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New York, New York

di Gianluca Marra - 06/10/2009
times square

Vi avevo lasciato con un piccolo sfogo personale, ma ora voglio tornare a parlarvi dell’oggetto principale di questi articoli: gli Stati Uniti d’America.
D’ora in poi cambieranno un po’ di cose. Prima di tutto i protagonisti: il vostro impavido eroe verrà affiancato da una bellissima damigella, cambia anche lo scenario che dal Massachusetts si sposta a New York.
E’con il cuore pieno di gioia che l’8 agosto salgo sul pullman che mi porterà da Springfield a New York. Raramente un viaggio è stato così carico di aspettative. Non avevo torto.

Improvvisamente eccomi davanti la Grande Mela; spazio infinito di case e grattacieli.
La distanza che mi separa dalla città sembra non esaurirsi mai. Finalmente, arrivati alla stazione di Port Authority, mi carico come un somaro e corro a riabbracciare Claudia. Dopo una fatica veramente inimmaginabile, arriviamo in albergo.
Appena entro in camera e poso zaino, borsa, tenda, valigia, macchina fotografica, mi rendo finalmente conto che la grande avventura è iniziata.
2 PABUSS FRANK FARRELLNew York è una di quelle poche cose al mondo che è conosciuta da tutti.
Credo siano veramente un paio le persone che non hanno mai visto una foto, un’immagine, un qualcosa di New York. Beh, io ci sono stato dentro; l’ho percorsa in lungo e in largo: a piedi, in metropolitana, in taxi, guidando una macchina. Dovete sapere che la pericolosità di queste azioni è inversamente proporzionale all’ordine appena utilizzato per elencarle. La paura provata mentre guidavo (per la prima volta in vita mia una macchina automatica) tra le strade di Manhattan è qualcosa di difficilmente descrivibile.

Il taxi è un’altra esperienza mistica. A vederli da fuori, l’unico pensiero che ti passa per la testa è il seguente: io su uno di quei cosi non ci salgo nemmeno se mi regalano la corsa. Corrono, frenano solo all’ultimo millimetro disponibile, suonano il clacson, urlano ed imprecano. Insomma, una Messina con le strade più larghe ed i grattacieli.
Un altro fenomeno molto interessante (e che ha una diretta influenza nell’incrementare questi comportamenti dei tassisti) è quello dei pedoni. Qui comanda la massa! I semafori pedonali contano relativamente; se si ritrovano insieme un numero consistente di pedoni, questi possono passare a prescindere dalla segnaletica e gli autisti devono rassegnarsi al fatto che non possono metterli sotto tutti. Inutile sottolineare come il sottoscritto trovi questa pratica democratica e meritevole di essere esportata in altre parti del globo.

new york cabsTornando a parlare di cose serie, appena arrivati decidiamo di fare un giro su un barcone che ci permetterà di quasi circumnavigare l’isola di Manhattan. Trovarsi sotto la Statua della Libertà è un po’ come sentirsi a casa, visto quante volte mi sono trovato a osservare quest’immagine in vita mia. Ci è voluto un po’ di tempo per capire che la stavo guardando con i miei occhi e che a fare da filtro tra me e lei non c’era né un giornale, né la televisione, né il cinema (e in quest’ultimo caso credo che una delle citazioni più importanti da fare sia quella di Ghostbusters II).
Stesse emozioni forti per Ellis Island, con tutta la sua storia di emigrazione e di persone con le loro valigie che contenevano vite intere. Qui gli emigranti (o gli immigrati, come è di moda chiamarli adesso) venivano contati, puliti e sterilizzati, prima di essere ammessi a godere del “grande sogno americano”.
Cominciamo ad aggirare Manhattan e ci troviamo all’altezza di Downtown, con i suoi grattacieli luccicanti. Improvvisamente davanti a noi si apre uno spiraglio, avvertiamo un’assenza. Stiamo guardando il luogo dove sorgevano le Twin Towers. Siamo tornati a piedi a Ground Zero e questi pensieri sono stati subissati dallo smaccato populismo che ricopre la memoria di quelle vittime.

Ancora il meraviglioso Ponte di Brooklyn e una bella vista di Long Island e siamo pronti per tornare indietro godendoci un bellissimo tramonto.ponte di brooklyn
La sera proviamo ad andare a Times Square, ma c’è troppa gente (sto parlando di un posto troppo piccolo per contenere troppe persone. Non voglio immaginarmi cosa succeda a capodanno) e non riesco a goderne a pieno.
Sto trovando molte difficoltà a scrivere di New York, stando lontano da uno sterile elenco dei posti visti, ma le emozioni provate sono troppo ingarbugliate per essere ben descritte in queste righe.

Ricordate la parole di Soldati che avevo utilizzato per iniziare questo racconto? Beh, quelle parole sono riconoscibili a New York in ogni angolo di strada. C’è il Greenwich Village (il bar dove ha esordito un giovanissimo Bob Dylan è adesso un ristorante messicano), un po’ fighetto e radical chic e ci sono Soho e Tribeca in fase di piena rivalutazione edilizia. Ci sono musei bellissimi (solo per il Metropolitan Museum of Art, servirebbero due giorni), la vista mozzafiato dalla cima dell’Empire State Building, con quella grande macchia verde nel mezzo che è Central Park.
Quello che mi rimarrà più nella memoria, però, non sarà una singola cosa i particolare, ma l’aver percorso questa città in lungo e in largo a piedi, con gli occhi che vanno dappertutto per vedere palazzi, facce, cielo, tramonti.
Come dicevo all’inizio ho anche guidato, ma questo è l’inizio di un altro racconto.

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