Quel bisticciaccio brutto a Montecitorio
di Francesca Parravicini - 15/11/2009
Litigare per niente, creare fratture dove non serve, sembra una prerogativa dei nostri politici. Da un po’ di tempo a questa parte pare aleggiare nel centrodestra una cappa di ansiogena tensione. Scorrono continuamente come un fiume in piena dichiarazioni diverse, che si sommergono, contraddicendosi anche quando arrivano dalla stessa fonte. È lo specchio di una realtà spaccata in più punti.
Il primo a dare segni di distacco è Fini. La dichiarazione, rilasciata più di un mese fa a Bruno Vespa, è molto eloquente: “talvolta accade che Berlusconi confonda la leadership con la monarchia assoluta”. Sintomo di un malessere che c’è, sintomo che a Berlusconi non è piaciuto per niente. Allo scopo di sanare questi diverbi la sera di mercoledì 10 Novembre si è tenuto un meeting tra Berlusconi, Fini e Bossi per discutere i nodi fondamentali della situazione politica, come la questione della giustizia, riportata alla luce con il dibattito sui processi Mills, Mediaset, Mondadori e le candidature della destra alle regionali. Un lungo incontro di due ore, infarcito di urla, polemiche, frecciatine, alla fine delle quali si è giunti ad un accordo riguardo alla durata dei processi, che non dovrà superare i sei anni complessivi. Come se no bastasse mercoledì scorso la maggioranza è andata sotto due volte nelle votazioni della riforma sulla finanziaria. Un quotidiano filo-berlusconiano (chissa quale) sostiene che Fini voglia fare le scarpe a Berlusconi, ma il diretto interessato nega, dichiarando che non desidera “fondare un partito” e che si tratta di una cosa che “non ha senso, che mi fa ridere”. Ad aprire ulteriori squarci ci sono poi le recenti vicende del sottosegretario all’economia e coordinatore campano del Pdl, Nicola Cosentino, accusato di essere implicato in poco puliti rapporti con la camorra. Se da Berlusconi arriva solidarietà all’imputato, “tieni duro e vai avanti”, da Fini giunge un monito deciso, stridente rispetto alle dichiarazioni del premier, che così definisce la ricandidatura di Cosentino in Campania: “non è più nel novero delle cose possibili”.
Questo succede nel Pdl. Ma nel Pd? Bersani punta ad organizzare un partito all’insegna della “gestione plurale”, offrendo a Franceschini l’incarico di capogruppo alla Camera. Quest’ultimo ha accettato, aspettando però di ufficializzarla. In stallo è anche la posizione di Rosy Bindi, favorita nella presidenza dell’assemblea del Pd e che però non vuole rinunciare al ruolo di vicepresidente della Camera. Si deve formare un quadro chiaro all’interno del partito, dare una direzione. Una direzione nuova è quella che sembra essere intenzionato a dare Rutelli, con un nuovo partito (ne avevamo veramente bisogno?), “Alleanza per l’Italia”, che dovrebbe raccogliere fuoriusciti dal Pd e dall’Idv allo scopo di formare un nuovo centro, perché “il Pd è andato a sinistra”.
Viviamo un momento di profondo spaccamento politico insomma. A maggioranza ed opposizione che non vogliono dialogare si aggiungono i moti fratricidi all’interno di un singolo schieramento. Sembra ci si diverta a sfasciare le cose dall’interno. Ma ogni scontro è una scontro civile. Distruggere i propri avversari, ma anche i propri alleati (o entrambi) sarebbe la cosa più deleteria possibile, in un clima da guerra fredda, dove ognuno vive cementato nelle proprie convinzioni. Abbattere il muro per comunicare e non urlarsi in faccia sarebbe cosa buona e giusta.