Le
Rubriche
di
Nokoss
ARTE & CULTURA Mixture
Pareva manzo e invece era un igloo
CANADIAN BEACON
Le divagazioni di un'italianista a Toronto, Ontario
CRITICA CINEMATOGRAFICA Stalker
Picnic sul ciglio del cinema

Siamo nati con lei, moriremo con lei

di Lucio Guadagno - 17/11/2009
forza-mafia

Raffaele Cutolo è stato una figura “rivoluzionaria” della camorra. Un motivo risiede nella rifondazione dell’intero sistema criminale attuata instaurando una struttura piramidale simile a quella già consolidata da tempo nella mafia. La differenza tra le due grandi “correnti” criminali consiste soprattutto in questo, “i camorristi” hanno la consapevolezza errata di essere, ogn’uno di loro singolarmente, un capo in grado di prevalere sugli altri, ad ogni costo, con ogni mezzo. I mafiosi, al contrario, hanno la convinzione della superiorità “culturale” del capo, accettano l’idea di leadership verso la quale protendere, sotto la quale ripararsi. Da queste due diverse concezioni scaturiscono due opposti approcci, come dire, devianti. La camorra potrebbe essere paragonata, o almeno il pattern culturale sul quale si fonda, alla teoria hobbesiana dell’homo homini lupus, una guerra scontata e continua di tutti contro tutti, scandita da qualche ipocrita momento di pace. L’altra, quella mafiosa, possiede una fortissima identità culturale, è una società istituzionalizzata simile ad uno stato vero e proprio, in cui vigono rigorosi dettami “patriottici”. I mafiosi pensano: “noi uniti” contro un qualsivoglia nemico, a volte lo Stato, ma quello ricorrente è rappresentato semplicemente da un principio base dell’ideologia comunista: l’uguaglianza di tutti gli uomini. Gli abitanti della terra sono uguali fisiologicamente e già questo basterebbe (o dovrebbe) di per sé a fare in modo che quei principi etici e morali (non religiosi) valgano, quindi, per tutti. Il cammorrista invece pensa in modo estremamente egoistico, segue primariamente il suo istinto di sopravvivenza. Si potrebbe, dunque, definirle in questo modo: la mafia vive, la camorra sopravvive. I sistemi criminali (definirle associazioni, di fatto, rappresenta un errore sia culturale sia storico) si oppongono a questo principio, il mafioso, l’amico, non sono uguali agli altri e, per questo, non ricevono mai lo stesso trattamento di un povero “cristo” qualunque. Durante la florida era borbonica il meridione ha rappresentato l’unico reale Stato, il resto d’Italia non era altro che un frastagliato insieme di piccoli staterelli che si facevano la guerra di continuo. Non esistevano a quel tempo né la mafia né la camorra né la ndrangheta, non ce n’era affatto bisogno. L’unico padrone assoluto era il Re e riscuoteva un ampissimo consenso, soprattutto tra i contadini. In che periodo si è sviluppato il fenomeno cosiddetto mafioso? Subito dopo l’unità d’Italia. Il despota nordista appartenente alla stirpe reale sabauda usurpò senza alcun diritto quei territori strappati non ai francesi, ma ai contadini. Il Re pochi anni prima, con un regio decreto, aveva provveduto ad una ridistribuzione di terre ai contadini, in pratica nel meridione non esistevano braccianti che non avessero, ovviamente anche in regime di corvè, un terreno da coltivare. E in quale aspetto si danno più da fare i neonati sistemi criminali? Nell’intercessione presso i padroni affinché diventassero i destinatari di concessioni fondiarie. La mafia è storicamente un fenomeno contadino. La camorra ha un’origine molto diversa in quanto Napoli era la capitale del regno. Una città densamente popolata in cui non mancavano di certo personaggi famosi per le loro “guape” velleità. Caratteristica che tutti i boss camorristici hanno conservato. Se il guappo subiva un affronto doveva accoltellarti e soprattutto farlo sapere a tutti. La camorra, pertanto, è un fenomeno cittadino che basa la propria forza culturale sul riconoscimento sociale da parte dei componenti del gruppo di riferimento, in questo caso un quartiere o, molto spesso, la città. La mafia invece non ha bisogno di tale riconoscimento che faccia da “collante” culturale. La mafia esiste in quanto società segreta. Il camorrista è un parassita che galleggia sulla società, il mafioso ne è parte attiva e cerca, si industria, lavora affinché possano cooperare.

Il ventennio fascista annientò letteralmente la criminalità. Nei racconti degli attuali ottuogenari è ricorrente l’espressione: “in quegli anni potevi dormire o uscire lasciando le porte aperte, camminare per strada con i soldi attaccati addosso tanto nessuno si sognava di toccarti”. Appare banalmente scontato, le manganellate, torture, olio di ricino, carcere e esilio rappresentavano certamente un validissimo ed efficace deterrente. Ma la violenza in generale lo è. Il grande caos degli anni postbellici rappresentò senza dubbio un terreno fertile sul quale affondare le proprie avare e avide radici e proliferare, crescere, reinsediarsi nel proprio habitat dopo esservi stati snaturati in modo cruento. E in questo si trovarono (i mafiosi ovviamente) inaspettatamente coadiuvati dalla nazione più ricca e all’avanguardia del mondo, vincitrice della guerra e portatrice di libertà. La mafia, così come fanno le donne di Honolulu ai turisti che sbarcano dall’aereo, pose collane di fiori d’arancio al collo dei più alti ufficiali dell’esercito americano dando loro il benvenuto. E, come se non bastasse, assegnò cattedre di insegnamento ai boss italo – americani e non solo, detenuti nelle carceri americane, negli atenei del crimine napoletano che erano, come dire, rimasti un pò isolati e oltremodo “vacanti” negli ultimi venti anni. Luky Luciano divenne quindi il rettore e profuse scienza ai guappetielli partenopei istruendoli su diverse è più fruttuose modalità di azione e di insediamento effettivo sul territorio. Questo, non c’è che dire, lo dobbiamo ai siciliani. Cutolo è stato uno studente modello. Forse il primo e di certo non l’unico, Bardellino e company docet. Laureatosi a pieni voti ha preteso subito, giustamente, di applicare quanto aveva così bene appreso. Ma è stato proprio il suo egocentrismo, peculiarità (purtroppo per lui) inscindibile dall’estrazione di provenienza, a tradirlo. E pensare che ci era riuscito, seppur per poco, a verticizzare quell’ammasso di cafuncielli, educarli verso la causa comune di cui però soltanto lui ne deteneva di diritto la podestà. Si è fidato dello Stato, la mafia ne ha sempre diffidato, ma ponendosi come unico referente assoluto, rappresentando e in tal modo celebrando la propria potenza.

A parte le differenze tra le varie mafie del meridione ciò che preme sottolineare è la direzione comune che seguono: la sopraffazione. Uno stato di diritto dovrebbe aprioristicamente imporre il principio di comunità intesa come cooperazione di unità e mutua assistenza. L’Italia è una nazione così particolare dal punto di vista storico che un tale principio è imperseguibile e la storia lo dimostra anzi, ce lo sbatte sul muso. E’ inutile che dicano: “I vostri voti non li vogliamo”, chi può crederci se fino a un anno fa li volevate e li avete presi, cornuti e contenti? Come può essere credibile una lotta fatta di finti ninnoli? E’ un dato di fatto: la gente del sud si fida molto di più della propria mafia che del proprio Stato. E’ disposta per tanto a rischiare (o per nulla) più per la propria mafia che per la patria. L’Italia non ha un sogno da vendere all’estero. Non ha padri fondatori degni d’esser ricordati. Qui nulla è possibile. Prendersela con lo Stato è qualunquista, lo Stato non esiste se non in virtù di quel patto sociale di cui parlava Rousseau. Lo Stato è fatto dagli uomini. Granovetter, sociologo del lavoro, parlava di reticoli o network come base di trasmissione culturale della società. Quegli stessi reticoli sono stati e sono tutt’ora utilizzati dai clan mafiosi o camorristici per muoversi nella società. L’accusa dunque è rivolta agli uomini, quegli uomini dalle mani sporche che continuano a nasconderle nelle tasche, con le quali continuano a spostare denaro e a stringerne altre per suggellare patti o alleanze, che accarezzano culi e gambe dalla pelle bianca. Se a governare (in senso antropologico) questa nazione ha contribuito attivamente anche la criminalità organizzata, come si può pretendere che attraverso così blandi sistemi si possa in qualche modo combatterla e sconfiggerla? I martiri e i santi sono stati beatificati poiché la loro morte ha contribuito fortemente al processo di evangelizzazione dei popoli, principio (speculativo al pari di quello capitalistico) su cui si fonda la Chiesa. Purtroppo nel raggiungimento dei grandi ideali ci rimettono sempre i più piccoli. Siani e Impastato erano piccoli, Falcone, Chinnici, Costa, Terranova, Borsellino erano piccoli, Don Peppino Diana e Don Pino Puglisi, troppo piccoli, così come tutti i morti colpevoli della loro “piccolezza”. L’Italia ha una corruzione molto elevata, un sistema di scambi fortemente clientelare, chissà i mafiosi da dove avranno appreso le loro modalità di azione. Quando Craxi venne interrogato dall’allora pm Di Pietro, alla domanda “Lei cosa sapeva di questo sistema di favori? Craxi rispose che lo sapeva da sempre e che la politica in questo paese sin dall’inizio della prima repubblica aveva proceduto in quella direzione, seguendo quelle regole; mentre fuori c’era la gente ad attenderlo per lanciargli le monetine in segno di protesta e diniego per quanto visto e sentito dai tg. Ma poi corsero tutti sullo stesso posto, dopo un pò, per riprendersele.

Dopo lo scandalo di tangentopoli, forse in virtù di qualche remissivo disegno divino, c’è stato l’avvento (politico s’intende poiché quello culturale era avvenuto qualche anno prima) di Berlusconi nella politica. Si è notata da subito l’impostazione markettara della sua propaganda, sempre pronta a cavalcare i bisogni sociali o intenta a crearne di nuovi. Lo testimoniano le transumanze verificatesi dal ‘94 tutte come unica meta il partito del Cavaliere.

Mentre tutto ciò si consumava, intanto in un piccolo paesino dell’agroaversano, nella zona cosiddetta dei regi lagni, tra le paludi e le pianure coltivate a grano e adibite alla raccolta di fieno per le bufale, la mafia aveva eiaculato il proprio seme che aveva generato figli. Questi siculo – casertani, o meglio, siculi – casagliesi, un popolo guerriero e arcigno, iniziò la sua conquista. Ovunque andassero vincevano e mettevano radici, prendevano quanto desideravano ma chiedendolo, temuti e amati da tutti. Ogn’uno di noi, noi casalesi, sanciprianesi, casapennesi, san marcellinesi, frignanesi, paretani, casalucesi, villadibrianesi (o frignanopiccolesi) aversani, giuglianesi, e anche qualche secondiglianese e napoletano gli piacerebbe, o già conosce, avere un casagliese per amico. Un casagliese per amico ha i suoi innumerevoli vantaggi. E infatti si chiamano casagliesi che fa rima, non a caso, con corleonesi. C’è un reato del codice di procedura penale per quanto concerne le associazioni a delinquere di stampo mafioso denominato concorso esterno. In pratica l’imputato ha tentato, attraverso regolare concorso, ad accedere ad un servizio di quello Stato, un regolare concorso. Che reato è? Ha bussato con discrezione e l’hanno aperto. Giovanni Falcone in un’intervista disse: “La mafia è un fatto umano e come ogni fatto umano ha un inizio e una fine”. I grandi sistemi culturali della storia, ad esempio l’impero romano e la latinità, sono stati sgretolati dal consolidarsi, nella mente dei cittadini, abitanti della terra, di valori e dettami morali e etici completamente opposti, diversi, che sconfessarono un certo tipo di concezione, approccio alla realtà. In breve: la gente smise di credere che esistessero gli dei e che pecunia non olet o che il sesso e il vino fossero i piaceri della vita. Divennero cristiani e disprezzarono il loro corpo la propria vita umana.

In sessant’anni di storia della repubblica, fatta di intrighi e inganni, pressioni e malefatte, misteri, omicidi e soprattutto avidità, se ne sono pertanto formate già tre (di repubbliche s’intende). Non sono forse un pò troppe? Nella realtà dei super eroi in cui o fai qualcosa di epico o altrimenti non hai nulla di interessante, utile a farti ricordare, c’è anche chi ha detto che tutti avremo i nostri quindici minuti di celebrità. Oppure: ci sono i buoni e i cattivi tu da che parte stai? Eradsmo da Rotterdham ricorda che un giorno la Follia gli disse: “Non esistono uomini definibili buoni, soltanto Dio lo è”. Ma Dio è morto.

Gli
Archivi
di
Nokoss

Cerca nel sito: