Uno schiaffo alla libertà: no alla legge anti-omofobia
di Francesca Parravicini - 19/10/2009
Una lezione di civiltà. È ciò che servirebbe ai nostri politici troppo spesso banderuole di battaglie morali, di fatto nient’altro che veli di Maya per nascondere il nulla. Esattamente il 16 maggio 2008, la deputata del partito democratico, Anna Paola Concia, unica omosessuale dichiarata in Parlamento, aveva depositato il ddl Concia, un provvedimento contro l’omofobia che avrebbe portato l’Italia in pari con le normative europee.
Dopo più di un anno in oblio in commissione Giustizia, il testo è stato riesumato e proposto alla Camera, ma invece di emergere dalle acque di cui era in balia è stato definitivamente affossato. Abbandonato il rinvio in commissione, non voluto da Pd, Idv e anche da alcuni deputati del Pdl, l’Udc ha posto la pregiudiziale di incostituzionalità. Incostituzionalità sì, per 285 voti, incostituzionalità no, per 222 voti, incostituzionalità boh, per i 13 astenuti. Non potevano non scatenarsi le solite polemiche che caratterizzano il teatrino della nostra politica. Da destra, in particolare da Udc, Pdl e Lega, si chiedeva un rinvio del provvedimento in commissione per un ulteriore labor limae mentre otto deputati del Pdl si erano mostrati contrari al testo, soprattutto per quel che riguarda l’aggravante di un terzo della pena per i delitti e le aggressioni a causa di discriminazione sessuale.
Dal lato opposto un caso anomalo, ovvero Paola Binetti: la deputata teodem, unica nel Pd ad avere votato l’incostituzionalità della legge. Ma da sinistra arriva anche la rabbia di chi ha maturato e sostenuto la legge, ovvero Paola Concia, uscita dall’aula urlando e inveendo contro il mondo intero, contro un Pdl omofobo e che “ha detto bugie”, contro il suo stesso partito, che a detta sua “ha cambiato idea e ha votato contro la possibilità di tenere in vita questa legge con il suo ritorno in commissione”.
Resta dunque un po’ di amarezza, appesantita da una dichiarazione del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna: “Ci vorranno sei mesi prima di poter ripresentare un disegno di legge sull’omofobia”; a suo dire infatti una legge bocciata da uno dei
due rami del Parlamento per motivi costituzionali deve attendere sei mesi prima di essere ripresentata. Tutto un bluff per l’opposizione, solo un modo per allungare il brodo, e non arrivare al nocciolo della questione.
Resta il fatto che dall’Onu è giunto il duro monito di Navy Pillay, Alto commissario per i diritti umani, che ha affermato: “Il blocco del Parlamento italiano alla legge sull’omofobia è un passo indietro”. Già, un passo indietro, come le recenti aggressioni a Roma nei confronti di quelle “checche”, di quei “froci”, così devianti, pericolosi, dannosi per l’equilibrio dello “Stato”. Eppure, secondo un sondaggio commissionato da Sky tg24, il 52% degli italiani sarebbe favorevole alla legge. Una maggioranza che pur essendoci è molto labile.
Uno stato civile, democratico, laico deve tutelare il cittadino, che lo deve ripagare con il lavoro e il rispetto delle leggi. Un patto che dovrebbe essere consolidato, ma che ultimamente è proprio il governo a rompere. Gli omosessuali vivono, lavorano, come tanti altri, vorrebbero essere liberi di mescolarsi alla folla senza essere scherniti o aggrediti, di avere i diritti garantiti ad un comune cittadino utile alla società. Lo Stato li garantisce? No.
Diciamo di essere un paese laico e avanzato, ma di fatto viviamo ancora appiccicati a sovrastrutture moraleggianti, buonismi di provincia che ci fanno dire preventivamente “no” a ciò che ci fa paura, a ciò che ci costringe a confrontarci con il diverso, ciò che consideriamo la nostra nemesi. Sovrastrutture di cui bisogna liberarsi, veli da gettare, per vedere con chiarezza la realtà.