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La rielezione di Karzai e la “strana” democrazia afghana

di Stefano Berra - 12/11/2009
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Oltre un milione di voti truccati: su questo si basa la recente riconferma di Hamid Karzai come presidente dell’Afghanistan, dopo la rinuncia al ballottaggio da parte di Abdullah Abdullah, secondo candidato più votato tra i 38 che si presentavano. Non è un risultato di cui andare fieri per la missione NATO in Afghanistan, la cui ragione di vita è la difesa della democrazia. La strada che ha condotto alla riconferma di Karzai (il 2 novembre) è stata particolarmente tortuosa. Il 20 agosto 2009 si svolgono le elezioni presidenziali, subito caratterizzare da un clima molto teso. Le intimidazioni ai votanti da parte dei talebani sfociano in violenze diffuse, nell’uccisione di 31 civili e nella mancata apertura di 800 seggi su 7000, soprattutto nelle province meridionali di Helmand e Kandahar. Qui gli afghani hanno paura ad andare alle urne, e l’affluenza è bassissima, intorno al 5%.

Le prime prove di brogli emergono il giorno stesso, ma assumono sempre più consistenza col passare del tempo: voti comprati, votanti costretti con le armi, persone che votano più volte, schede compilate dalle commissioni elettorali, addirittura interi seggi “inventati” o seggi con più voti che elettori. Uno dei casi più clamorosi si verifica in una sezione di Kandahar: 1700 voti su 600 elettori. I responsabili dei brogli sono in minima parte gli uomini di Abdullah, ma soprattutto i sostenitori di Karzai. L’Indipendent Electoral Commission (IEC), organo che dovrebbe garantire la correttezza delle elezioni, è nelle mani di Karzai, che lo usa per garantirsi la vittoria in modo sistematico e senza pudori. Il risultato sono centinaia di migliaia di voti prodotti in modo da far superare al presidente la soglia del 50% dei consensi, che gli consentirebbe di essere eletto al primo turno.

hamid karzaiInizialmente l’ONU, attraverso il delegato speciale Kai Eide, dichiara l’elezione un successo, ma la mole abnorme di irregolarità trapela immediatamente. Supportata dai governi stranieri, a metà settembre L’Electoral Complaints Commission (ECC) impone all’IEC di effettuare controlli a campione, che confermano inevitabilmente l’incredibile numero di brogli. Il 14 settembre l’IEC aveva assegnato al presidente uscente il 54% dei voti, ma dopo circa un mese il risultato dei primi controlli appura la falsità di tale risultato, abbassando la cifra al 49% e suscitando l’ira di Karzai. Secondo la costituzione afghana nessun candidato può essere eletto presidente senza la maggioranza assoluta dei voti.

A fine ottobre Karzai viene convinto ad accettare il ballottaggio con Abdullah, scartata la possibilità di una condivisione del potere fra i due. Un ballottaggio significa organizzare nuove votazioni e chiedere agli afghani di sfidare di nuovo i talebani, con buone probabilità che la consultazione si risolva ancora tra i brogli. Infatti Abdullah chiede la riforma dell’IEC per garantire elezioni pulite, senza ottenere alcunché. Ritenendo assurda una seconda votazione nelle medesime condizioni, l’ex ministro degli esteri si ritira dalla competizione. Il ballottaggio con un solo candidato viene quindi cancellato e il 2 novembre Karzai viene nominato presidente, dopo oltre due mesi politicamente grotteschi.

Il mandato di Karzai è evidentemente privo di ogni legittimazione democratica, ottenuto attraverso il “furto” del voto degli afghani, e apre una serie di gravi problemi per il futuro dell’Afghanistan. L’appoggio internazionale per Karzai si fa sempre più incerto: Gordon Brown interpreta il pensiero di molti quando si chiede perché le truppe inglesi debbano continuare a proteggere un governo corrotto ed eletto tramite frode. Gli stessi USA continuano ad appoggiare Karzai soprattutto perché non vedono un’alternativa credibile, ma i progetti di aumentare la presenza militare per contrastare l’offensiva talebana potrebbero subire ripensamenti.

AbdullahAbdullahSoprattutto, Karzai ha perso praticamente ogni credibilità presso gli afghani stessi. Già prima dei brogli elettorali il suo governo era diventato sinonimo di corruzione, diffusa indiscriminatamente, dai ministri agli agenti della polizia. Nonostante le pressioni esterne non sembra che Karzai intenda cambiare rotta: ha rifiutato di riformare l’IEC e si appresta ad inserire nel suo governo diversi signori della guerra e sospetti trafficanti di droga, come il proprio vicepresidente Qasim Fahim e addirittura il fratello Ahmad Wali Karzai (l’uomo più importante nel Sud, epicentro dei brogli, a libro paga della CIA secondo il New York Times). L’idea di Karzai di uno stato centrale forte si è rivelata controproducente, sia perché ha alimentato la corruzione attraverso la gestione delle nomine dirette, sia perché ha alienato ulteriormente una popolazione estremamente frammentata, che richiederebbe strutture di potere più decentralizzate e localizzate. Per questi ed altri problemi gli afghani si trovano oggi più esposti al richiamo dell’insurrezione talebana, che guadagna sempre più terreno: recenti stime dell’intelligence americana ritengono che nell’ultimo anno i combattenti talebani siano aumentati del 25% circa.

Le elezioni-truffa ripropongono agli afghani un presidente delegittimato ed un ennesimo governo inefficiente e corrotto, privandoli inoltre della possibilità di esprimersi attraverso il voto. E’ difficile che la popolazione possa venire conquistata da un tale sistema “democratico”.

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