Io posso e tu no… mmm, no manco io
di Lucio Guadagno - 14/01/2010
- Che cos’è il Potere? Una domanda da rompicapi sofistici, ragionamenti che, prendendo a prestito le parole di Marx, alla fine si rilevano rigorosamente cieche tautologie.
- Certo ma cos’è il Potere?
- Quale Potere?
- Il potere.
- Ma che tipo di Potere?
- Dire tutto quello che vuoi, sempre e comunque. Raccontare tutte le bugie che frullano per la mente, mangiare foglie di eucalipto staccandole direttamente dai rami, bestemmie e turpiloquio. Abbracciare tutti quelli che passeggiano per strada venendoti incontro.
- Aaaaa, il Potere di fare i cazzi tuoi?
- Diciamo… può essere… maybe dicono gli inglesi.
- E quello che gira intorno al lampadario che sta facendo?
- È pazzo non ti sembra? Chiama le persone intorno a sé facendole disporre in semicerchio; sta raccontando la sua storia.
- E restiamo in piedi per sentire che dice?
- Evidente no? Ci fanno stare in piedi ma la ragione è semplice: chiedono la tua partecipazione attiva.
- No, scusa ma non capisco.
- Ma come? Tu in qualità di spettatore che rappresenti qui?
- Mhh…
- Il pubblico no? Tu sei il loro pubblico. In questo momento lui non ti considera tale e in quanto pubblico, in senso classico, non esisteresti ai loro occhi, se non come osservatore che applaude, se gli va, ma ai fini della storia, della recita, che ci sei o no, non cambia nulla.
- E qui invece..
- Eh si! Qui invece tu ci sei e gli servi. Se tu non ci fossi lui girerebbe lo stesso ma sarebbe solo un pazzo. Con te invece è un po’ meno pazzo, un pazzo a metà. Ma non hai capito? Ti sta chiedendo di condividere, spezzare a metà, la sua follia e dartene un po’ a te.
- A me? Noòo, andiamocene.
- Macchè! Aspettiamo, vediamo che succede.
- Ma che deve succedere? Io mi volevo sedere, comodo tranquillo, assistere a una recita, chest’ m’ par na…
- Shhh! Zitt! Guardiamo.
Basta con il potere. Sono stufo di sentirmi dire IO POSSO, TU NO. Decido io la mia vita.
- Veramente?
- Eh si, l’ha trovato alla fermata.
- Cioè sta contando la gente, ma che significa?
- Se ci separano secondo me tu non capisci niente e te la devo spiegare quando usciamo, sempre se ci capisco qualche cosa pure io.
- No aspetta, mo mi sposto di due persone così non ci separano e ci andiamo insieme.
- È bravo! Fatti di qua.
Basta con il potere. Sono stufo di sentirmi dire IO POSSO, TU NO. Decido io la mia via. Se sei d’accordo con me, vieni...
- Senti, ma a te non ti è sembrato un manicomio? No non in quel senso (sorride). Dico in senso metaforico. Voglio dire: tutta la rappresentazione può essere vista, può significare che cinque amici di Tartaglia, cioè non proprio pazzi, ma quasi, trovano, così per caso, un biglietto che li incuriosisce e decidono di assecondare le cose scritte credendo che si tratti chissà di quale mistero e invece alla fine si accorgono che è tutta una messa in scena di un pazzo un po’ più intelligente che ha architettato tutto per far venire la gente, nel manicomio dove l’avevano chiuso, perché si sentiva solo. Ci ha provato ed è stato fortunato (sorride): alla fine poi si sa com’è no? quelli i pazzi so sempre stati di più dei diritti.
- (sorride) La tua spiegazione è interessante e diciamo che hai quasi centrato il punto della faccenda. Però sui pazzi (sorride), sì, ci può stare la follia, ma in questo caso si tratta di coraggio, quando uno sceglie, anche se si tratta di una scelta folle, non è comunque coraggioso?
- No, è pazz!
- Si d’accordo, ma la componente del coraggio ci sta lo stesso. O almeno è quello che ti chiedono loro mentre recitano, tu per loro devi avere più coraggio.
- Io? Ma io mi voglio fare i fatti miei e voglio campà cient’anni.
- Eee cient’anni, te lo auguro ma non è questo il punto. Secondo te tu sei libero?
- Si che lo sono, io in realtà posso fare quello che voglio. Dico no: se scasso il vetro di una macchina e il padrone non mi vede e nemmeno la polizia non mi succede niente no? Sono libero di fare quello che voglio, sempre che non mi vede la polizia però.
- In effetti devo ammette che in un certo senso hai ragione, è giusto. Però loro vanno oltre: abbiamo fatto una scelta, ci siamo rifiutati di vivere sottostando alle direttive del Potere legittimato della società vigente e decido di seguire una via diversa, che poi in realtà sembra una scelta dovuta più che possibile, ma in fondo non lo è, perché non esistono terze vie.
- Mmm… perché ci hanno offerto il tè e i biscotti? Io (avvicinando le labbra all’orecchio dell’interlocutore per lasciargli udire solo il rumore della labbra e non la voce) ho fatto finta di bere, non mi fido di questi.
- (sorride) È sempre legato al concetto del pubblico attivo: tu non sei entrato in teatro semplicemente a vedere la commedia, sei andato a casa loro. Capisci? Per questo ti dicevano: “qui… io sono scappato… qui mi trovo bene… sono libero… Tutte le frasi costruite secondo il concetto di “stato in luogo”, ricordi le varie: qui, dove, stiamo, il parlare in prima plurale, il concetto di famigliarità, erano “propedeutiche” alla concezione di casa o rifugio.
- Ho capito, però parli troppo difficile.
- Macchè. Comunque ognuno tiene sì molte scelte, strade và, se proprio vogliamo continuare nell’allegoria teatrale, ma alla fine sempre una ne sceglie e tu lo sai meglio di me: mica ha tutto il tempo di tornarsene indietro se non gli piace?
- Nel frattempo può essere che mor (sorride).
- Esatto (sorride).
- Ma questo lo dicono sempre loro?
- No, questo lo dico io.
- Quindi non ti piace nemmeno a te?
- Ma che significa piacere, mica ti staje magnann ‘a pastier! Dico semplicemente che la stessa possibilità di scelta in realtà non è una possibilità ma un obbligo. In questa società, quella in cui viviamo, non esistono scelte alternative se non quelle già dettate dal Potere, cioè: a meno che tu non vuoi fare l’eremita e vivere da solo sulla montagna, la vita in società è sempre un vincolo, mai una scelta.
- Però a me il Potere mi piace. Non mi ricordo, ma come si chiamano questi?
- Sono tre compagnie: BabyGang, Band à Part, Sanpapiè, che fanno parte di un progetto chiamato PUL. Una produzione collettiva in collaborazione con Compagnie di Residenza e di una Fondazione Cariplo…
- Cioè na banca?
- Eh si però c’è pure il Tieffe Teatro Stabile di Innovazione e un altro progetto chiamato Etre. E dello spazio Mil che mi dici, è bello no?
- Si mi piace, ma come teatro però non lo so…
- E sì, t’ pareva; tu sei troppo tradizionalista, anzi direi “quadrato”. Tutto quello che esce fuori dai tuoi canoni di ragionamento, dai tuoi standard non ti piace. Non sei progressista.
- Infatti no, non so progressista. Voto a Berlusconi e a me il Potere mi piace, anzi lo voglio. Aaaaa, mo mo ho capito perché alla fine c’era il manichino dietro al telo, er tutt na strunzat? (sorride)
- Eh eh eh, esatto. Tutto quello in cui loro avevano creduto, le scelte compiute, l’abbandono delle modalità di vita sociale precedente per qualcosa di sconosciuto, insomma era tutto un artificio di uno di loro.
- Si era preso la briga di scrivere tutti quei biglietti e azzeccarli per la strada? Vivere in quel posto sgarrupato e mettere un manichino dietro a un telone e registrare sulla cassetta una voce per farlo parlare?
- Si!
- Ma allor’è pazz!?
- Eh eh eh, ma la pazzia c’entra poco però chissà può essere pure…
- Si ma non mi hai risposto: a te t’è piaciuta o no?
- N’ata vota? Quando guardi qualcosa, partecipi, prendi parte ad un’espressione mediatica…
- Aèèè, tu parli troppo difficile!
- Allora: quando ti guardi il teatro o vai al cinema o ascolti o leggi un poeta, un romanziere non è che ti deve piacere. È tutto legato al ragionamento, il pensiero. Diceva Hegel che l’arte restituisce al contemplatore il suo tempo e…
- Si vabbuò vabbuò, ma t’è piaciut si o no?
- Azz! Che capa tosta! Diciamo che non sono d’accordo.
- E t’parev!
- Pcchè a te invece?
- Io ci devo pensare ancora; non lo so, però il Potere si, chill m’ piac’!