Zidane – Un ritratto del 21° secolo di Douglas Gordon e Philippe Parreno
di Mauro Mondello - 12/11/2009
23 aprile 2005. Stadio Santiago Bernabeu. Real Madrid – Villareal.
In scena non va un incontro di calcio, ma il ritratto di un uomo: Zinedine Zidane.
Sedici telecamere ad altissima definizione, due delle quali prestate alla produzione direttamente dalla Nasa, riprendono il giocatore francese di origine algerina per tutta la partita, ne seguono i movimenti, le espressioni, i colpi, le pochissime frasi che si concede.
Finisce 2-1 per il Real, ma la partita nemmeno la si vede, a dire il vero, la partita non è che poi interessi molto…
Ci vogliono almeno quindici minuti prima che l’occhio s’abitui, prima di prendere confidenza con le immagini, poi però, di colpo, ci si scopre rapiti dalle passeggiate solitarie di quest’uomo sullo schermo, che suda come un dannato, che pare fuori dal gioco, che sembra non accorgersi, e dunque non lasciarci accorgere, di avere intorno a sé 90.000 spettatori che lo osservano.
Philippe Parreno e Douglas Gordon, due artisti contemporanei abbastanza noti, francese il primo e scozzese il secondo, si sono lanciati in un’idea un po’ folle. E ce l’hanno fatta.
Zidane è un’opera (difficile etichettarlo come film, o peggio ancora come documentario) sontuosa, quasi impossibile dal punto di vista tecnico, che però con pazienza, avendo a disposizione una squadra di tecnici dell’altro mondo, riesce ad ottenere un risultato visivo strabiliante.
Lentamente, si resta ipnotizzati dall’azione del fuoriclasse franco-algerino, mentre le telecamere lo scrutano, dimenticandosi della partita. Si resta spesso, per lunghi, lunghissimi secondi, ad ammirare solo l’incedere delle sue scarpe, e si ha una sensazione di straniamento assoluto, di coinvolgimento ipnotico, appunto, rispetto alle immagini.
Il sonoro è parte integrante di questo avverinistico esperimento di cinematografia.
Alle emozionanti musiche dei Mogwai s’alterna il rumore dello stadio registrato in presa diretta, a volte senza filtri, altre concentrato sulla voce, minima e quasi mai espressa, di Zidane, altre ancora ponendo l’accento sui “suoni del calcio”.
Non è un lavoro per appassionati del pallone questo, anzi, chi fosse interessato alla partita nel suo senso classico potrebbe risultare mortificato dalla visione di Zidane, che è piuttosto un viaggio quasi onirico nel mondo personalissimo di un uomo, lasciatosi allo scoperto di un’abbacinante intimità.
Così diventa commovente scorgere le reazioni del giocatore col numero 5 sulle spalle, che all’inizio non vede mai la palla, non dice una parola, cammina e suda. Poi si risveglia, senza preavviso, prende il pallone e corre, dribbla, fa un assist perfetto per il gol, ma non esulta. Guarda la folla, soltanto un attimo, e se ne torna indietro, verso il centro del campo.
Ci viene così restituita l’immagine di un uomo che lavora, spogliato di ogni immaginaria divinazione, decontestualizzato, nel suo soggettivo.
Zinedine Zidane sembra volersi allontanare dalla partita, dai suoi compagni, scegliendo di isolarsi. Le telecamere c’immergono con prepotenza dentro la sua corsa, ci pare di essere lì, insieme a lui, ed allo stesso tempo, inconsciamente, ci si perde in un crescendo nel quale gli altri, tutto il resto attorno, il risultato, non interessano più.
L’astrazione è completa.
Come Zidane sul campo, siamo ormai fuori da ogni equilibrio precostituito, rapiti dai movimenti, dalle corse, dal respiro affannoso del protagonista. Che, come in un film, alla fine regala anche il colpo di scena. Perfetto. Sintesi definitiva del genio incontrollato del campione, della sua solitudine sul terreno di gioco, della tensione che ci accompagna dentro e fuori da lui stesso, in un rimando alieno.
“Quando, scendendo in campo, si sente, si avverte la folla, c’è un suono particolare, il suono del rumore. Quando si è concentrati sul gioco, non si sente più la folla, eppure si può quasi scegliere, ciò che si vuole sentire. Non si è mai soli…” – Zinedine Zidane