Papandreou e la polveriera greca
di Stefano Berra - 09/01/2010
Quando una nazione accumula un debito pubblico più oneroso di quello italiano è il caso di correre ai ripari. Questo è ciò che sta accadendo ultimamente in Grecia, dove il primo ministro George Papandreou si ritrova con una montagna di problemi da risolvere e poco tempo a disposizione.
Il 6 ottobre 2009 Papandreou ha assunto l’incarico di primo ministro dopo che il suo PASOK (Movimento Socialista Panellenico) aveva vinto nettamente le elezioni politiche, spodestando il conservatore Nuova Democrazia, al governo fino ad allora. Le elezioni anticipate erano state il culmine di una grave tensione politica e sociale che si protraeva da oltre un anno nella repubblica ellenica. Fortemente colpita dalla crisi economica e finanziaria internazionale (che in realtà non ha fatto altro che esacerbare il declino di un’economia già in difficoltà), politicamente paralizzata da un governo immobilista, attraversata da inquietudini sociali diffuse al punto da causare violenti e protratti tumulti, dopo la bollente estate del 2009 (sia dal punto di vista politico che per l’emergenza incendi) la Grecia ha tentato di cambiare rotta con un nuovo governo. Papandreou è partito indubbiamente da una posizione di forza, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, e si è presentato alla nazione con un programma decisamente coraggioso, concentrato sulla trasparenza (la corruzione è un problema sentito in Grecia) e teso a rilanciare la competitività del paese senza farne pagare il costo alle classi più deboli. Risanamento fiscale senza tagliare le spese sociali: una ricetta ambiziosa ed estremamente difficile da mettere in pratica. Tanto più in una nazione sempre più sommersa da problemi finanziari.
Secondo diversi analisti la Grecia si trova oggi esposta al rischio fallimento: nel 2008 aveva un debito pubblico pari al 98% del PIL, nel 2009 questo è salito al 113% e le previsioni per il 2010 indicano un ulteriore aumento fino al 125%. A dicembre le tre maggiori agenzie internazionali di rating (che valutano la capacità di ripagare i propri debiti) hanno declassato la Grecia, esponendo quindi le crescenti difficoltà finanziarie del paese. Inoltre il deficit della nazione è stato recentemente attestato sul 12,7% (la soglia ufficialmente accettata dalla UE è del 3%), mentre il governo precedente l’aveva dichiarato pari al 6,7%. Le agenzie statistiche nazionali greche sono state considerate storicamente poco affidabili: controllate
direttamente dal governo, hanno spesso “aggiustato” le cifre relative all’economia nazionale in modo da renderle più onorevoli per i propri governanti. Uno dei primi passi verso la trasparenza da parte dell’amministrazione Papandreou (con il ministro delle finanze Papaconstantinou) è stato la costituzione di un’agenzia più indipendente: un effetto collaterale è l’emergere di una situazione peggiore del previsto. Di fronte a tali problemi finanziari il governo greco si trova sotto pressione, l’Unione Europea richiede riforme adeguate a riportare la situazione sotto controllo ed evitare il tracollo. L’opzione di un aiuto economico da parte degli altri paesi membri per il momento sembra esclusa (sia per le difficoltà degli stessi stati, sia per evitare di stabilire un precedente potenzialmente pericoloso), quindi Papandreou deve affidarsi a riforme strutturali per correggere il bilancio, con tutti i problemi che questo comporta. Infatti la via più battuta per operare tali correzioni è la riduzione delle spese sociali.
Le prime misure, annunciate a metà dicembre, comprendono il blocco degli aumenti salariali per i dipendenti pubblici che guadagnano più di 2000 euro, una riduzione del 10% delle indennità, il blocco delle assunzioni nel settore pubblico (che impiega ¼ dei lavoratori greci), il blocco delle spese militari e un aumento delle tasse per le classi più agiate. Per il momento i provvedimenti coinvolgono soprattutto i ceti più facoltosi e paiono rispettare la promessa di non far pagare i costi della crisi alle fasce più povere (ma alcune scelte, quali il blocco delle assunzioni di dipendenti pubblici, prospettano già diversi problemi sociali). Tuttavia, per rispettare il proposito di riportare il deficit sotto il 3% entro il 2012, le recenti disposizioni saranno probabilmente seguite da altre e più impopolari misure che rischiano di fomentare ulteriormente il conflitto sociale. Alcuni sindacati (non i maggiori però) hanno già condotto diversi scioperi ed altri si prospettano. Papandreou siede su una potenziale polveriera e deve compiere scelte difficili: la sua intenzione di risanare il bilancio statale senza intaccare le spese sociali è messa a dura prova. La situazione sociale in Grecia resta tesa, benché a livelli molto inferiori rispetto ad un anno fa: il sistema pensionistico è vicino al collasso, studenti e lavoratori sono spesso in agitazione soprattutto ad Atene e sempre nella capitale quasi non passa giorno senza che ci sia qualche azione (soprattutto attacchi incendiari) da parte dei gruppi anarchici, molto forti in Grecia. Papandreou e i suoi ministri hanno di fronte a sé un compito arduo, per non dire proibitivo: evitare il tracollo finanziario senza colpire le fasce più deboli, guadagnare la fiducia dei mercati internazionali e dei lavoratori greci. Hanno il capitale politico per farlo ed hanno compiuto le prime mosse con decisione, ma fallire in un senso o nell’altro potrebbe significare il ritorno alle rivolte di un anno fa.