Alda Merini, Padre mio
di Giuliana Altamura - 03/11/2009
Padre mio, pubblicato quest’anno da Frassinelli, è l’ultimo libro lasciatoci da Alda Merini. Certamente non saranno gli ultimi versi che leggeremo della poetessa milanese: per Manni è già in arrivo una raccolta di liriche inedite degli anni ottanta (Alda Merini. Come polvere o vento); il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia contiene una sezione a lei dedicata e ancora in parte inesplorata; amici, scrittori e conoscenti conservano un tesoro di manoscritti mai dati alle stampe che la Merini amava regalare e che, siamo certi, riuscirà in parte a riemergere. Tuttavia, rileggendo a posteriori quel suo ultimo libricino dedicato alla memoria del poeta religioso – nonché suo padre spirituale – David Maria Turoldo, i versi della poetessa sembrano assumere i contorni assoluti di un lungo addio tanto sofferto quanto pregno di forza spirituale e di fiducia appassionata nei confronti della vita.
«Si nasce / non soltanto per morire, / ma per camminare a lungo, / con piedi / che non conoscono dimora / e vanno oltre ogni montagna». Ciò che avvicina la Merini al suo David, continuamente invocato nell’opera e alle cui pene – così simili alle sue – altrettanto spesso viene data la parola, è una profonda coscienza di quella che agli occhi del mondo (quei terribili e innominabili altri) potrebbe apparire una colpa: aver amato fin troppo Dio «attraverso il peso / della nostra croce personale, /che non è proprio quella cristiana, / ma rispecchia / l’ultimo grido di Cristo». Entrambi hanno dovuto pagare enormemente il peso di quell’amore, lei col manicomio – spettro silenzioso che si aggira fra le pagine come un’ombra scura –, e lui con quel «male feroce» che l’ha portato via. La colpa che ha tormentato l’anima della poetessa non è altro che «l’errore degli altri», di chi non ha saputo colmare il proprio spirito con la verità dell’amore e del dolore, e che si è insinuata nella sua solitudine come una «creatura notturna».
«Amore e morte sono la stessa cosa», scrive la poetessa, insofferente nel sentir parlare di quel sentimento luminoso e oscuro con tanta leggerezza: colui che è innamorato «sa che è stato colpito a morte» e ignora il suo destino perché «l’amore è un accadimento miracoloso». E forse è proprio quest’amore che l’ha definitivamente rapita a quei mille demoni che la tormentavano ogni notte, a quei pensieri dannati cui con forza ha lottato per non soccombere a se stessa. Il suo padre spirituale le ha insegnato che nel tanto temuto Nulla si rivela la presenza del Padre religioso, in quel «vuoto di noi stessi», lì dove riposa l’idea della sua creazione. Gli ultimi versi della Merini diventano allora, senza mai perdere coscienza della sofferenza, un canto di ringraziamento a Dio simile a quello a cui aspirava David: «Volevi che tutto fosse un ringraziamento, / una parola pura / capace di scendere e di risalire / come se l’universo fosse la gola di un canto».
È profondo il senso di solitudine che emerge da questi versi. La stessa scrittura è simboleggiata dall’immagine della croce, quel dolore capace di lasciare le tracce del poeta sulla terra: «e sono sempre tracce di martirio e di solitudine». La poetessa si descrive come una nave che viaggia sola e «sente tutte le tempeste». Tuttavia il suo è un viaggio interiore, che l’ha spinta nella profondità degli abissi senza riuscire a smuoverla dalla sua terra: la Merini arriva ad augurarsi vivamente di potervi morire. E se la solitudine poteva spaventarla, la morte non sapeva farlo, perché «essa viveva con lei nelle tenebre / e a tratti diventava luce».
Il nostro addio commosso alla Merini, una delle poetesse più grandi della contemporaneità, non può che chiudersi con una sua lirica, riproponendo i versi conclusivi di Padre mio che Alda immagina pronunciati da Turoldo:
La morte, Alda,
è un impero di angeli
che precipita sul cuore.
Il fuoco ha invaso le mie mani.
Non sapevo che il corpo
potesse avere arterie
di fuoco e di beatitudine.
E da qui ti guardo,
da ogni luogo in cui tu respiri.
Anche se non credi,
io ti porterò con me
sulla cima dell’universo
dove tu potrai vedere
le tempeste della tua vita.
E scoprirai quel giorno
che Dio fa una cosa sola:
disperde il nostro profumo
nell’infinito
per dare vita al Suo respiro.
E di certo il profumo della sua poesia non smetterà mai avvolgerci.
Alda Merini, Padre mio
Edizioni Frassinelli, Milano 2009 (Poesie)