The Cure “The top”
di Stefano Aicardi - 09/12/2009
25 anni e qualche mese fa nasceva la “seconda” delle tante versioni dei Cure: una svolta accompagnata da polemiche fragorose, ma anche la rinascita provocatoria e matura di una band che aveva perso la direzione.
L’oggetto della discordia, pubblicato il 30 Aprile dell’84, era “The top”, disco quanto mai negletto nella produzione di Robert Smith eppure invecchiato bene, come il buon vino (le metafore alcoliche funzionano sempre, quando si parla di Cure).
Il 1983 era stato un anno di urgente “decompressione” per il gruppo di Crawley. Le registrazioni di “Pornography” si erano tenute in un’atmosfera allucinata (il gruppo aveva costruito una montagnetta di lattine di birra che rendeva a mano a mano più difficile l’accesso allo studio stesso…).
Ancora peggio era andato il tour estivo, dove la tensione tra Smith e Simon Gallup si poteva letteralmente tagliare con il coltello, risultando in performances che dai filmati d’epoca risultano ancora oggi di una drammaticità quasi insostenibile.
Chiuso il tour facendo a botte con Smith, Gallup lascia quindi i Cure, che per tutto l’83 si riducono appunto al duo Smith-Laurence Tolhurst. La personalità molto più pacifica di Tolhurst prende per un po’ il sopravvento, o per meglio dire è Smith che si distrae in vari progetti paralleli. Il risultato è una serie di singoli elettropop come “The walk” nei quali chiaramente Robert Smith crede poco (ma abbastanza per lasciare interdetti i tronfi cultori del “dark fino alla fine”).
Ben più consistente è il lavoro con Siouxsie and the Banshees, in particolare con il bassista Steve Severin, che aveva già in parte contribuito, diciamo così, allo “spirito” di Pornography avvicinando Smith ad esperimenti lisergici piuttosto pesanti.
I due album gemelli “Blue sunshine” (a nome “The Glove”, con l’apporto della cantante Jeannette) e “The top” sono dunque un rovesciamento più formale che sostanziale delle atmosfere infernali di “Pornography”. Per la prima volta Smith si lascia un po’ andare (!), e comincia ad esplorare quel lato musicalmente sporco e dissonante che fino a quel momento era stato subordinato alla rigorosa pulizia sonora portata da Tolhurst e Gallup.
Il risultato è un disco sghembo, talvolta oscuro eppure tra le cose più divertenti e spontanee mai registrate dai Cure. Smith suona tutti gli strumenti lasciando giusto un po’ di spazio al povero Tolhurst, tastierista tecnicamente pessimo ma dal buon gusto. Se “Pornography” era un vero e proprio “down” messo in musica senza alcuna variazione di tono e prospettiva, “The top” è anfetaminico: non a caso, una decina d’anni dopo, il tentativo di registrarne un seguito ideale sarà intitolato “Wild mood swings”.
Gli sbalzi di umore selvaggi cominciano ad ammantarsi di autoironia, anche se non mancano le concessioni al passato, poste non a caso in apertura e chiusura di disco. Il concept stesso si arricchisce: Smith usa le metafore degli animali per descrivere le sue diverse personalità.
Ecco allora l’attacco in puro stile “Pornography” di “Shake dog shake”, l’uomo è diventato un cane rognoso che aspetta la fine; a seguire gli improbabili saltelli bucolici di “Birdmad girl” (dove non manca un orso polare “sentimentale”), il porco narcisista dell’allucinante “Piggy in the mirror” e il bruco psichedelico del singolo “Caterpillar”.
Gli intermezzi tra questi siparietti ameni e/o deliranti sono appunto concessioni al suono dei dischi precedenti: “Give me it” è un’esplosione di violenza caricata di sovrapposizioni sonore fino a scoppiare. La nenia mediorientale di “Wailing wall” passa inosservata anche se anticipa la futura tendenza dei Cure degli anni ’80 a imitare stili e maniere sonore diverse. “Dressing up” è puro Tolhurst, con un bel suono sintetico di flauto vagamente alla Caravan e un testo ridicolo (ma qui il ridicolo è voluto, sostanzialmente). La marcetta militare di “Empty world” rannuvola l’atmosfera già in sé variabile del disco; “Bananafishbones” è fin dal titolo un omaggio al (giovane) Salinger. Debole invece la chiusura dell’album, con il brano che dà il titolo al disco, arrancante e carico di immagini che ritornano brevemente al rigido intimismo di “Pornography”, pur tra sonorità un po’ più accurate e varie.
Poco amato da Robert Smith e in generale dalla critica, “The top” fu una boccata d’aria per un gruppo pericolosamente vicino all’autoincensarsi come i Cure. Per arrivare al lato per così dire delicato e “chagalliano” che a volte Smith ama mettere in scena era necessario un disco che alla fine dei conti non è meno catartico del più celebrato “Pornography”.