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Abba – The visitors

di Stefano Aicardi - 06/07/2009
cd-the-visitors-1981

C’è una strana “aura” un po’ in positivo e un po’ in negativo che circonda il “famigerato” supergruppo svedese. Molto più che nel caso dei Beatles, la qualità pop, la relativa semplicità della scrittura, l’oscillazione tra il kitsch, il posticcio e la modernità, producono un approccio cauto, il che non è un male ma porta spesso a chiedersi perché il “pop” allo stato puro (comune a tanti gruppi) sia giudicato diversamente a seconda della band che lo produce.

La “questione Beatles-Abba” è in fondo simile ma va in due direzioni opposte: due gruppi largamente sostenuti (alcuni direbbero pompati) dai media fino a diffondere nell’immaginario culturale l’idea di band anche innovative, influenti, con la differenza che i detrattori dei Beatles sono in minoranza e quelli degli Abba in apparente, larga maggioranza. Forse basterebbe mettere da parte l’idea che nel pop ci siano giganti “intoccabili” che hanno influenzato tutto. I Beatles, gli Abba, i Pink Floyd, lo stesso Michael Jackson, hanno semmai il problema di una dipendenza non si sa quanto voluta e quanto forzata da quell’apparato mediatico che ne fa icone del nostro tempo. In particolare, nel caso degli Abba, c’è un aspetto interessante. Il gruppo era composto, come tutti sanno, da due coppie sposate (Bjorn Ulvaeus con Agnetha Faltskog e Benny Andersson con Frida Lyngstad). Alla fine degli anni ’70 entrambe le coppie sono divorziate, e l’aspetto non sempre sottolineato nel modo giusto è appunto questo: il tono delle composizioni del gruppo si fa via via più serioso e talvolta prossimo a toni teatrali e melodrammatici. Nei testi si parla esplicitamente di abbandono, di divorzio, di solitudine, e la stessAbba_01a immagine del quartetto assume toni un po’ patetici, come se le tensioni interne fossero un “docu-drama” sonoro in anticipo sui tempi che passa attraverso le espressioni via via più corrucciate delle due cantanti.

In questo senso nei dischi degli Abba di fine anni ’70 viene portato a un livello più avanzato quel discorso sulla storia delle band come una parabola esibita di fronte al mondo ma non priva di mistero. La leggenda delle “liti dietro le quinte” dei membri del gruppo è una specie di tormentone, ad esempio, che ritorna con frequenza incredibile nei commenti ai video delle apparizioni tv del gruppo inseriti su Youtube e trae spunto da ogni minimo cambiamento di espressione dei musicisti dietro la “facciata sorridente”.

Il caso degli Abba colpisce perché ad essi mancano le ambizioni esplicite dei Beatles, l’intento evidente di lasciare indietro le radici ruspanti per lanciarsi nell’empireo del rock intellettuale e sperimentale. Saldamente legati al pop, gli Abba creano pop allo stato puro, molto più dei Beatles, perché la coesistenza della banalità con la finezza improvvisa, della produzione sopraffina con la ruffianeria, è un insieme di possibilità espressive del tutto autosufficiente, come un sistema che si autoalimenta delle proprie ambiguità. In questo modo non solo si va oltre, ma si sfruttano le stesse tensioni tanto per “fare cassa” quanto per acquisire una maggiore autorevolezza.

“Super trouper” del 1980 e “The visitors” del 1981 sono in questo senso due dischi di grande interesse. Dalle patacche glam e sorridenti di “Ring ring” si è passati lentamente ad un quartetto ben vestito, a produzioni impeccabili e ad apparizioni video sempre più seriose. Musicalmente, è soprattutto Benny Andersson che ha modo di mostrarsi come un tastierista straordinario, per il contrasto tra la spaziosità ariosa dei synth e le voci perfette e nordicamente severe di Agnetha e Frida. Messo da parte l’eclettismo soft-rock dei primi album, è soprattutto “The visitors” a far pensare che gli Abba si siano sciolti proprio nel momento di una maturazione molto particolare.

Si è descritto spesso “The visitors” come un disco cupo e introspettivo, alAbba-SuperTroupermeno per gli standard degli Abba. La “maturità” che emerge dai solchi del disco, però, proviene dal fatto che l’album esplora diverse direzioni e dall’atmosfera d’insieme che si respira, un senso di fatica un po’ genuino e un po’ esibito. Alla prima tendenza appartengono i pezzi migliori dell’album. “Visitors/crackin’up” e “Soldiers” sono decisamente influenzate dagli Ultravox (in versione John Foxx) ma rinunciano alla distorsione completa della melodia, delle voci e del testo, creando un ibrido elettro-melodico sorprendente per chi si è fermato ai ritornelli del passato.

“Head over heels” e “Two for the price of one” si sbilancerebbero in direzione di un synth-pop più scherzoso, anche nei testi, se non fosse per parti vocali così severe da creare un’atmosfera che si potrebbe definire volutamente “arrancante”. Lo scherzo viene vanificato e muove invece in direzione del melodramma più ovvio in “When all is said and done”, altro capitolo della saga dello “sfascio degli Abba” raccontato senza grandi filtri comunicativi e con atmosfere più anni ’70 che ’80. Il singolo “One of us” mette insieme invece in modo esemplare le due tendenze, sovrapponendo all’ennesimo racconto di una crisi sentimentale l’abilità di Andersson a creare effetti di riverbero con le tastiere. Nell’insieme si sente la direzione che gli Abba avrebbero potuto prendere, come è poi avvenuto nel caso di Ulvaeus e Andersson che si sono dedicati al musical: un teatro-musical in cui la modernità dell’ elettronica poteva compensare in modo innovativo la tendenza al magniloquente e agli eccessi di “esplicito” nella scrittura.

abbaPoco dopo “The visitors”, nel 1982, gli Abba cercarono senza successo di registrare un nuovo album. Voci recentissime vorrebbero l’agenzia AEG, organizzatrice delle date che Michael Jackson avrebbe dovuto tenere a Londra, impegnatissima a cercare di convincere gli Abba a riformarsi per compensare il vuoto finanziario provocato dalla morte di Jackson. Nell’eventualità poco probabile di una reunion, è anche da ricordare che qualche anno fa i quattro hanno rifiutato qualcosa come un miliardo di dollari per tornare sulle scene, motivando il tutto col voler conservare un’immagine mediatica “giovane”, “leggendaria” del gruppo. Rimane l’immagine paradossale, insomma, di un gruppo che allo stesso tempo si espone totalmente alle masse e rimane poi elusivo, misterioso, se si cerca di sondarne la sostanza e di dare giudizi definitivi in un senso o nell’altro.

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