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Baarìa – di Giuseppe Tornatore

di Mauro Mondello - 30/09/2009
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Quasi cent’anni di storia siciliana nel ritratto di Peppino e Mannina, che corrono lungo il solco del tempo attraversando le guerre mondiali, l’immigrazione, l’ideologia politica e le delusioni ivi connesse, l’amore, le lotte popolari, la storia, le persone.  Un affresco il cui filo conduttore è costituito dalle radici, quelle contadine e  siciliane, protagoniste di un racconto fascinoso della Sicilia e della sua gente.

Contradditorio.
E’questo il mio giudizio su Baarìa.
Contradditorio sia rispetto alle critiche, in generale positive, sin qui riservate all’opera più roboante della carriera di Giuseppe Tornatore, sia in relazione allo strepitoso successo di pubblico registrato dalla pellicola in questo primo weekend di programmazione, sia considerando le mie stesse, talvolta inconciliabili, sensazioni, in merito ai diversi aspetti del film.
Come ha scritto Paolo Mereghetti, “probabilmente Baarìa non è il film più costoso della storia del cinema italiano (25 milioni di euro dichiarati, forse anche qualche cosa di più per ricostruire un’ intera città in Tunisia), ma sicuramente è uno dei più ambiziosi”.
baaria_tornatore_us--400x300L’impatto scenografico, la minuziosa attenzione registica, il cast d’eccezione, la colonna sonora d’autore, conferiscono infatti al progetto una densità hollywoodiana inedita per il cinema italiano e che giustifica ampiamente la scelta dell’Anica, l’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive rappresentante italiana dell’Academy, di lanciare Baarìa nella corsa all’Oscar, da cui sono invece stati esclusi Fortapasc di Marco Risi, Il grande sogno di Michele Placido, Si può fare di Giulio Manfredonia e Vincere di Marco Bellocchio.
Approfondendo la disamina, v’è da ammettere che i primi 70 minuti scorrono via leggeri, rapidi, trainati da un ritmo coinvolgente, da una ricostruzione ambientale affascinante, da una galleria di personaggi perfetta, che ci compiace, che c’incuriosisce, che ci prende per mano e ci porta con dolcezza dentro al film, lì dove la storia vuole arrivare.
Nello sviluppo, però, Baarìa s’intasa.
L’andamento subisce una brusca frenata, il filone sociopolitico del racconto si fa invadente, le simbologie diventano innumerevolmente continue, i camei di attori conosciuti, posizionati in ruoli da comparse, crescono, e crescono, e crescono ancora, sino a diventare stucchevoli, quasi fastidiosi.
Nella seconda parte Baarìa appare insomma appesantito, subisce cioè le buone intenzioni di Tornatore, che nel tentativo di realizzare il suo capolavoro mette di troppo in tutto, in una sorta di saga dell’esagerazione che i più hanno definito virtuosa ma che al sottoscritto è invece risultata pedante.
E’un peccato, perchè l’impianto narrativo è solido ed i due attori protagonisti, semiesordienti, si muovono con naturalezza e proprietà (meglio Margaret Madè di Francesco Scianna), subendo però l’asfissia finale di una baaria-Margaret Madènarrazione che negli ultimi 45 minuti pare si affanni nella ricerca a vuoto di un punto di chiusura, trovato poi, a mio giudizio, in termini un pò banali.
Coinvolgente (come sempre) anche se un pò insistente, la musica di Morricone. Non condivisibile, lo scrivevo sopra, la scelta di far recitare in ruoli minori una sequela sterminata di volti conosciuti del cinema siciliano, apparizioni giustificate da Tornatore con la difficoltà di trovare attori che conoscessero il dialetto siciliano (????).
Spaventoso il battage mediatico con il quale la pellicola ha invaso i mezzi di comunicazione nazionali negli ultimi 10 giorni (ieri, per dire, mi sono ritrovato Tornatore su TG1 Economia!).
Da notare, infine, che il film viene proiettato nella sua versione originale, in dialetto e senza sottotitoli, in tutta la Sicilia, mentre nel continente si è deciso per un doppiaggio italianizzato che conservi però l’intensità linguistica siciliana. Per la distribuzione estera pare si sceglierà la versione dialettale originale sottotitolata. Fortunatamente…

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