Honduras: chi ha parlato di colpo di stato?
di Stefano Berra - 17/12/2009
Come smacchiare in 5 mesi un colpo di stato militare e ottenere il consenso di buona parte della comunità internazionale? Chiedere in Honduras, dove il 29 novembre è stato eletto un governo rappresentante le forze che avevano dato origine al colpo di stato del 28 giugno contro il presidente Zelaya. E chi dall’estero aveva condannato il colpo militare, USA ed Unione Europea in testa, oggi approva il nuovo governo. Tutto merito di elezioni organizzate alla rinfusa, elezioni che ormai nel mondo vengono sempre più ritenute sinonimo perfetto di democrazia, dimenticandosi di particolari quali libertà costituzionali e diritti umani, garanzie e bilanciamento dei poteri.
Per capire la situazione dell’Honduras occorre fare un passo indietro a quest’estate, quando scoppia una grave crisi costituzionale nel paese. Il paese centroamericano è guidato da Manuel Zelaya, eletto nel 2005 con il partito liberale ma che si è in seguito distaccato dalla linea del suo partito per seguire una politica maggiormente orientata a sinistra, favorendo le amplissime fasce povere rispetto alle elite liberali, ad esempio aumentando il salario minimo del 60%, fornendo aiuti agli agricoltori, ecc. La sua linea politica viene a volte accomunata a quella di Chavez, con cui stringe diversi accordi, nonostante molti la ritengano più moderata.
Nel novembre del 2008 Zelaya manifesta le prime intenzioni di sondare l’elettorato a proposito di una riforma costituzionale ed organizza per giugno una consultazione non vincolante per valutare se la popolazione appoggi un’eventuale riforma. In essa viene inserita anche la possibilità di rielezione per il presidente (finora limitato ad un mandato): la costituzione dell’Honduras lo proibisce e proibisce anche di cambiare questa parte, neppure con legge costituzionale. Quella proposta da Zelaya è una consultazione non vincolante, che semmai prospetta un referendum sulla convocazione di un’assemblea costituzionale in concomitanza con elezioni presidenziali di novembre.
Zelaya è accusato dai suoi opponenti di volere tale riforma per poter rimanere in carica, ma il suo mandato scade nel gennaio 2010: quindi l’Honduras avrebbe prima eletto un nuovo presidente e poi semmai riformato la costituzione.
La corte suprema dell’Honduras (così come i vertici dell’esercito) si oppone a questa consultazione, ma si sospetta che questa sia un’opposizione politica piuttosto che relativa al rispetto della carta costituzionale: la corte suprema è ritenuta dal dipartimento di stato USA (voce indipendente in questo caso)altamente corrotta e politicizzata, con 8 giudici su 15 emanazione diretta del “Partido Nacional” conservatore e i rimanenti 7 del “Partido Liberal”, tutti esponenti molto legati alle scelte di partito (contrarie a Zelaya).
Zelaya decide di tenere la consultazione sulla riforma costituzionale nonostante la corte suprema l’avesse dichiarata illegale e il giorno in cui si sarebbe dovuto votare (28 giugno) i militari fanno irruzione in casa di Zelaya e lo caricano su un aereo per il Costarica, nonostante la corte suprema avesse emesso un ordine di detenzione: è colpo di stato militare.
Il congresso vota a larghissima maggioranza per la rimozione ufficiale di Zelaya ed installa il governo provvisorio di Roberto Micheletti, leader della fazione del “Partido Liberal” avversa a Zelaya, di fatto convalidando il colpo di stato. La comunità internazionale condanna il colpo e nessuna nazione riconosce il governo Micheletti, congelando numerosi aiuti all’Honduras. Si cerca una soluzione diplomatica alla crisi mentre il governo Micheletti agisce drasticamente contro le proteste in favore di Zelaya (a cui si affiancano anche proteste contrarie).
Il 21 settembre Zelaya ritorna di nascosto in Honduras, stabilendosi nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, la capitale. Il governo Micheletti tenta di stanarlo (ad esempio toglie l’elettricità all’edificio) e nel frattempo intensifica la repressione delle manifestazioni attraverso il coprifuoco, l’uso di polizia ed esercito, l’oscuramento e controllo dei media pro Zelaya (tv, radio e siti internet) e addirittura la sospensione di alcuni diritti costituzionali: libertà personale, di espressione, di movimento, di associazione e l’habeas corpus. Organizzazioni umanitarie denunciano arresti arbitrari, pestaggi, abusi, sparizioni ed anche diversi morti dovuti alla repressione.
Gli accordi diplomatici tentati fra Zelaya e Micheletti per arrivare ad elezioni condivise falliscono ed il governo ad interim dichiara unilateralmente le elezioni. Zelaya e il “Fronte di Resistenza Nazionale Contro il Colpo di Stato” spingono a boicottarle e quasi tutta la comunità internazionale le dichiara illegittime. Tuttavia alcuni stati si dicono disposti a riconoscerle: gli Stati Uniti ad esempio passano da un iniziale rifiuto ad un successivo supporto delle elezioni, tutt’altro che democratiche a causa delle forti pressioni del governo ad interim che ad esempio ha minacciato di accusare di crimini elettorali chiunque supportasse il boicottaggio, con una pena fino a 6 anni di reclusione.
Le elezioni si tengono il 29 novembre e vedono vincitore Porfirio Lobo Sosa, il candidato del conservatore “Partido Nacional”, con il 56.49%, mentre Elvin Santos del “Partido Liberal” arriva secondo con 38.04%. L’affluenza è bassa (49% con picchi negativi del 30% nelle aree più povere) ma non bassissima (era stata del 55% in quelle regolari del 2005), in ogni caso votano in più di quanti si attendesse Zelaya.
Sempre più paesi (e l’Unione Europea), trascinati dagli USA, appoggiano il risultato delle elezioni sostenendo che si tratti della via migliore per normalizzare democraticamente la crisi del paese. Tuttavia la questione di che fare con Zelaya e con il suo seguito resta irrisolta e si prospetta come elemento di forte instabilità.
L’Honduras tende quindi verso una normalizzazione politica che consiste nel riconoscimento di fatto del colpo militare e nella consegna del potere nelle mani delle forze che hanno voluto e realizzato questo colpo partendo da poco più di un pretesto: come sostiene il Brasile, si tratta di dare una mano di bianco al colpo di stato.