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La Perla del Tirreno

di Il Duca Nicio - 23/11/2009
27062009

Quando ero piccolo le vacanze duravano tantissimo: a metà giugno finiva la scuola, si salutavano tutti i compagni, quasi consapevoli che di lì a due mesi ci si sarebbe ritrovati un po’ cambiati, più cresciuti. Tempo pochi giorni si caricava la macchina, si dava un bacio a chi restava e si partiva per il sud. Fino a settembre.
Si andava a casa dei nonni, a Maratea, in Lucania. Si dormiva in 4-5 in una stanza, tutti insieme. Ogni giorno al mare, a godere di giornate allo iodio; un mare dalle acque cristalline, acque solcate dall’uomo fin dall’antichità, un mare il cui fondale conserva uno dei più ricchi giacimenti di anfore ed ancore di Età Romana. Un mare blu profondo in alcuni punti e verde di flora marittima in altri, le acque più belle di tutto il Mediterraneo, cantate da Cesare Pavese e consacrate da Indro Montanelli. Un mare sacro e profano nello stesso tempo, acque che muovono migliaia di anni di storia, di traversate con navi di legno prima e con barche in vetroresina oggi. Acque calde in estate e gelide d’inverno, acque meravigliosamente ipnotiche se osservate, nei loro movimenti di corrente, dal monte S. Biagio che le sovrasta. Acque che profumano di mare vero, quel mare che apre le narici e i polmoni, che ti permette di inalare tutto il suo iodio e i suoi profumi di salsedine, vento africano, pini marittimi, finocchio selvatico, pescato fresco. L’orizzonte che impedisce la nitida distinzione della sua linea, perfettamente mimetizzata tra la fine delle acque e l’inizio dei cieli; a volte sembra di vedere l’Isola di Santo Janni sospesa negli spazi cobalto del cielo. Un mare spesso piatto come una tavola, così pulito che quasi verrebbe voglia di abbeverarsi in esso.

Un luogo dove si parla un dialetto vario, storicamente radicato al mondo ellenico e latino, addirittura al mondo arabo e spagnolo, nonché alle numerose popolazioni locali che colonizzarono queste terre, come gli Osci. Un luogo dove il cibo è, come voleva il nonno, “più sano e più buono”. Dove si pesca tanto e bene, dove si mangiano le verdure degli orti e le carni delle bestie dei cortili, dove i formaggi si fanno ancora in casa, così come la pasta. Dove l’acqua si va a riempire alla fonte, il rosmarino si coglie dai cespugli e il finocchio cresce persino tra le pietre arse dal sole. Dove le patelle si possono ancora mangiare crude, staccandole con le dita direttamente dagli scogli, succhiandone il contenuto; dove piccoli pesciolini ti infastidiscono pizzicandoti le gambe mentre nuoti in quella limpidezza, incontrando talvolta delle gelide correnti d’acqua dolce che sfociano nelle numerose cale della costa. Un luogo d’importanza storico-geologica superiore, grazie alle numerosissime grotte marine e terrestri che regalano fossili e reperti preistorici ed archeologici, nonché scenari mozzafiato direttamente da milioni d’anni fa. Un luogo dove nel mare puoi veder tuffarsi, quasi a volerne baciare le acque, S1030829verdi montagne, macchie mediterranee spezzate nei loro colori solo dalle grigie pietre. Un luogo che puoi ammirare dalla sommità dei suoi piccoli monti, scoprendo ogni volta un particolare diverso nella meraviglia che si staglia davanti agli occhi. Un luogo dove l’unica colonna sonora di cui hai bisogno è composta dal canto dei grilli, costante durante il giorno, e dal gracchiare delle rane, durante la notte. Orchestra consolidata che da migliaia d’anni allieta le vite di chi ha la fortuna di capitare in un posto come questo.

A Maratea mare e montagna vanno perfettamente d’accordo: si sposano in piccole spiagge petrose, spesso irraggiungibili se non via mare, da cui si può risalire sui costoni dei monti, fino sul crinale e giù dall’altra parte, dove sembra che le acque saline vengano dimenticate, facendo spazio ad un clima decisamente più montano. Natura ed opera dell’uomo si incontrano nel Borgo antico, giù fino al Porto e alle frazioni marittime, regalando agli occhi la bellezza dei ruderi delle antiche torri d’avvistamento e delle case arroccate sul fianco del Monte S. Biagio; su, verso il Castello e nelle frazioni montane, dove il tempo sembra fermo al primo dopoguerra, dove le donne anziane lavano i panni al lavatoio trasportandoli in pesanti cestoni sulla sommità del capo. 4 km in linea d’aria dal mare, che paiono esser molti di più. Dal calore della costa al calore delle stufe.

La perla del Tirreno. 32 km di costa meravigliosamente variegata, dove la natura si fonde perfettamente in terra, mare e cielo, regalando agli occhi degli uomini uno spettacolo dei più incantevoli che si possano ammirare, uno di quegli spettacoli che ti avvicinano meravigliosamente ad una perfetta idea di Creato.
S1032114Una perla che rischia di diventare uno sconcertante aborto marittimo, stando alle dichiarazioni del pentito della ‘ndrangheta, Francesco Fonti. Afferma d’aver personalmente affondato numerose navi, in collaborazione con la famiglia Muto e la famiglia Iamonte; in particolare si riferisce a 3 relitti: la Cunsky affondata a largo di Cetraro (CS), la Voriais Sporadais a largo di Melito Porto Salvo (RC) e la Yvonne A, 15 miglia a largo di Maratea (PZ).

Perché la ‘ndrangheta affonda queste navi, trasportanti rifiuti tossici e radioattivi? Sono rifiuti pericolosi, che in Italia non è possibile smaltire né legalmente né illegalmente; i netturbini della mafia li caricano sulle navi e li affondano in mare. Navi a perdere, così vengono chiamate: in questo modo “smaltiscono” i rifiuti, ed intascano i soldi dell’assicurazione; un gioco semplicissimo e geniale. Ad oggi sarebbero una quarantina le navi a perdere sul fondo del Mediterraneo. Oggi in queste zone d’Italia la probabilità di morire di tumore è raddoppiata rispetto a 10 anni fa, complici l’inquinamento tossico e l’assistenza sanitaria terzomondista. Come è possibile che alle nuove rilevazioni si trovino tracce di Cesio 137 e di mercurio? Come è possibile l’aumento di 6 gradi della temperatura al suolo?

Per la prima volta, a Cetraro è stata la popolazione a chiedere chiarimenti, radunandosi in una manifestazione popolare ad Amantea, cosa che raramente è possibile vedere in Calabria. Va inoltre detto che Legambiente denuncia da 15 anni la presenza di relitti “pericolosi” al largo delle coste tirreniche. Le indagini del Ministero dell’Ambiente hanno però smentito che il relitto trovato a largo di Cetraro sia pericoloso: pare piuttosto una nave passeggeri affondata nel 1917, la “Catania”. Un relitto come tanti. La Procura di Paola insiste per recuperare quel relitto, perchè non vi è la certezza (osservando le foto subacquee e le rilevazioni radar) che sia innocuo. Il Ministero dell’Ambiente ha inviato in zona una nave, la Mare Oceano, con lo scopo di scandagliare i fondali incriminati alla ricerca di relitti. Fotografie dimostrerebbero, secondo il Ministero, che il relitto a largo di Cetraro sia appunto una vecchia nave passeggeri, ma dimostrerebbero anche, secondo la Procura, che: “le cime dello scafo sembrano troppo nuove per essere quelle di una nave affondata agli inizi del secolo”. I robot sottomarini evidenziano inoltre la presenza di cilindri schiacciati a circa 500 S1032430m di profondità. Il caso, nonostante ciò, viene chiuso, lasciando spazio a molti interrogativi. Grossi interrogativi.
Questo, in breve, per la costa calabrese.

La costa di Maratea è invece un discorso a parte. Va indicato in primis che la Basilicata è nella cosiddetta “terra di nessuno” per quanto riguarda la mafia: la camorra della bassa Campania, la ‘ndrangheta calabrese e, ad est, la sacra corona unita, si dividono blandamente il territorio. Far affondare una nave, come emerso dalle dichiarazioni del pentito Fonti, a largo della Basilicata, sia sul versante ionico che su quello tirrenico, non è mai stato un problema. Esplosivo militare proveniente dall’Olanda e motoscafi d’altura i mezzi necessari. Il potere del malaffare in Basilicata in verità è sempre stato rappresentato dalla cattiva gestione politica del territorio e delle risorse, gettando soldi al vento (o nelle tasche dei dirigenti di turno), riducendo questa meravigliosa terra all’osso, buona solo a partorire uomini e donne con la valigia in mano. La mentalità popolare del “che vuoi farci” ha inoltre appesantito la situazione, azzerando la voglia di riscatto della popolazione lucana che storicamente s’è vista sempre prevaricare dal potere di turno: spagnoli, francesi, piemontesi e ora lo Stato che non esiste, che ingrassa pochi e rovina molti. Una regione che non conosce riscatto sociale, dimenticata inoltre dalla maggior parte degli italiani, dai media, dalla politica. Proprio questo suo status di “terra di nessuno” ha probabilmente candidato la Basilicata, nell’arco degli anni, a luogo perfetto per i traffici internazionali e lo smaltimento di sostanze pericolose. D’altra parte in qualche modo bisognerà smaltire quel 70% di rifiuti tossici prodotti dal nostro paese, ed è noto che in questo le mafie sono assolutamente i migliori netturbini possibili: puliscono dai rifiuti e dalle informazioni puzzolenti che questi emanano, lo hanno fatto per anni. Il Centro Enea Trisaia di Rotondella (MT) è noto abbia affidato alla ‘ndrangheta, alla fine degli S1032497anni ‘80, lo smaltimento (parliamo di 100 fusti di scorie) dei rifiuti tossici che, caricati su navi vicino Pisticci, non sono mai più ricomparsi.
Scarico di rifiuti in Somalia pagati con soldi ed armi? Potrebbe essere, secondo le ricostruzioni; ma va tenuto conto del silenzio assordante che da sempre avvolge la questione smaltimento rifiuti: storie di intelligence internazionale, eco-mafie e ribelli somali. Nel mezzo, la popolazione lucana e calabra. Lo stesso pentito Fonti parla di un coinvolgimento del Sismi e del Mossad nello smaltimento illegale dei rifiuti. Esiste quindi una trattativa mafia-Stato in Basilicata? Anche secondo Leoluca Orlando (IDV) non può che essere stato così all’epoca dei fatti (fine anni ‘80 primi anni ‘90).

Nel 2003, per confermare la Basilicata come spazzatura tossica d’Italia, l’idea del governo Berlusconi di realizzare a Scanzano Ionico (MT) un deposito nazionale per le scorie nucleari. Tecnicamente e geologicamente non esiste in Italia un posto migliore, oppure la “terra di nessuno” conferma così il suo status quo, nonché le affermazioni di Fonti sulla collusione Stato-mafia in materia di rifiuti?

Ma torniamo alle navi dei veleni: pare che la nave affondata alla fine del 1992 a largo di Maratea, la Yvonne A, contenga 150 fusti di fanghi radioattivi provenienti dalla Norvegia. Effettivamente le rilevazioni oceanografiche fanno emergere la presenza di una massa sospetta 13 miglia a largo della città di Maratea, a circa 800 m di profondità. Il Ministero dell’Ambiente, sotto la pressione della Procura di Lagonegro, del Comune di Maratea, della Provincia di Potenza e delle associazioni come Legambiente e WWF, ha inviato la nave Astrea per scandagliare rigorosamente i fondali alla ricerca del pericoloso relitto. Incredibilmente anche i pescatori operanti in questo tratto di costa hanno fatto pressioni per ottenere chiarezza. Il PM titolare dell’inchiesta, Francesco Greco della procura di Lagonegro, è della corrente “no allarmismi”, anche se vuole andare a fondo nella questione; scontrandosi apertamente con il collega di Paola, Bruno Giordano, sulla gestione delle indagini e nel rapporto con i media, Greco manifesta un cauto allarmismo: “a Maratea di rifiuti radioattivi non ce ne sono. Se poi le indagini mi daranno torto, ammetterò l’errore, ma nel frattempo non avrò fatto del male a nessuno”. Certamente non più male di quanto ne hanno potuto già fare le eventuali scorie che riposano sul fondale marino; anche solo dal punto di vista economico, visto il crollo dell’80% mercato del pesce. Nonostante questi sospetti, va evidenziata la totale mancanza di mobilitazione sociale da parte della popolazione lucana (crollo del mercato ittico a parte). Cosa c’è al largo della perla del Tirreno? Perchè nessuno ne parla? Politici locali, parlamentari, persino il Ministro Prestigiacomo, minimizzano sulla questione, cercando di placare gli allarmismi.

C’è da dire che ciò che emerge soltanto oggi, grazie al lavoro delle procure e dei pochi giornalisti, è in realtà noto da tempo alle autorità. Non solo: le dichiarazioni di Fonti risalgono al 2006; l’anno dopo venne commissionato dalla Regione Basilicata uno studio all’Istituto per l’ambiente marino costiero del Cnr, per ricavare una cartografia marina e costiera. Questo studio ufficiosamente doveva analizzare i fondali per trovare riscontro delle dichiarazioni del pentito. Venne stesa una splendida cartografia della zona e vennero evidenziate 7 macchie di natura ignota. Potrebbero essere rocce, ma una di queste è risultata essere molto simile a quella a largo di Cetraro (un relitto vero). Questo si sapeva nel 2007. Ancora, dopo due anni, nessuno può dire con certezza, a causa del totale lassismo istituzionale, se questo relitto a largo di Maratea sia la Yvonne A o meno.

Nessun allarmismo signor ministro, semplicemente chi dà aria alla bocca è perchè ha qualcosa da dire. Il silenzio istituzionale, quello sì che preoccupa ben più degli allarmismi. Perchè non viene permesso ad osservatori indipendenti di assistere alle operazioni di scandaglio dei fondali marittimi lucani?
Dal 2006 sono 31 milioni di tonnellate i rifiuti speciali scomparsi in Italia. Parliamo di un business di 7 miliardi di euro (Rapporto Ecomafia 2009). Sotterrati, affondati, consegnati all’estero insieme ad armi e denaro per il disturbo; un business che negli anni ha visto coinvolti politici, imprenditori, servizi segreti, prestanome e signori Nessuno. E le ignare popolazioni. Un business che fa marcire le terre ed i mari, che uccide flora e fauna. Uomo compreso. I tumori aumentati esponenzialmente da 10 anni a questa parte sono la testimonianza che c’è evidentemente qualcosa che non va: Giacomino Brancato, medico e consulente della procura di Paola, ha steso una relazione che fa rabbrividire: “si può confermare l’esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità nel distretto di Amantea rispetto al restante territorio regionale, dal 1992 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d’Aiello, Amantea, Cleto e Malito”; tumori maligni di colon, retto, fegato, mammella.
Di qualcosa stiamo pur parlando. Agli occhi dello Stato sono problemi poco importanti, perchè avvengono in luoghi poco importanti.

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