A Nokoss, e per tutti i nokossiani
di Lucio Guadagno - 20/10/2009
Magari si potrebbe buttarla sul sesso. Pensare ad un imposto tripudio di gonadi (maschilisticamente s’intende) compiuto in preda a voluttuose manie autodeterminanti. Marchiare lo spazio, canina velleità, attraverso spruzzi d’acqueggi, firme, o scie odorose, rivolte alla sofisticata riconoscibilità di apparati olfattivi di gran lunga superiori.
Detto ciò verrebbe, subitaneamente, da aggiungere: cos’è uno spazio? Intenso in qualunque significazione possa rimarcare l’eco della pronuncia. Spazio, territorialità, demarcazione, confine, limite, luogo, posto, ma anche appartenenza o dispersione. Uno spazio è un frammento d’esistenza “comunitaria”, socialmente condivisa. Ed aggrappandomi all’ultima parola cerco, senza troppi prologhi inutili e compiacenti, di rendere dovuta visibilità al motivo che suffraga codesta volontà “esplicativa”.
A Nokoss debbo davvero molto. Una parte significativa della mia possibilistica condizione espressiva è dovuta a questo spazio, che in una corrisposta riconoscenza rappresenta un qualcosa di definibilmente famigliare, in virtù di rapporti umani, scambi reali d’opinioni e idee, anche timidamente o intuitivamente percepiti.
Forse ho usurpato, eufemisticamente, tale spazio, attraverso una presa di posizione volutamente manifestata attraverso la pubblicazione di idee non apparentemente mie, ma solo in apparente contraddittorietà. Ho cercato di rendere dovuta fruibilità alla parola di testimoni, che seppur carichi di disastrosi dubbi, ben analizzavano alcune problematiche che l’agenda setting dell’informazione di massa aveva elevato a principali argomenti di rilevanza pubblica. Ho tentato di fornire al loro divulgo speranzoso una fattibilità culturale, la “famigerata” eco mediatica, badando ovviamente al genere e alla sua “generalista” seduttività. Ho determinato, semplicemente mi viene da dire, la mia volontà, senza alcuna preoccupazione in merito, ignorando (gioco forza), qualsiasi tipo di critica, confronto, in preda, per certi versi, a comprensibili spasmi di etica deontologica. Ma spesso l’etica, in moltissimi casi, finisce per urtare la suscettibilità di certe dia o triarchie (quadri. penta etc.) peculiari a qualsiasi forma di potere o controllo – in tal senso non v’è molta differenza – . Il potere è la manifestazione netta di un controllo, cardine, per giunta, anche del concetto di proprietà privata.
Per chi ha letto i due articoli tratti da giornali stranieri, ovviamente per chi ne ha avuto la possibilità durante i brevissimi attimi in cui sono rimasti visibili, ha notato immancabilmente la “sfacciataggine” cronicistica di cui la professione giornalistica si avvale al di là dei confini nazionali. Il trarre, attraverso l’analisi di fatti, conclusioni che possono essere più o meno condivise, è un obbligo deontologico della professione giornalistica. Josè Saramago, in una recente intervista, afferma un concetto, che in merito a quanto finora scritto, assume una particolare attinenza: non è tanto terribile la censura, in quanto rappresenta una forma di coercizione, di violenza, imposta da un potere superiore che impedisce ad una data voce di acquisire la dovuta e massima visibilità; non agisce sul messaggio, condizionandone gli elementi espressivi, ma dispiega la propria azione sul o sui mezzi, quindi è una prassi strumentale piuttosto che ideologica. L’autocensura invece è una violenza infinitamente più grande proprio il virtù del fatto che limita la volontà critica per via di alcuni dettami autoimposti che non costruiscono ma confezionano un dato messaggio.
Leggere il modo in cui uno “straniero” percepisce le dinamiche sociali di un paese che non è il suo – in questo caso il nostro – rappresenta, in un certo senso, un’azione di autocritica, specchiandosi su una lastra che per scontate ragioni è un po’ più sfacciata rispetto alle innumerevoli piazzate per le strade del bel paese. Una ragione che più delle altre “giustifica” la lettura di articoli di provenienza esogena sta nel fatto che ormai la stampa in Italia, a causa di processi bipolaristici drammaticamente culturalizzati, è fortemente politicizzata e il riferimento non va alla scelta dell’agenda setting ma in misura maggiore verso quei testi che parlano di politica estera e politica interna, propriamente quindi all’analisi e alla critica di particolari momenti storici del nostro paese. Come Montanelli affermò, in una famosa intervista, – ma qualsiasi storico non potrebbe in nessun modo smentire – la stampa, in Italia, non è mai stata libera, nel senso che non è nata libera, come, ad esempio, è accaduto negli Stati Uniti o nei paesi di cultura anglosassone in cui, sin dall’inizio della sua diffusione, ha rappresentato una conquista, se non la prima, delle libertà borghesi culminate (deflagrate) nella rivoluzione francese. In Italia pertanto il “quarto potere” non ha mai assunto pienamente i connotati di su detta espressione. Ha sempre avuto ben stretto intorno al collo il guinzaglio del padrone, gruppi di potere, sia politico, sia economico (oggi antropologico), che ne hanno impedito la maturazione, lo sviluppo “culturale” e di reputazione sociale che l’avrebbero voluta, almeno in teoria, rappresentante legittimamente riconosciuto in qualità di “voce autorevole”.
Pertanto la citazione “esogena” rappresenta una sorta di lezione culturale, non tanto per chi contribuisce all’aspetto contenutistico dello “spazio virtuale”, ma soprattutto per coloro che tra un saltello e l’altro (virtuale s’intende) vi capitano sopra. È per loro lo schiaffo; al contrario, per chi, come il sottoscritto, vi dedica una parte del suo tempo, voleva essere semplicemente un’egocentrica, provocatoria, invadenza: un tentatativo di presa mai cominciato. Accanto alle scuse, e ad alcune velleità esplicative (denominarle speranze potrebbe solamente creare vane aspettative), va posto un richiamo letterario che, seppur non avendo in prima istanza un subitaneo riferimento a quanto sin’ora tratteggiato, rappresenta, oltre all’omaggio dovuto nei confronti di un incommensurabile scrittore, un tratteggio semplicistico, ma ben chiaro, del Potere: mettete una qualsiasi infima nullità a vendere dei biglietti ferroviari e questa nullità subito si terrà in diritto di guardare con aria da Giove tonante quando andate a prendere il biglietto: “Aspetta che ti faccio vedere la mia potenza” (Fedor M. Dostoevskij – I Demoni ).