Le
Rubriche
di
Nokoss
ARTE & CULTURA Mixture
Pareva manzo e invece era un igloo
CANADIAN BEACON
Le divagazioni di un'italianista a Toronto, Ontario
CRITICA CINEMATOGRAFICA Stalker
Picnic sul ciglio del cinema

Pink Floyd “Ummagumma”

di Stefano Aicardi - 30/11/2009
Ummagumma

L’anno che si sta chiudendo segna due anniversari che riassumono la storia dei Pink Floyd, prima come gruppo di art-rock sperimentale e poi come colosso commerciale. “Ummagumma” e “The wall” compiono infatti 40 e 30 anni, essendo stati pubblicati il primo il 25 Ottobre del 1969 e il secondo il 30 Novembre 1979. Se a proposito di “The wall” sono stati giustamente spesi fiumi d’inchiostro (anche virtuale), che dire invece di “Ummagumma”, di gran lunga il disco più sperimentale del quartetto di Cambridge?

Innanzitutto è utile ricordarne la genesi: nel 1969 la leadership del gruppo è ancora nelle mani di Richard Wright, con un David Gilmour che non si è ancora ambientato bene nel ruolo ereditato da Syd Barrett. Ma in questo periodo comincia ad emergere la personalità di Roger Waters, intenzionato a portare il gruppo verso territori rock senza per questo tradire gli intenti avanguardistici condivisi soprattutto con Wright e Mason.

 “Ummagumma” è dunque in parte album live (anche se ampiamente “ritoccato” in studio) e album in studio; ma gli inediti registrati in studio riproducono esattamente l’immagine di un quartetto attraversato da gusti e personalità assai differenti, pronte ad integrarsi prima di arrivare ai durissimi scontri e alla separazione di fatto di fine anni ’70.

 Ma andiamo con ordine, cominciando dal disco dal vivo. Esso comprende 4 esecuzioni di classici della prima fase del gruppo, quella tradizionalmente definita “psichedelica”. In realtà qui di barrettiano e psichedelico c’è ben poco. Si tratta di versioni diversissime dalle registrazioni apparse sugli album. La lunga familiarità con le esecuzioni live (ma anche una crescente abilità a sfruttare le possibilità dello studio) trasformano l’originale qualità ronzante ed aerea di “Astronomy domine” in brani molto più “calcolati”, con un distinto senso strutturale che diventerà la caratteristica fondante della scrittura di Roger Waters.

La circolarità e la divisione in sezioni dei pezzi, tuttavia, non trasforma questi pezzi in puro e semplice prog, né si può parlare di una aggressività sofisticata alla Deep Purple. L’idea strutturale è di fatto sempre la stessa, legata a colossali crescendo la cui dimensione “cosmica” trasforma in modo sontuoso la leggerezza delle origini barrettiane. “Astronomy domine” apre le danze con la sua struttura dominata dai bagliori dell’organo Farfisa e con una batteria in primissimo piano, ma è soprattutto “Set the controls for heart of the sun” a riassumere il nuovo corso, con la sua eccezionale sezione centrale e le sue accelerazioni in crescendo di tom tom e chitarra che sembrano trasporre in musica l’idea dei corpi spaziali in caduta libera.

L’altra dimensione è rappresentata dal secondo e dal quarto brano, “Careful with that axe, Eugene” e “A saucerful of secrets”. Ancora più evidente è in questi pezzi la tendenza a usare piccoli riff ripetitivi che raggiungono una climax violentissima (eppure come detto non certo metal…), stravinskijana, per poi placarsi.

 La circolarità che nella parte “live” è strettamente musicale, si fa molto più complessa e concettuale in studio, o almeno questa è l’ambizione. Ogni componente del gruppo ha infatti a disposizione un quarto della “facciata B” e registra dieci minuti di musica senza interagire con gli altri. Da qui l’ambizione smodata e un po’ ingenua che caratterizza la parte in studio, e alcuni risultati sorprendenti. Inizia Wright con “Sysyphus”, mini-sinfonia avanguardistica tra canti di uccelli (usati anche da Waters), dissonanze di pianoforte e squilli di tromba araldici-infernali. La composizione più simile a “Sysyphus” è quella di Mason, in effetti la più riuscita e originale del disco. “The grand vizier’s garden party” è un purissimo pezzo di avanguardia, che tuttavia nella sua sorprendente fruibilità dice molte cose sull’equilibrio dei futuri Pink Floyd. Flauti medievali, otto minuti di sovrapposizioni di suoni equalizzati e batteria, per poi chiudere con il ritorno al tema iniziale.

La semplicità intelligente e piacevole non entra in contraddizione con la corazza avanguardistica, che non è ancora diventata una “corazzata”. In mezzo ci sono prima Waters, che propone due pezzi antitetici (“Grantchester meadows”, ballata acustica attraversata da rapidissime ombre di morte, e la demente “Several species of small furry animals…”, montaggio schizoide di vocine dal pitch modificato, versi di animali e monologhi dadaisti alla Wyatt) e si definisce come il nuovo leader del gruppo, e poi Gilmour, che si mostra ancora incerto limitandosi a fornire le tre parti di “The narrow way”: un piatto shuffle chitarristico, una variazione piena di cupi riverberi sul tema di “Sysyphus” e infine una conclusione di melodismo languido (nonostante i tentativi goffi di “sporcarlo” e di rendere inintelligibile il testo) che rilegge in modo discreto la qualità “infantile” della scrittura di Barrett.

 “Ummagumma” è dunque un punto di incontro tra la visione rigorosamente avanguardistica promossa da Wright e Mason e le chiavi di lettura watersiane, epiche ed architettoniche, del futuro del rock.In questa dimensione è dunque David Gilmour a sembrare ancora fuori posto rispetto alle strutture della band; eppure sarà proprio la prevalenza della linea Waters a dargli più spazio e a generare il suono più universalmente riconosciuto come “pinkfloydiano”. Infantile ed insieme incredibilmente scaltro ed emozionante, “Ummagumma” è un immenso contenitore dei pregi e difetti dei Pink Floyd a venire. La dimensione avanguardistica è consistente ma non regge certamente il passo con cose contemporanee di ben altra sostanza sperimentale. Proprio per questo, quindi, “Ummagumma” anticipa la futura grandezza dei Pink Floyd più creativi, in grado di trasformare la tecnologia di incisione in una sovrastruttura discorsiva ed emotiva applicata alla pura e semplice “massificazione” pop e rock dei gusti degli ascoltatori.

Gli
Archivi
di
Nokoss

Cerca nel sito: