Air “Love 2″
di Stefano Aicardi - 19/11/2009
Davvero una strana bestia, gli Air. Ogni volta che si pensa di averli “persi” (ma anche capiti) definitivamente, Dunckel e Godin se ne escono con un disco spiazzante. Certo non siamo più nel 2001, quando un lavoro sconcertante come “10.000 hz legend” poteva essere accolto con polemiche anche violente. Si sono succedute nel decennio molte altre “next big things”, anche se negli ultimi anni ben poche novità discografiche hanno prodotto quel senso di stupore che nei primi mesi del 1998 era irradiato dalle note di “Moon safari” e dei suoi singoli (e relativi videoclip).
Un album degli Air insomma oggi non fa notizia come un tempo, anche perché il duo francese, negli ultimi anni, si è piegato verso una scrittura compressa e involuta, con uno spazio eccessivo assegnato a testi non proprio brillanti e a interpretazioni vocali a dir poco leziose. Il precedente disco, “Pocket symphony” del 2007, coglieva in questo senso il duo in un momento di stanchezza, anche se l’intento di applicare un suono minimale ed orientale (nello specifico strumenti giapponesi) al celebrato melodismo di marca Air poteva sulla carta funzionare (come dimenticare “Alone in Kyoto” il memorabile contributo “debussiano” alla colonna sonora di “Lost in Translation”?).
Afferrata la lezione, quindi, gli Air dànno vita per contrasto a una sorta di saggio di produzione e timbrica dei sintetizzatori, che da un certo punto di vista richiama gruppi più sperimentali come i Matmos. Le parti vocali hanno meno peso che negli ultimi dischi, tornano a prevalere gli strumentali e viene messo un freno alle banalità sentimentali.
In parallelo, viene tenuta sotto controllo la tendenza a impantanarsi in velleità “notturne” e atmosferiche: la sola, evitabilissima “So light is her footfall” richiama il suono greve degli ultimi due album e del terribile “City” (album registrato in collaborazione con Alessandro Baricco e certamente tra le cose peggiori mai incise dal gruppo). Per il resto tutto funziona con intelligenza e una freschezza sperimentale che dà forza anche a melodie a volte trite, come lo strasentito riff da colonna sonora di 007 in “Be a bee”.
“Love 2” è forse l’album più “tedesco-brasiliano” mai registrato da Dunckel e Godin. A livello di suono “kraut”, siamo più dalle parti dei Cluster che dei Neu!, anche se in effetti non ci sono mai state così tante chitarre e distorsioni in un disco degli Air.
La qualità “brasiliana” del disco sta invece nella scelta delle timbriche dei synth e in un suono d’insieme cromato, luminoso, cangiante. “Love” è uno splendido esperimento di bossa nova virata pop fine anni ’70, tra cambi di accordo e sequenze ritmiche che usando una sinestesia potrebbero richiamare alla mente le sfumature (ma anche l’oscurità di fondo) di un verde sudamericano. La stessa “Tropical disease” inizia con un irritante sassofono per poi cambiare radicalmente strada e lanciarsi in Moog e programmazioni di synth come se piovesse. C’è anche spazio in molti pezzi per il classico accompagnamento sognante e dilatato di tastiere tipico dei primissimi Air, quelli dei singoli raccolti in “Premiers symptomes”.
Se è vero che non tutto funziona (12 pezzi sono forse troppi, la citata “Footfall” è un bozzetto imbarazzante e il singolo “Sing sang sung” riproduce il lato più infantilmente stucchevole del duo), in “Love 2” c’è però moltissima carne al fuoco, un suono ben equilibrato tra impareggiabili aperture melodiche e reminescenze degli esperimenti che furono: “Do the joy” apre il disco riassumendo idealmente tutti i tipi di suono assunti dagli Air negli anni, e “Missing the light of the day” è uno stupefacente incrocio di variazioni armoniche e ritmiche di plastilina.
Gli Air sono insomma un gruppo da un lato molto rigoroso nei propri intenti, dall’altra troppo discontinuo per convincere fino in fondo; quando però riescono a trovare la giusta dimensione produttiva, i risultati sono sempre memorabili.