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Pet Shop Boys “Behaviour”

di Stefano Aicardi - 11/01/2010
behaviour

 Inizio l’anno nokossiano con un disco che tante volte è stato definito “autunnale”; definizione che in fondo va bene anche quando le feste sono finite e dopo il solstizio d’inverno le stagioni cominciano a cambiare tra mille esitazioni.

 Ecco, il cambiamento è il motore (per alcuni imballato, per altri imbellettato) del disco con cui Neil Tennant e Chris Lowe mostrarono per la prima volta di non essere meteore del pop ma artisti che pur non incontrando il gusto di tutti erano destinati a durare nelle contraddizioni del tempo.

 L’anno è il 1990, culturalmente un anno perfetto per un gruppo come i Pet Shop Boys, che hanno fatto della formula “we’re in it but not in it” la sintesi del loro essere “comfortably numb”. L’euforia e il sangue del 1989 avevano acquistato una coda ancora indefinibile, ma destinata a sfociare nel grottesco del Bush I e della guerra del Golfo; per intanto, tra mondiali di calcio e nuove idee socialiste, anche la musica da ballo si prendeva una sorta di “anno sabbatico” in attesa dell’esplosione della cultura “rave” nel 1991. E da noi, tra i paninari e Tangentopoli, il Pentapartito.

 Così anche un album come “Behaviour”, accusato all’epoca di essere una “abdicazione” da parte degli autori di un pilastro della dance-music come “Introspective”, è col senno di poi un disco che coglie appieno lo spirito dell’epoca. Spesso descritto come il disco più soft di Tennant e Lowe (almeno fino al controverso “Release” del 2002), “Behaviour” è in realtà un album a molte velocità, difficilmente classificabile come pura e semplice malinconia.

 Il progetto originario di realizzare un disco “moroderiano”, con registrazioni a Monaco a cura del suo allievo “mr Axel F” Harold Faltermeyer, si evolve infatti durante le sessioni in qualcosa di più originale, senza perdere lo spirito iniziale. Al contrario di quanto avverrà per lo sfortunato “Bilingual” del ‘96, dove il duo non riuscirà a mostrare altrettanta coerenza nella combinazione del loro tipico suono e di formule musicali latine, la produzione riunisce nella sua compattezza tutte le sfaccettature così difficili da cogliere per chi non è avvezzo al mondo espressivo firmato Tennant-Lowe.

 Basta pensare all’iniziale “Being boring”, in cui il bilancio esistenziale in passivo descritto dal testo è contraddetto da una produzione quanto mai organica e “funk”, ma senza l’esplicita dissociazione musica pop-testo non pop degli anni ’80. “This must be the place I waited years to leave” è quanto di più simile a un “vaffanculo” alle autorità Neil Tennant si possa permettere: ma dal pastiche anti-cattolico di “It’s a sin” si è passati ai feedback di chitarra e ai vecchi Moog, facendo passare neanche tanto tra le righe l’ossessione tipica di Tennant per il rock come la fonte di tutti i beni e tutti i mali del nostro tempo.

 Nel calderone delle citazioni tennantiane finiscono le ”purghe” staliniane (ma i Pet Shop Boys non sono spesso considerati comunisti?), Marvin Gaye, la Madonna e Sting; ricorre nei testi un senso di sconfitta rivolto al presente come al passato. Curiosamente manca ogni prospettiva futura, il che fa cadere ogni possibilità di discorso su Tennant e Lowe come un gruppo a suo modo “impegnato”. Ma l’essere “a parte” dei Pet Shop Boys non è mai stato così definito, talvolta più  rivolto al collettivo, altre volte impietosamente introspettivo: la stupenda tristezza di “Jealousy”, sottilissima dimostrazione di dove stia il confine tra malinconia e teatro; la grazia di “Only the wind”, con quel recitato “I’m sorry” finale da abbracciare per poter poi prenderlo meglio a schiaffi.

 E quando Chris Lowe riesce a prendere il timone e dare una più classica direzione “dance”, non ce n’è per nessuno. La satira dei drammi sentimentali adolescenziali in “The End of the world” è spassosa senza essere gratuita,  e lo stesso singolo “So Hard” (”I’m always hoping you’ll be faithful/but you’re not I suppose/we’ve both given up smoking/cause it’s fatal/so whose matches are those?”) finisce proprio nel momento in cui sembrava decollare davvero, ma il tutto sembra una scelta voluta, come se l’incompiutezza fosse necessaria, in un mondo dominato dai contrari come quello di Tennant e Lowe, a rendere il discorso più umano.

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