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Obama e le “intenzioni” cinesi…aspettando novembre

di Sara Beretta - 21/10/2009
obama asiatico

“Rassicurazione Strategica” è la posizione dell’amministrazione Obama nei confronti della Cina. Come dire: accondiscendenza laddove possibile per migliorare i rapporti tra stati ed elevare lo status cinese in grandi istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale. Nell’interesse reciproco, della pace e dell’economia globali, ovviamente. Sarà quindi in nome della “Rassicurazione Strategica” che Barack Obama ha “rinviato” l’incontro con il Dalai Lama di passaggio negli Stati Uniti?

Il Presidente ha preferito non riceverlo alla Casa Bianca, dopo che a febbraio fu il segretario di Stato, Hillary Clinton, a sostenere che la difesa dei diritti umani non deve “interferire con la crisi economica globale, con la crisi dei cambiamenti climatici e con quella della sicurezza”. Stati ed esseri umani sono entità distinte e separate, parliamone, ma non curiamocene troppo, non se questo significa compromettere i rapporti con una potenza economica e politica qual è la Cina oggi. É stata l’undicesima visita della guida spirituale (e politica) tibetana, messo alla porta nel 1991 e ricevuto l’ultima volta nel 2007 dall’insospettabile George W. Bush che (persino!) gli conferì la Congressional Gold Medal, riconoscimento prestigioso. 

dalai lamaMa è proprio su questo punto che forse si dovrebbe riflettere, prima di puntare il dito sul novello Nobel per la Pace (per le intenzioni e l’impegno, come specificato): Obama avrebbe posticipato l’incontro perché non si risolvesse in una vuota ritualità immortalata in fotografie per la stampa mondiale, invece che in fatti concreti. Intenzioni e impegno. Il presidente americano ha dichiarato di voler incontrare il Dalai Lama nel corso del tour asiatico che lo vedrà impegnato a metà novembre. Dopo Giappone, Singapore (dove prenderà parte all’APEC – Asia Pacific Economic Cooperation) e Corea del Sud, il nostro arriverà in Cina dove tratterà, tra gli altri, con Hu Jintao prima e con il Dalai Lama poi, forse. Chissà se Maria Otero (Sottosegretario dello Stato per la Democrazia e gli Affari Globali) in qualità di coordinatore speciale per “l’affare Tibet” preparerà il terreno per gli incontri, secondo il delicato bilancio delle relazioni bilaterali con la Cina. E chissà se Obama andrà a parlare di diritti umani ed autonomia proprio nella tana del lupo, nel rispetto della “rassicurazione strategica”. Minacciosa, come rassicurazione.

La nuova amministrazione americana, è bene ricordarlo, non si è affatto disinteressata dei diritti umani a campagna elettorale terminata: le pressioni su regimi come Burma, Corea del Nord e la Cina stessa ci sono state e ci sono ancora, ma la tensione tra anti-imperialismo e diritti umani, oltre all’arduo lavoro diplomatico dell’interesse tra stati, si traduce spesso in comportamenti contraddittori. Intenzioni e impegno troppo spesso si fermano laddove inizia la potenza economica e politica (o nucleare).

jintao e barackI rapporti con la grande Cina sono tanto importanti quanto delicati. Da un lato, il certosino lavoro americano di concessioni e richieste e dall’altro, per parte cinese, una politica di “soft power” che cerca di cambiare l’immagine agli occhi degli occidentali, filtrando una Cina culturalmente attiva ed espressiva, nei limiti della censura. Ecco ad esempio la Cina ospite d’onore alla Fiera del Libro di Francoforte, con uno stuolo di scrittori allineati di rappresentanza e qualche sparuto dissidente presentato da case editrici non direttamente legate alla madrepatria. Scopo governativo: convertire una celebrazione culturale in uno scontro soft tra controllo e libertà di parola, legittimarsi una volta di più (a ragione, per molti versi) come un paese alla pari culturalmente, economicamente e politicamente.

Forse ha ragione Obama, quindi: non sono certo risolutive le fotografie di gruppo ed i sorrisi spesi per la stampa, è necessario che qualcosa si dica e si faccia sul serio. Non sono di quest’idea i blogger “dissidenti” cinesi che, all’indomani della visita rifiutata e del conferimento del premio Nobel, hanno espresso tutta la loro delusione per l’ennesima caduta di speranza, nell’anno in cui ricorrono i 60 anni della Repubblica Popolare Cinese, 50 dalla dipartita del Dalai Lama e 20 da moto e strage di Tian An Men: si aspettavano un po’ di attenzione. Siamo in attesa, quindi, della visita asiatica di Barack Obama e dei suoi incontri: intenzioni ed impegno sembrano buoni, ma non bastano.

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