Editors “In this light and on this evening”
di Stefano Aicardi - 04/11/2009
Quando si poteva parlare davvero di new-wave, era già chiaro uno scontro tra due tendenze che trent’anni dopo sarebbero state riprodotte con fedeltà paradossale. Da un lato l’intellettualismo chitarristico e scintillante ma in sostanza inaccessibile dei Television, una “europeizzazione” provocatoria della cultura americana. Dall’altra la scrittura gonfia di pathos, per quanto musicalmente razionale e controllata, di Kraftwerk, Joy Division, OMD: una qualità del tutto europea, alimentata dalla preferenza per il sintetizzatore rispetto alla chitarra. La barriera tra queste scritture, anche nel calderone “new-wave” d’insieme, è sempre stata piuttosto netta e in una certa misura è durata fino ad oggi. Anche per questo, al di là delle discussioni sul talento dei singoli, riprodurre oggi la new-wave non è altro che piazzarsi in una o nell’altra direzione, solo più agevolmente.
Un vantaggio, semmai, è che avendo un suono per così dire già “programmato”, ci si potrebbe concentrare più facilmente sulla qualità intrinseca del songwriting. Questo è infatti ciò che ha messo gli Editors, fino ad oggi, su un livello sostanzialmente superiore rispetto ai vari Interpol, Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs o Kings of Leon. Il grado zero dell’originalità, della tecnica di produzione, della ricerca sonora, è almeno nel caso del quartetto guidato da Tom Smith e Chris Urbanowicz abbondantemente compensato dalle doti melodiche e dall’intensità espressiva, e anche album di passaggio come questo “In this light” ne sono una sostanziale conferma, nel bene e nel male.
Si è fatto soprattutto il nome dei Depeche Mode come riferimento per questo terzo album del gruppo, che con una mossa nemmeno troppo originale ha messo da parte le chitarre per incidere un album di elettronica densa e solenne, non banalmente “vintage”. Per i detrattori del gruppo, questo album è in fondo un bigino dell’elettronica degli ultimi 30 anni: brani come “Bricks and mortar”, “big exit” (col suo finale uscito direttamente da “Some great reward” dei Depeche Mode), la coralità e la batteria “sommersa” di “Eat raw meat=blood droll” prese di peso dai Cure di “Disintegration”, dimostrano come produrre in modo innovativo sia oggi un’impresa disperata. Flood, scelto dal gruppo per dare una mano di elettronica alle nuove composizioni, è del resto un veterano, e non ha problemi a richiamare alla mente addirittura gli U2 dei primi anni ’90 (“Like treasure” potrebbe essere benissimo uno scarto di “Achtung baby”).
Del modello Depeche Mode si prende in ogni caso il meglio e si evitano le frequenti cadute in pose eroiche e compiaciute. Viene in mente soprattutto uno dei pochi album nei quali i Depeche Mode hanno raggiunto un equilibrio tra drammaticità e sobrietà espressiva, “Ultra” del ’97.
Ciò che tiene insieme il disco, e gli dà un senso di autenticità, è senza dubbio l’intensità e il talento interpretativo del vocalist Tom Smith. Senza la sua bellissima, pastosa voce baritonale, “You don’t know love” si ridurrebbe a un pastiche degli OMD, nonostante la splendida melodia e un crescendo strumentale tipicamente Editors; ed è ancora questa vocalità ricca di belle sfumature a salvare dalla noia un brano lungo e confuso come “Boxer” o la conclusione corale di “Walk the fleet road”. Certo non si è ai livelli di compattezza e passionalità emotiva del precedente album, “An end has a start” del 2007; siamo semmai dalle parti del primo album (“The back room” del 2005), riletto in chiave elettronica ma con la stessa propensione a un suono rigoroso e commovente, estremamente chiuso in sé stesso ma allo stesso tempo di immediata presa comunicativa.
“In this light” è un disco di passaggio non completamente riuscito, frenato da un paio di brani nei quali il gruppo si lascia prendere un po’ troppo la mano dalla presenza del synth (“Bricks and mortar”, il mediocre singolo “Papillon”, “Big exit”) e non riesce a dare sostanza al potenziale della propria scrittura. Dalla loro parte però gli Editors hanno un enorme talento melodico che riesce a fare capolino anche in episodi troppo sperimentali per la vena del gruppo, e la citata qualità del frontman Smith. Ci sono ancora margini di crescita che potrebbero fare degli Editors dei giganti, a dispetto di una critica che continua a preferire l’inconsistenza più à la page di gruppi come Interpol o Bloc Party.