila rifugiati della Germania o ai 290mila del Regno Unito. Ancora meno rispetto alla popolazione complessiva: in Danimarca, Paesi Bassi e Svezia i rifugiati sono tra i 4,2 e gli 8,8 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, nel Regno Unito quasi 5, mentre in Italia appena 0,7, in pratica 1 ogni 1.500 abitanti. (Fonte ufficiale: UNHCR). Il che non stupisce: per molti rifugiati l’Italia è solo una terra da attraversare, per andare in altri paesi dove preesistono reti f
amiliari e di enclave, o dove le possibilità occupazionali sono migliori. Nel frattempo, continuano a trovare alimento le voci spietate di chi sbrigativamente dice «Buttateli a mare», forse ignaro della strage silenziosa di naufragi che già punteggia i nostri mari blu (14mila vittime, secondo le stime di Fortress Europe), e sicuramente inconsapevole di cosa sia la realtà della dittatura: tortura, stupro e assassinio quotidiani.
A questa realtà, che il nostro frettoloso egoismo cancella, da anni l’ITC Teatro di San Lazzaro dedica un lavoro specifico, con la Compagnia dei Rifugiati. Come ci spiega il regista Pietro Floridia, incontrato alla fine dello spettacolo di quest’anno, si tratta di una collaborazione ormai pluriennale, attiva dal 2004. Il laboratorio coinvolge gli ospiti della struttura di via Quarto di Sopra (Caritas), inseriti nel progetto SPRAR della città di Bologna, e si rivolge a gruppi di nuovi arrivati. Il teatro appartiene a una filosofia che supera l’emergenziale e si rivolge alla persona, vista nella sua relazione con gli altri e nella sua completezza, che è fatta non solo di “bisogni” ma anche di ricchezze. Che è anche ciò che il rifugiato può portare al suo nuovo paese, in termini di capacità, espressività artistica, sguardi da un altro mondo. Non solo il corso che serve per lavorare o il corso di italiano o di alfabetizzazione (che restano indispensabili, sia chiaro), ma anche il momento dell’incontro tra le persone vere, senza mediazioni – come sottolinea sempre il regista – e attraverso la scena.
Mohammad, Ramin, Kakesh, Mesem, Javice, George, Asif, Arben, Pardip, Victorine, Sanam e Maureen hanno raccontato una storia simile alla propria, ma scritta molti decenni fa da Elia Kazan. Ambientato nell’Armenia del genocidio, “AMERICA AMERICA” racconta l’impossibile felicità di due ragazzi, amici fraterni, entrambi dell’etnia sbagliata per il dominio turco (uno greco l’altro armeno), spezzata dall’assassinio di uno dei due, e continuata dalle speranze dell’altro, che cercherà miglior fortuna altrove. I ragazzi, quasi in un coro, rivivono le azioni e le sensazioni del viaggio, che è insieme tutti i viaggi: la meraviglia di fronte alla città che si trasforma presto nello sgomento di chi si trova derubato, l’umiliazione e la paura di fronte a un posto di blocco, la partenza tra le aspettative della famiglia e il dolore del distacco, la violenza di Stato che trasforma in nemici gli amici di una vita, i vicini di casa, i compagni di scuola. E dall’Afghanistan,
dall’Iran, dal Camerun, dal Kosovo, dall’India, dalla Nigeria, dal Congo, tutti guardano a noi della platea come all’America: lo spavento e il sogno allargano gli occhi, in quello sguardo che precede lo sbarco e la Nuova Vita.
Parlano poco, questi attori – di fatto il laboratorio si rivolge ai nuovi arrivati, che spesso non padroneggiano la lingua Italiana, mentre per gli anni successivi l’ITC offre la possibilità di continuare l’esperienza in altre compagnie – e soprattutto comunicano con il corpo, la presenza e le loro azioni fisiche. Ma non c’è alcun voyeurismo: solo la capacità di comunicare un’esperienza estrema e profondamente umana, attraverso le capacità espressive sviluppate in un percorso di mesi. La metamorfosi agita dal teatro.
America, America, presentato in un’anteprima ridotta per la Giornata Mondiale dei Rifugiati, con la regia di Pietro Floridia, assistito da Alicia Borkowska, Alice Fatone e Alice Marzocchi, andrà in scena nella sua veste finale il 17 luglio, presso il Chiostro del S.Martino, nell’ambito della rassegna LA SCENA DELL’INCONTRO (chiostro di san martino, via Oberdan 25, Bologna inizio spettacoli ore 21.30).
La scena dell’Incontro - INFO:
http://www.teatrosanmartino.it
http://www.itcteatro.it/
Per saperne di più: