Si ammazzano tra loro
di Lucio Guadagno - 04/11/2009
La vicenda relativa al video dell’omicidio di Mariano Bacioterracino ha suscitato reazioni e riflessioni non soltanto per quanto concerne l’aspetto puramente “legalitario”, ma anche per una ragione strettamente culturale e sociologica.
Non è certamente questo filmato la testimonianza della malavita (non intesa come mafia) che quotidianamente si determina nel capoluogo partenopeo, la provincia e buona parte della Campania. Si potrebbe pertanto affermare che quel video è la prova visiva di quanto ormai, da molto tempo a questa parte, è stato scritto, raccontato, recitato; una sorta di traccia empirica che suscita emozioni disarmanti per un motivo semplicemente umano.
Si volta per guardare il suo assassino, il rapinatore della Sanità esperto nei buchi sottoterra che da una fogna vanno a finire direttamente nei caveau delle poste o delle banche, si volta perché sente chiamare il suo nome, magari anche per cognome, ancora più insolito ma rituale in occasioni come quella. Indossa un giubbino bianco, quasi per una drastica coincidenza, che all’altezza della spalla subito si tinge di rosso al primo sputo di rabbia omicida, che lo colpisce lì. Ha appena il tempo di mettervi sopra la mano destra, appena un attimo per provare dolore e rivedersi schiacciato sul viso il grigio quasi nero dei basalti sulla via Vergine. Chissà se l’ultimo proiettile sia stato quello letale, dietro la nuca; molto meglio se la morte l’aveva già dato il proprio mesto benvenuto. Chissà se si pensa dopo, morire senza avere nemmeno il tempo, quel poco insufficiente comunque, per prenderci almeno quel po’ di confidenza, con la morte, che permette all’inibizione quanto meno di dirle di andarsene a fanculo. Mariano Bacioterracino non ne ha avuto il tempo, ha sentito solo il suo nome.
La letteratura prima e il cinema poi hanno contribuito in massiccia misura nel rendere “socializzabile” l’idea o il concetto di “morte”. Il cinema soprattutto l’ha resa quasi una componente preponderante al concetto di show, condizionando di conseguenza i gusti e le aspettative del pubblico. I mafia – movies, thriller, gialli etc., forniscono una vastissima letteratura in cui è possibile ritrovare scene analoghe, ugualmente cruente e, per tale motivo, la meraviglia sarebbe ingiustificata. Ovviamente la componente (non trascurabile) più “feconda”, che stimola e induce il cuore alla compassione, alla pietà, risiede nel realismo quotidiano che la scena rappresenta: un’esecuzione di camorra di cui gli articoli di nera, soprattutto nelle regioni di mafia, hanno innumerevolmente descritto e raccontato. L’autenticità di quanto osservato genera paura poiché ciò che è reale è vicino, tangibile, famigliare, vero, quindi non diventa difficile pensare che un evento simile possa verificarsi magari in propria presenza o di “gente comune”, così come il video ha ampiamente dimostrato. Ma Bacioterracino era un boss, o almeno così affermano le indagini ancora in corso. Tale peculiarità induce a compiere un ragionamento per certi versi banale: finché si ammazzano tra loro.
Molti omicidi, stragi, attentati, non soltanto di camorra, hanno lasciato senza vita anche i corpi di ignari innocenti, personaggi comuni che magari avevano già postulato tale suddetto ragionamento, definibilmente ingenuo. Quello stesso che accomuna i cittadini partenopei e della provincia, dell’agro e gran parte della Campania infelix. Il dramma sta propriamente in questo “snobismo” oltremodo incauto che spinge e alimenta la convivenza omertosa che in questo caso diviene connivenza.
L’atto di scavalcare un corpo senza vita ma ancora caldo, sanguinante o accertarsi dell’identità per poi lasciarlo lì dov’è, violando quel pudore umano che ha a che fare con il sentimento della compassione, in un territorio fortemente attaccato alla religiosità e ai riti, è un’immagine più sconfortante dello stesso omicidio. Un gesto metacomunicativo che, nonostante il suo “mutismo”, imprime una voce assordante a quel pensiero facilmente intuibile che richiama la paura. Paura di non sporcarsi, di non immischiarsi in situazioni che riguardano altra gente, un altro mondo. Attaccarsi al solito pensiero secondo cui chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni. Ma quel mondo, così lontano, apparentemente estraneo è un’ombra dai contorni incerti ma costante, una sentinella sempre sveglia, reattiva, sul chi va là.
Non si può vivere all’interno di un sistema sociale senza dover, immancabilmente, interagire con ognuna delle parti necessarie, in qualche modo, al funzionamento di quel dato sistema. Un po’ come le condanne a morte mafiose, la stessa eseguita nei confronti di Mariano Bacioterracino per una vicenda risalente all’84, quando il boss Moccia venne assassinato da un commando di cui, stando alle fonti giudiziare, si ritiene facesse parte anche la vittima. Ipotesi investigativa che si affianca ad un’altra, molto diversa, che invece segue la pista del delitto passionale. Quesiti da sottoporre magari al boia, identificato dagli inquirenti pochi giorni dopo la diffusione del filmato, che al momento però risulta “irreperibile”.
Gabriella Gribaudi in un saggio dal titolo: Donne, uomini, famiglie, affronta in modo storiografico le dinamiche culturali che stanno alla base di un’organizzazione criminale, il cosiddetto “clan”. Attraverso testimonianze dirette, documenti processuali, analizza la figura del killer, una figura importantissima all’interno della struttura criminale. Scrive Gribaudi: I valori di un killer sono gli stessi che studiamo sui libri di scuola a proposito dei cavalieri – guerrieri medievali: coraggio, onore e fedeltà. Essi sono soldati di un esercito illegale. (pg. 79, l’Ancora, 1999).
Interessanti le parole che giustificano il pentimento pronunciate da un killer di camorra, in seguito divenuto collaboratore di giustizia: Si è trattato di un problema di coscienza. Sono morte delle persone oneste… Il giorno di Pasqua io non ho avuto il coraggio di stare a tavola con mio figlio. (ibidem, pg.83)
Generalmente ciò su cui un killer conta, oltre alla propria arma, è l’anonimato assoluto; non possiede un volto, un corpo, è un fantasma, un esecutore che non lascia tracce (a parte le vittime), un soldato in battaglia per l’appunto. Aspetto che la Procura di Napoli non ha certamente sottovalutato. Un killer è una figura protetta da proprio clan, molto spesso sono uomini di fiducia dei capi e l’aver reso pubblico a tutto il mondo il volto, le sembianze e fattezze corporali, oltremodo nitide, presumibilmente genera l’effetto contrario: un uomo braccato è un pericolo soprattutto per chi gli sta intorno, dunque, va isolato.
Tra le dichiarazioni che i giornali hanno raccolto nei giorni successivi alla diffusione del video non è difficile leggere questa espressione: Ribellarsi? E a noi dopo chi ci protegge?
Sarebbe il caso che tale interrogativo non venga più considerato semplicemente un luogo comune.
Anche se una regola tacitamente condivisa impone di non rispondere ad una domanda con un’altra domanda, in questo caso si può provare a trasgredirla ponendone nuovamente una come risposta o reazione a quella poc’anzi riportata: perché in gran parte dei cittadini meridionali, nella loro percezione civica, legalitaria, politica, è tanto flebile la concezione dello Stato? Aspetto che si concretizza non tanto nella piccola, accettata infrazione, tolleranza per la devianza etc., ne sono solo conseguenze, ma principalmente si esprime attraverso la consapevolezza di far parte di un sistema sociale diversificato, per certi versi parallelo, con proprie regole, status, ruoli, del tutto differenti.
È quasi automatica, dopotutto, la spinta che dirige il pensiero verso altri interrogativi che, in modo ardito, cercano di giungere oltre, indirizzarsi all’analisi della sovrastruttura, tanto per citare Marx: la legalità è o può essere un concetto assoluto?