I miei Stati Uniti d’America
di Gianluca Marra - 20/09/2009
“Quante volte, specialmente d’estate, quando l’atmosfera asfissia e il metallo dei vagoni scotta, ho maledetto la folla, il subway, New York, la organizzata barbarie americana. E ho sognato una carrozzella romana, trottante sul selciato deserto di lungotevere, e il sdrucito dove posano i piedi, e l’aria e il sole e le solitudini d’Italia.
Ma quante volte, stretto fino al dolore fra corpi umani, m’intenerivo per l’abbraccio soffocante, collettivo, cosmopolita. Vedevo in ogni volto vicino una razza diversa, in ogni sguardo una patria. Quante labbra anche silenziose avevano le forme e la lascivia dei linguaggi ignoti.” (“America Primo Amore”, Mario Soldati)
Certo vi starete chiedendo: ma che originalità ad iniziare un articolo sugli Stati Uniti con una bella citazione. Probabilmente, non avete torto, ma queste poche parole mi sono sembrate perfette per introdurre sin da subito uno dei sentimenti dominanti di questa esperienza: la confusione (da intendersi esclusivamente come confusione interiore e assolutamente soggettiva). Sapevo già che mi sarei trovato davanti ad una realtà carica di contraddizione, ma come tutti sappiamo tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano. E’ stato fondamentale avere la possibilità di arrivare negli Stati Uniti non come un semplice turista che arriva a New York o a Los Angeles, ma bensì di vivere sin da subito la provincia (e sono sempre più convinto che è proprio in questi luoghi che si debba andare a tastare il polso di un paese).
La mia, però, non vuole essere un’analisi intellettuale delle contraddizioni interne agli U.S.A., ricca di spunti interessanti e di frasi più o meno già sentite. Voglio cercare di raccontarvi una storia, la mia storia, e provare a fare in modo che da queste pagine possano emergere, spontanee, le emozioni provate e le riflessioni che tuttora affollano la mia mente.
Come ogni storia che si rispetti c’è un eroico protagonista (il sottoscritto), c’è una scena a fare da sfondo a tutta la narrazione (si parte da Springfield, Massachusetts), ma a differenza di quello che la favolistica tradizionale ci ha tramandato, non ci sarà un antagonista, ma tanti co-protagonisti (che saranno tali anche quando non avranno nessuna connotazione positiva).
Springfield dicevo, e nello specifico l’AIC College. Tre settimane per cercare di migliorare la mia scarsa parlata anglosassone. E’ qui che comincio a scoprire un po’ di cose. Innanzitutto scopro che i tamarri sono tamarri dappertutto. Vedere nei bar continue sfilate di palestrati con in mente sempre le stesse tre cose (scegliete voi quali, a piacimento) mi ha fatto sentire un po’ a casa. L’unica differenza (ma avrò modo di parlarne meglio in seguito) è che qui si beve molto, molto di più.
Non è sui tamarri però che voglio soffermarmi. Il college che mi ospita mi dà la possibilità di riflettere sul sistema universitario americano. Tutti sappiamo della follia assoluta di scuole tipo Harvard o Yale (il primo anno alla scuola di architettura di quest’ultima costa solo 54,211 dollari), dove per iscriverti o hai una borsa di studio oppure fai prima a pignorare direttamente un rene. L’AIC è un normalissimo college, a quanto pare abbastanza riconosciuto per gli studenti di fisioterapia. Una realtà di università di provincia come ce ne sono tante anche in Italia. La sottilissima differenza sta nel fatto che per frequentare un anno di corsi devi pagare qualcosa come 36 mila dollari. Assolutamente incredibile! Certo il campus è molto grande (sempre in proporzione, andate a guardare qualche foto delle strutture del Boston College per capire) e ha strutture sportive e no che fanno arrossire di vergogna le nostre rinomate Bocconi e Cattolica, ma 40 mila dollari sono troppi.
L’ambiente in luglio è assolutamente surreale. Tutti i professori che incontro sono cordiali e simpatici. Il super, iper presidente cammina per il college in polo e bermuda e, cosa più importante, si paga il pranzo di tasca sua. Pensare a come si sentirà sto cazzo il rettore dell’università di pinco pallino landia suscita, nel solitamente pacato me stesso, istinti omicidi.
Per scacciarli (stanno pericolosamente riaffiorando) passo a pa
rlare di un argomento sicuramente più interessante: la birra. E’ tanta, varia, fredda e costa poco. Sono entrato in un liquor store (non sono un alcolizzato, ma ne ho visti più di un paio di tal risma) dove la mia bella cassa di birra l’ho presa direttamente in una gigantesca cella frigorifera. Vi basti solo sapere che dopo un paio d’ore in un cofano senza aria condizionata (la scena si svolge a fine luglio) la birra era meravigliosamente gelida.
Nei bar si passa dai massimo cinque/sei dollari al minimo storico, che secondo me è più giusto chiamare istigazione all’alcolismo, del dollaro a pinta del FatCat di Springfield (informazione di servizio per chi pensa di farsi un giro da queste parti: la birra in boccale di solito costa meno della birra in bottiglia).
E’ proprio legato alla birra che vi racconto uno degli episodi più spassosi che ho vissuto. La scena si svolge a Providence, capitale del Rhode Island.
Domanda: cosa ci faccio a Providence, Rhode Island?
Risposta: non ne ho la più pallida idea!
Comunque, si inizia a girare per bar. Primo: due o tre birre e si esce. Secondo: due o tre birre e si esce. Il cammino verso il terzo era ormai cosa fatta, con Edwin che continua a ripetermi che deve mostrarmi “The Good, The Bad and The Ugly” degli Stati Uniti. Ci ritroviamo in un piccolo parcheggio con altri ragazzi, nostre guide quattro autoctoni. Uno di questi illustri sconosciuti comincia a parlarmi dicendo che è francese, che vuole tornare indietro (almeno è questo quello che credo di aver capito). Le voci si alzano un po’ di tono, il volume aumenta, ma niente di straordinario. Sto lì, con la mia ingombrante macchina fotografica che mi dà proprio l’aria di un turista, cercando di interagire con gli astanti. A un certo punto ecco l’evento fondamentale: vedo spuntare da dietro un angolo, non troppo lontano da noi, un poliziotto. Basso, pelato e tracagnotto. Penso: il tipico poliziotto da film, ci dirà di abbassare la voce, di andarcene … sciocco che non sono altro. Subito dietro il tracagnotto (che esordisce con un geniale “What are you fucking doing”) ecco spuntare un poliziotto a cavallo, dietro di me passa un poliziotto in borghese sulla sua macchina, poi un’altra macchina della polizia, poi un furgone della polizia, poi un’altra macchina. A momenti sono più i poliziotti di noi. Forse qualcuno dei ragazzi è sotto i 21 anni perché già allo spuntare del Tracagnotto, vedo un tipo abbassarsi per buttare sotto una macchina una bottiglia d’acqua che evidentemente contiene ben altro. Io intanto ero prontissimo a tirare fuori il mio passaporto dicendo: “I’m a tourist, i’m a tourist”. Morale della favola un cazziatone della durata di massimo tre minuti e tutti via da lì.
Finalmente possiamo entrare nel bar. Un buco che genialmente somiglia a una via di mezzo tra un bar di paese e una rosticceria messinese con i tavoli per mangiare la focaccia. La birra costa poco, ci troviamo insieme una decina di ragazzi, il cameriere è un genio e noto, in cima allo scaffale dei liquori, la non so se rassicurante o minacciosa presenza di due statuette di carabinieri (non dico fesserie, ho fato che possono testimoniarlo).
Non so quanto tempo stiamo lì, ma ad un certo punto si parte per il quarto e, fortunatamente, ultimo bar. Niente di particolare, tranne il fatto che ormai parlo inglese come se fossi nato e cresciuto a Providence, Rhode Island.