Fare un film – Federico Fellini
di Rosilio Tondelli - 25/09/2009
“[...]Il fascismo di Amarcord non è esaminato dal di fuori, restituito e rappresentato attraverso prospettive ideologiche e ricognizioni storiche; non sono capace di giudizi distaccati, le diagnosi asettiche, le definizioni esaurienti e totali mi sembrano sempre un pò astratte e disumane, perfino un pò nevrotiche se sono formulate da quelli che il fascismo l’hanno vissuto,[...]
[...]Mi ha quindi fatto piacere leggere in qualche critica che raramente il fascismo era stato rappresentato con tanta verità come nel mio film. Tanto più che qualche volta mi capitava di sentirmi obbligato a provare un vaghissimo senso di emarginazione a proposito dei cosiddetti film politici.[...]
[...]La politica, intendo dire una visione politica della vita dove i problemi sono proposti e affrontati solo in termini collettivi, mi sembra una limitazione. Tutto ciò che rischia di cancellare, di nascondere, di alterare l’individuo e la sua privatissima storia in realtà astratte e schematiche, nelle categorie, nelle classi, nelle masse, debbo confessare che mi allontana istintivamente. Del resto, il delirio verbale con cui sistematicamente vengono presentati i problemi della società, sembra accuratamente escogitato per rendere ottusi, inerti, per isolare in un’esclusione irrimediabile.[...]
[...]Se invece per politica si potesse intendere la possibilità di vivere insieme, di operare in una società di individui che abbiano rispetto per se stessi e che sappiano che la propria libertà finisce dove comincia la libertà degli altri, allora mi sembra che anche i miei film sono politici, in quanto parlano di queste cose; magari denunciandone l’assenza, rappresentando un mondo che ne è privo.[...]
[...]Forse, smascherare la bugia, identificare e smantellare l’approssimativo o il falso, continua ad essere, per ora, l’unica risorsa, (una sorta di irridente, precaria salvezza) della nostra storia fallimentare.[...]
Federico Fellini – da “Fare un film”, Einaudi 1980
E’un testo mirabolante nella sua voglia sfrenata di esprimersi, Fare un film.
A tratti, quasi ci si dimentica il discorso di partenza, tanto si è avvolti nella semplice avvincenza delle descrizioni, nell’irrefrenabile sequela di racconti, nel disordinato ed intrigante resoconto del regista riminese.
Non è un testo per appassionati, non necessariamente.
Lo credevo, di certo, ma mi sbagliavo.
Fare un film è un lavoro che abbraccia diverse epoche, differenti situazioni, un progetto narrativo che saltella fra la filosofia e il romanzo, fra l’intervista e il saggio.
Fellini ci restituisce, a volte visionariamente, altre invece rimanendo lucido e circostanziato, uno spaccato imperdibile della nostra società, scorrendo le pagine della sua vita a cominciare dagli anni’40 e terminando sul finire dei ‘70.
E allora ci si ritrova a leggere degli incontri con la Magnani e Rossellini, dell’arcigna nonna di Gambettola, di Ciapalòs (che non è un nome greco…), di politica, di critica televisiva, di sogni, di paure, d’arte.
Certo non dev’essere stato semplice, per i curatori della Einaudi, raccogliere e ridare un senso sistematico alle incontenibili e sfuggenti materializzazioni letterarie felliniane, ma il risultato è delizioso, ne viene infatti fuori un volume affascinante ed unico, una sorta di esperimento editoriale irripetibile, nel quale l’uomo e l’artista Fellini si confrontano a luci spente, mischiando in un equilibrio sornione fantasiosi stilemi linguistici ed un’attenta razionalità libraria.
L’immaginazione, alla fine d’ogni cosa, avrà comunque la meglio.
Fortunatamente.