Gilbert Adair – La morte dell’autore
di Giuliana Altamura - 04/08/2009
Gilbert Adair, La morte dell’autore. Decostruzione del mio crimine letterario
a cura di Francesca Santarelli
postfazione di Mauricio Dupuis
Robin Edizioni, Roma 2009 (La biblioteca del mistero)
Léopold Sfax, protagonista dell’ambiguo quanto sorprendente romanzo di Gilbert Adair, insegna letteratura comparata in una prestigiosissima università americana e deve tutta la sua sudata fama di studioso all’elaborazione di una teoria critica, la “Teoria”, che mette insieme alcune delle principali idee del decostruzionismo di scuola francese, da Barthes a Deridda e Paul de Man. Proprio a quest’ultimo è ispirata la sua vicenda biografica: emigrato in America nel dopoguerra e divenuto professore a Yale, fu al centro di un vero e proprio dibattito intellettuale dopo la pubblicazione postuma di una serie di suoi articoli giovanili apparsi sotto pseudonimo fra il 1940 e il 1942 su due riviste filo-naziste. Allo stesso modo uno Sfax appena ventenne, ossessionato da un desiderio di gloria alimentato da una profonda consapevolezza di quello che lui definiva il “suo genio” e dal terrore che esso potesse non essere mai riconosciuto, accetta non senza sensi di colpa di collaborare con il «Je Suis Partout», settimanale parigino di estrema destra che storicamente vantò fra le sue firme quella di Louis-Ferdinand Céline. In seguito alla liberazione, trovandosi – seppure senza convinzioni e con il divin pseudonimo di Hermes – dalla parte degli sconfitti, decide come fecero in molti di abbandonare l’Europa per cercare la propria fortuna nella terra delle promesse. Nonostante una parte di sé continuasse a suggerirgli di rimanere quanto più possibile in ombra per non portare alla luce il suo oscuro passato, l’ossessione per la fama e il riconoscimento, uniti alle sue effettive capacità intellettuali, lo portano velocemente all’ascesa nell’olimpo degli studiosi. Ma tanto più in alto lo spinge la gloria, quanto più un macbethiano senso di colpa minaccia la quiete della sua esistenza, messa ancora più in pericolo da una giovane donna risolta a scrivere la sua biografia… Ed è allora che Sfax decide di portare alle estreme conseguenze la sua teoria critica: se – come scriveva Barthes – l’autore può essere considerato morto dal momento che il testo altro non è che «un tessuto di citazioni provenienti dai più diversi settori della cultura» e spetta al lettore la sua ricomposizione e interpretazione, allora perché non spingersi a considerare morto lo stesso Hermes e inesistente ogni possibilità di trovare un significato univoco nei suoi scritti? Ma il gioco meta-critico di Adair non si ferma qui e si fa meta-letterario: e se lo stesso Sfax, che si propone in prima persona come autore delle vicende narrate, in realtà fosse morto anche lui e tutto il romanzo non rappresentasse altro che una metafora della deriva presa dal decostruzionismo dopo la sua elaborazione, fino al limite del paradosso? Un autore morto elabora una teoria sulla morte dell’autore per uccidere l’autore che fu sotto pseudonimo. Finché, nell’ultima parte del romanzo, non avvengono due veri omicidi e prende piede una dinamica da giallo vero e proprio.
Adair si diverte follemente a ingannare il suo lettore, a corteggiarlo per condurlo in luoghi a lui noti e poi sorprenderlo con dei rovesciamenti inattesi, strizzando l’occhio al romanzo di genere e giocando con intelligenza e humor fra riferimenti colti, note storiche e citazioni. E se pensate che la dedica al lettore sia solo una captatio benevolentiae, leggete qua: «Se ho delle ultime parole postume da dire? In realtà no. Come ho scoperto con grande disappunto, la morte è sul serio il nome che sopperisce a un dilemma linguistico e vorrei chiedere i soldi indietro; e forse anche tu, Lettore, mentre chiudi questo mendace, malefico e machiavellico libro».