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Toronto, city of enclaves

di Valentina Fulginiti - 18/10/2009
college street – toronto

Per chi non lo sapesse, Toronto è la capitale del cinema “etnico”. Dopo il notissimo TIFF (Toronto International Film Festival) e il meno conosciuto TUFF (Toronto Urban Film Festival, di taglio prevalentemente metropolitano e “casual”), si sono susseguiti il Toronto Palestine Film Festival, il Cuban Film Festival, un Brazilian Film Festival, un Polish Film Festival e sicuramente qualcos’altro ancora… Schermi come finestre aperte sulla società contemporanea delle terre d’origine, per rappresentare gli aspetti quotidiani, i conflitti, i problemi delle società di partenza, tenendosi alla larga dallo stereotipo di una madrepatria felice e immobile nel tempo. Il festival “brasileiro”, per esempio, ha ospitato dal 4 all’8 settembre pellicole come “Blackout” (10′ Brasile 2007), un’opera cruda e nerissima firmata da Daniel Rezend, noto ai più come montatore dei celebrati City of God e I diari della motocicletta. E c’è chi della lotta agli stereotipi ha fatto un manifesto, come il Palestine Film Festival, che li ha banditi tutti (dalla donna nell’harem all’arabo sul cammello), alternando la denuncia precisa e circostanziata a opere che testimoniano la vivacità di una produzione culturale, musicale, cinematografica che non si arrende alla realtà della guerra.

I Palestinesi non sono solo vittime, cerca di ricordarci ad esempio il bellissimo documentario “Checkpoint Rock”, di Fermin Muguruza (70′ Spagna 2009). A camminare per le strade e i quartieri di questa metropoli, viene spontaneo chiedersi se i kensington-marketcanadesi non siano, in fondo, una delle tante enclave di questa città, i cui 4,5 milioni di abitanti sono per il 44% di origine straniera (più un altro 18% di migrazioni interne, ossia persone nate in altri stati canadesi). Non è certo un caso che proprio qui sia nato un programma universitario in studi della Diaspora e delle Migrazioni Transnazionali, mentre un po’ ovunque sorgono studi legali e centri di assistenza specializzati nel sostegno agli immigrati. Ci sono migrazioni di lunga e di corta data, visibili (leggi: coloured) e non (leggi: bianchi), con tanti risvolti. Storie di successo e storie di tassisti che nel loro paese (magari l’India o il Pakistan) avevano una laurea in ingegneria. La presenza delle enclave è capillare anche se non eccessivamente rigida: gli “sconfinamenti” (brasiliani e giamaicani nel quartiere greco, italiani ed eritrei in quello portoghese…) sono per fortuna normali. Food & film: ecco i due marchi che racchiudono tutti gli influssi di questa città. Le etnicità si sovrappongono ai modelli urbanistici e abitativi nordamericani (strade di townhouses in legno, o filari di frontshops e palazzotti squadrati di mattoni), come su una base neutra: qui e lì, fittissimi cartelli in coreano, bandiere portoghesi appese ai pali della luce o nomi delle strade in caratteri greci, per non parlare delle luminarie a forma di penisola italiana che strillano la loro identità nella notte di College Street.

Ma non è tutto oro quel che luccica per le strade di Little Italy & co. Arriva la crisi e le leggi si fanno più restrittive. Di recente è stato reso necessario un visto aggiuntivo al permesso di soggiorno (non richiesto ai cittadini UE, per esempio) per i cittadini Messicani o per i Rom di nazionalità Ceca; più in toronto-garbagegenerale, il Canada, come il resto dei paesi sviluppati, lega sempre più strettamente (e spesso in modo esclusivo) il permesso di soggiorno alla durata del contratto di lavoro. È così che nell’anno 2008, per la prima volta, il numero di permessi temporanei ha superato quelli ordinari. Il tradizionale modello del “melting pot”, con un’assimilazione a bassa soglia, o della “fabbrica di americani” (come era Ellis Island, negli USA) sta insomma cedendo il passo a una visione più utilitaristica dell’immigrato come lavoratore (meglio se qualificato) che offre le proprie prestazioni per un periodo limitato e poi ritorna indietro, o sparisce nel nulla. Possibile? Per chi cammina lungo per le strade di Toronto con un Passaporto UE in mano, e ha in mente la Fortezza Europa, l’aria è leggera. Ma in questi anni di crisi, è forte il timore di passare da una fortezza all’altra, le cui mura si alzano a proteggere una ricchezza che spesso ha origine in una bilancia di scambi ineguali, in un passato coloniale, in investimenti iniqui e rapaci… un mondo di piccole fortezze-prigioni galleggianti, come quelle che Salgari immaginava per il “suo” Duemila.

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