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Double Vision: quando la tecnologia batte la danza

di Sara Prandoni - 12/11/2009
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C’è sempre un afflato di riverenza nel parlare di personaggi che hanno scritto capitoli di storia della danza e che, in barba all’età ormai ragguardevole, continuano a calcare i palcoscenici di tutto il mondo con grande successo. Questo vale certamente per Carolyn Carlson, vera Signora della danza, ‘nomade tra i nomadi’ come ella stessa si definisce, in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano il 2 ottobre scorso con Double Vision, poema visivo e sonoro nato dal connubio creativo con l’architetto Naziha Mestaoui e il regista Yacine Ait Kaci, alias Electronic Shadow. Coreografia, arte visiva, musica e tecnologia a confronto.

Una fulgida scenografia di luci e immagini abita lo spazio, invadendolo come fosse essa stessa protagonista, e suggerisce tre momenti drammaturgici distinti: il “mondo che si vede” – quello naturale -, il “mondo che si produce” – quello dell’uomo civilizzato, emblematicamente simboleggiato da un virtuale viaggio in metropolitana -, e il “mondo che si immagina” – un aldilà trascendente e vagamente divino dalla forte connotazione cromatica rosso-bianco-nero. All’interno del gioco scenico la danza della Carlson cerca nei gesti similitudini con l’ambiente circostante, ma ciò che appare agli occhi dello spettatore è un tentativo non riuscito di trovare una simbiosi e un equilibrio tra l’elemento visivo e quello coreografico. L’allestimento scenico travalica infatti l’essere una semplice appendice per guadagnarsi una propria autonomia installativa e il corpo di Carlson appare a volte superfluo, relegato com’è in spazi ridotti, costretto a velocità innaturali e gesti inconcludenti per tenere il passo con gli abbaglianti giochi visivi. La presenza elegante ed eterea dell’interprete pare scomparire nella scenografia dipinta dalle immagini e mentre le arti si confondono, la coreografia esce sconfitta complici anche le musiche non pienamente organiche del contemporaneo Nicolas de Zorzi.

E se buona parte del pubblico applaude convinto, richiamando più volte la Carlson in proscenio, alcuni si domandano sin dove può arrivare la riverenza.

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