Bob Dylan “Christmas in the heart” (gli auguri di Nokoss)
di Stefano Aicardi - 21/12/2009
Bob Dylan è diventato buono e triste? Fa davvero dischi di beneficenza come questo o si tratta di pubbliche relazioni? Cosa sta succedendo al Grande Antipatico del pop?
Nel suo pezzo più riuscito degli ultimi anni Dylan cantava “People are crazy, times are strange…I used to care, but things have changed”. E quale migliore introduzione, per quanto paradossale, al Dylan degli ultimi dischi, impegnatissimo in un’operazione di “maquillage al contrario”, una distruzione al quadrato della propria immagine pubblica-al quadrato proprio perché la base erano le decennali, spericolate beffe alla stupidità del pubblico?
In questo senso la pubblicazione di “Christmas in the heart” è un ulteriore tassello al mosaico del vecchio Bob, che con gli anni ha trovato il punto di equilibrio tra la sua vena sentimentale e il necessario, feroce realismo che lo ha sempre tenuto un passo avanti rispetto ai rivali (se mai ne ha avuti).
Il Dylan che incide canzoni natalizie in un pomeriggio d’estate, le pubblica in Ottobre e sbatte sul retro una foto della pin-up anni ‘50 Bettie Page è quindi lo stesso Dylan che straziava in stile quasi punk i classici della canzone americana nell’oltraggioso “Self portrait”?
Si e no. Non tutto funziona e il gioco dell’ultimo Dylan rischia di farsi più prevedibile e ripetitivo. L’operazione in sé è geniale, ma debole dal punto di vista sonoro anche rispetto alla freschezza musicale degli ultimi album (di cui si era parlato anche qui su Nokoss).
Certo non mancano i momenti in cui l’ascoltatore (ma sarebbe meglio dire lo spettatore, vista la qualità da film di Frank Capra dell’insieme) si mette letteralmente le mani nei capelli, anche se con il segreto piacere di ritrovare il Dylan più gustoso: l’agghiacciante pronuncia latina esibita in “Adeste fideles”, un “Christmas blues” uggiolante al punto giusto, il contributo di demenzialità offerto dai Los Lobos nel singolo “must be Santa”, una sorta di polka suonata a velocità heavy metal e con il supporto delle classiche coriste “retrò”.
Bello anche il curioso esercizio vocale di “Have yourself a merry little Christmas”, dove Dylan gioca quasi a rifare Louis Armstrong sfruttando gli angoli più profondi della propria voce. Ma la maggior parte dei pezzi, purtroppo, arranca tra evocazioni di Brian Wilson (il pianoforte malinconico di “I’ll be home for Christmas) e una strana tendenza a riservare gli arrangiamenti più ricchi, in stile tex-mex, alla prima metà dell’album. Non sappiamo se si tratta di una sorta di “live in studio” che segue la scaletta della registrazione, anche se certamente alla lunga la brillantezza iniziale si perde un po’ e classici da natale anglosassone come “Silver bells” non molto noti da noi scorrono con una certa fatica.
Le interpretazioni di Dylan sorprendono comunque per misura e pacatezza, fatta eccezione per i momenti più deliranti sopra citati. L’apporto dei Los Lobos conferma la cura certosina e l’eleganza tra le righe tipica dell’ultimo Dylan, nascosta dietro la facciata “trasandata” e scontrosa, come un Howard Hawks del pop.
Resta però l’impressione che anche questa ennesima fase da “prestigiatore” stia venendo meno e che a Dylan rimanga da giocare soprattutto la carta di quella sobria pacatezza che in pagine come “Hark the herald angels” lo vede invecchiare con una grazia inaspettata.