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A tutti quei “soli” che, per colpa delle nuvole, si pisciano addosso

di Lucio Guadagno - 08/10/2009
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STRAORDINARIA AVVENTURA ACCADUTA A VLADIMIR MAJAKOVSKIJ D’ESTATE IN CAMPAGNA

Di cento soli ardeva il tramonto,

l’estate scivolava verso luglio,

c’era calura, fluttuava la calura –

ciò accadeva in campagna.

La collina di Pùskino aveva per gobba

il monte di Squali,

e ai piedi del monte

un villaggio

corrugava la scorza dei tetti.

Dietro al villaggio –

un buco

e in quel buco, immancabilmente,

calava sempre il sole

con lentezza e con precisione.

Ma il mattino seguente

di nuovo

il sole sorgeva scarlatto

a inondare l’universo.

E un giorno dopo l’altro

tutto questo

cominciò

a irritarmi terribilmente.

E una volta, arrabbiandomi così,

che tutto impallidì dallo spavento,

gridai al sole a bruciapelo:

“Scendi!

Basta di gironzare in quell’inferno!”

Gridai al sole:

“Scroccone!

Tu poltrisci fra le nuvole,

mentre io, sia estate o inverno,

seggo a disegnare cartelloni!”

Gridai al sole:

“Aspetta, fronte d’oro,

se invece

di tramontare nell’ozio,

tu venissi

a prendere il tè!”

Che ho fatto!

Sono perduto!

Verso di me,

di buon grado,

allargando i passi dei suoi raggi,

avanza il sole per i campi.

Non voglio mostrarmi pauroso –

e mi ritraggo indietro.

Sono già nel giardino.

Entrando dalle porte,

dalle finestre,

dalle fessure,

rovinava la massa del sole.

Irruppe

e, ripigliando fiato,

si mise a parlare con voce di basso:

“È la prima volta dalla creazione

che costringo i miei fuochi a tornare indietro.

Mi hai invitato?

Dammi il tè,

poeta, dammi la marmellata!”

Con gli occhi lacrimanti

per la calura che mi rendeva folle

gli indicai –

il samovàr:

“Ebbene,

siediti, astro!”

Un diavolo mi aveva spinto a strillargli

le mie insolenze.

Confuso,

mi sedetti all’orlo d’una panca,

temendo che accadesse il peggio!

Ma una strana chiarezza fluiva

dal sole –

ed ecco, tralasciando

il mio sussiego,

comincio pian piano

a conversare con l’astro.

Parlo di questo,

di quello, e gli dico

che la Rosta mi esaspera,

e il sole:

“D’accordo,

ma non affliggerti,

non complicare le cose!

Pensi che per me sia facile

risplendere?

- Fanne tu stesso la prova! –

Se ti ci metti –

devi continuare,

splendendo sempre a piena luce!”

Chiacchierammo così sino al buio –

cioè sino a quella che prima era la notte.

Come parlare qui di oscurità!

Prendendo dimestichezza,

ci demmo presto del tu.

E poco dopo

Con grande amicizia

gli battevo la spalla.

E il sole pure:

“Tu ed io

siamo compagni!

Andiamo, poeta,

a fissare lo sguardo,

a cantare

fra il grigio ciarpame del mondo.

Io verserò il mio sole

e tu – il tuo

con i versi.”

Il muro d’ombre,

la prigione delle notti

cadde sotto la doppietta dei soli.

Subbuglio di versi e di luce –

sfavilla a tutto spiano!

Se il sole si stanca

e la notte

vuol coricarsi,

tòrpida marmotta,

allora io d’improvviso –

albeggio a tutta forza –

e il giorno scampana di nuovo.

Risplendere sempre,

risplendere ovunque,

sino al fondo degli ultimi giorni,

risplendere –

e nient’altro!

Ecco la parola d’ordine mia –

del sole!

[1920]

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