Jim Noir
di Stefano Aicardi - 22/07/2009
Le radici di Alan Roberts (e del suo nome d’arte, ispirato all’attore Vic Reeves, che a sua volta usava il “moniker” Jim Moir) stanno nell’atmosfera straniata, paradossale, della sua città, quella Manchester che per molti aspetti è stata persino più influente della stessa Londra nello sviluppo del pop e del rock contemporaneo. Se nello schema della musica anglosassone Londra è in un certo senso la città del pop allo stato puro, industriale, Manchester è un punto d’incontro dove i confini tra pop e rock sono caduti più volte dando vita ad ibridi musicali di ogni tipo, a volte fondamentali come l’acid house (nella versione melodica dei New Order), a volte più che altro dannosi (il Britpop che ancora oggi genera decine di band amorfe, senza un proprio suono). Per questo il percorso di Jim Noir spicca nel panorama ricco di richiami agli anni ’60 tipico della musica di oggi, perché la sua musica, apparentemente manieristica e del tutto anti-rock, coglie con una certa grazia certe qualità storiche del rock stesso-in particolare la fusione del gusto melodico con impianti ritmici “naif” eppure implacabili.
L’elettronica vintage che è alla base del disco finora più riuscito tra i due pubblicati da Noir (“Tower of love” del 2006 e “Jim Noir” del 2008) nasconde un sottile “spirito rock” proprio nel suo essere strutturata con un tale rigore da andare oltre la struttura canonica della canzone pop. Lanciato da un popolarissimo spot nell’estate 2006 (e da un meraviglioso video tutto virato “color estate” di Tim Pope, regista storico d
ei video dei Cure) il singolo “Eanie Meany” anticipava solo in parte le qualità e la finezza di “Tower of love”. La voce particolarissima di Noir, a metà tra il ragazzotto troppo cresciuto e una sapienza da “nerd evoluto”, ricorda molto un filone affascinante del pop inglese, quello dei poeti come John Betjeman o Ivor Cutler, che oltre ai loro libri pubblicarono tra gli anni ’50 e ’70 incisioni dei loro “readings” su basi sonore spesso naif e nostalgiche. La freschezza del ritmo, una chitarra acustica usata in modo poetico ma non banalmente sghembo, e un testo di una semplicità disorientante (“Se non mi ridai il mio pallone te la vedrai col mio papà..”) producono un quadretto stagionale che potrebbe applicarsi all’estate come a un sabato d’inverno.
Il tempo nel senso della meteorologia (un’altra ossessione dell’anglosassone perfetto) e non della nostalgia del passato è il filo conduttore che tiene insieme il disco. Noir riesce a produrre una sensazione di appartenenza a un eterno presente tipicamente inglese, diverso sia dalla descrizione rassicurante della vita quotidiana che dalla sfera del ricordo. E’ una specie di immagine astratta che però all’ascolto diventa improvvisamente chiara, qualcosa che va oltre la sfera del distacco ironico per sfiorare un senso personalissimo della durata nel tempo, dell’intangibilità, del giudizio lasciato in sospeso sulla vita. Le tastierine discendenti di “My patch” sono contrappuntate da effetti sonori che potrebbero appartenere a clown meccanici da spiaggia; “Computer song” è quasi un recitativo dove però appunto l’inciso accelera leggermente il tempo producendo una “sospensione” del giudizio ironico sulla tecnologia del song-making al pc presente nelle strofe (“Per favore, dimmelo chiaro e tondo, devo aspettare?” canta un Noir che aspetta i comodi del computer per poter “provare a scrivere u
na piccola canzoncina stupida”).
Coretti e armonie vocali sono usati spesso come “break” strumentali che portano il brano quasi in un’altra direzione rispetto alle strofe (è il caso dell’inciso vocale di “How to be so real” e “Turbulent weather”) senza per questo suonare come una rottura o come una dimostrazione di bravura. C’è semmai un’idea originale di quanto l’arrangiamento vocale possa produrre infinite linee melodiche: originale soprattutto perché riesce a non suonare come i Beach Boys (l’unica voce presente è quella di Noir), ma è anche diversa dallo stile di un artista pure vocalmente molto simile a Noir come Robert Wyatt. Se per Wyatt contava anche nel brano più pop la singola fluttuazione vocale, come in una successione di elementi che procede per una forza misteriosa d’insieme, i vocalizzi di Noir suonano allo stesso tempo eterei e caldi, compatti, luminosi, pur in un registro più alto che medio.
In questo senso gli strumenti sono più ancora che un cesello, una parte molto precisa di una struttura ben calcolata, fino a diventare talvolta persino superflui o tenuti sotto le righe, come nell’esercizio vocale di “I me you I’m yours”, oppure confinati in apposite code strumentali piuttosto brevi.
L’importanza della vocalità è quindi il pregio maggiore di Noir, che dà i suoi risultati migliori appunto dando un peso tutto sommato relativo alla parte musicale. Il difetto del suo secondo album omonimo sta appunto non tanto nel venir meno dell’effetto sorpresa dell’immaginario e del personaggio, quanto nella part
e strettamente musicale-appesantita da consistenti dosi di un’elettronica lo-fi più ritmata ma priva del respiro disteso e della spazialità aggraziata del primo album, con un effetto d’insieme piuttosto prolisso in brani che si sono fatti mediamente più lunghi (l’organetto da spiaggia di “Happy day today” e “What U gonna do”, il pop distorto ma indeciso tra compressione e slancio vocale di “Welcome commander Jameson”, i controtempi di “Good old vinyl” che letteralmente girano intorno a una melodia senza riuscire a centrarla).
Roberts/Noir ha in lavorazione un terzo album che da quanto proposto come anteprima sul suo Myspace sembra riavvicinarsi all’essenzialità del primo disco. Lontano sia dal panorama indie che dal pop in senso stretto, Noir non è neanche un cantautore vero e proprio. Tanto a livello musicale che d’immagine, più ancora che vivere nella sua isolata dimensione poetica è una figura quasi evanescente, che rispecchia lo spirito del nostro tempo, la sua lenta uscita dalle secche del citazionismo fine a sé stesso e la scoperta che stiamo facendo di un approccio alla realtà per così dire molto “inglese”: guidato al 50,1 dalla testa (e dalle tastiere), e al 49,9 dal cuore e dalle chitarre.