Un blocco illiberale
di Il Duca Nicio - 16/01/2010
dal nostro inviato a La Habana (Cuba)
Da 47 anni l’isola caraibica di Cuba subisce il blocco commerciale, economico e finanziario da parte degli Stati Uniti, il colosso che, almeno geograficamente, la sovrasta. Dopo l’avvento della rivoluzione dei barbudos nel 1959, le prime sanzioni di Eisenhower nel 1960 e l’invio di soldati addestrati dalla CIA per il rovesciamento di Fidel Castro nel 1961, evento noto come lo sbarco della baia dei Porci, l’amministrazione Kennedy reagì allo smacco militare e morale subìto imponendo un rigido embargo all’isola caraibica; il presidente Kennedy, tanto amato e osannato nel mondo occidentale oggi più d’allora, dopo il fallimento dello sbarco del ‘61, era bramoso di prendersi una rivincita su Castro e il socialismo isolano: oltre al fallimento militare dovette infatti pagare 53 milioni di dollari in cibo e medicine allo Stato cubano per ottenere la liberazione e l’espatrio dei circa 1100 mercenari (cittadini cubani dissidenti assoldati dalla CIA ed addestrati in Guatemala) catturati alla Baia dei Porci dalle truppe castriste.
Quello che gli eroi della Rivoluzione chiamavano “l’imperialismo yankee” si vendicava della scelta socialista del nuovo governo cubano, si vendicava della non-assoggettazione al potere statunitense e sopratutto si vendicava dello smacco militare subito. Ma non solo: le riforme agrarie, la nazionalizzazione delle proprietà delle aziende americane, la politica economica di stampo socialista, l’appoggio dell’Unione Sovietica e il dichiarato marxismo dei rivoluzionari cubani, erano tutti “buoni” motivi per cercare in ogni modo di schiacciare la rivoluzione di Castro e compagni, con le armi o, in alternativa, affamando la popolazione. Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo del blocco sovietico, inoltre, Cuba si ritrovò isolata in maniera definitiva e totale: l’appoggio fondamentale garantito da Mosca in termini infrastrutturali, industriali, energetici ed economici veniva a mancare; per questo si prospettava la condanna ad una crisi economica grave per i cubani, e così fu. L’economia socialista dell’isola ha però retto all’impatto, con il razionamento dei beni e attuando una politica sociale conservativa di praticamente qualunque cosa potesse rivelarsi utile a scopi alternativi. Una maggiore apertura al turismo e l’aumento delle esportazioni di prodotti tipici come il tabacco e la canna da zucchero, sopratutto in America Latina ed in Cina, hanno aiutato Cuba a sostenere la crisi degli anni ‘90 e a risollevare nuovamente l’onore di un popolo fiero di appartenere alla propria cultura rivoluzionaria.
Ma con l’arrivo del nuovo millennio i problemi per Cuba non sono terminati: risollevatisi dalla crisi, i cubani hanno dovuto affrontare l’amministrazione Bush, che ha fortemente complicato i già difficili rapporti tra Stati Uniti e Cuba, inasprendo l’embargo ed etichettando l’isola come “stato canaglia” che, secondo la presidenza Bush, appoggiava e proteggeva il terrorismo islamico. Nel 2004 la rielezione del repubblicano “figlio di” alla presidenza statunitense ha portato ad un’ulteriore stretta del blocco verso l’isola dei Caraibi: ai cittadini americani venne proibito di recarsi a Cuba (proibiti i voli dagli USA verso Cuba), pena una multa fino a 150.000 dollari e la detenzione fino a 6 anni. Ai cubano-americani venne proibito di inviare beni di qualunque tipo ai parenti rimasti sull’isola. Qualunque tipo di prodotto proveniente da Cuba (in particolare tabacco, alcol e caffè) era bandito dagli Stati Uniti pena l’arresto (anche se nelle stanze del potere repubblicano si continuavano a fumare gli ottimi Cohiba, contrabbandati dai dissidenti castristi attraverso i canali della Florida, stato governato dal fratello del presidente). Poi la decisione di rinchiudere nel lager a cielo aperto di Guantanamo (nell’estremo sud di Cuba) i terroristi e presunti tali arrestati durante i conflitti post 11 settembre, l’installazione di un cartellone luminoso che trasmetteva slogan anticastristi h24, la pressione delle navi militari americane in acque cubane e le ingiurie di vari esponenti del governo americano nei confronti di Fidel Castro. Una strategia che ha enormemente teso i rapporti tra i due paesi, già scarsi e nervosi da 40 anni.
Ma la vera norma infame che Bush volle a tutti i costi imporre nelle nuove modalità d’embargo è la non abrogabilità del blocco, almeno fino a quando a Cuba non verrà instaurato un governo di transizione gradito agli Stati Uniti. Una norma imperialista figlia di una mentalità ancora legata alla guerra fredda e a logiche che la società civile mondiale ha oramai quasi superato.
Fondamentalmente i governi americani degli ultimi 50 anni, e quello di Bush jr in particolare, si sono comportati nei confronti di Cuba commettendo gli stessi reati che accusavano Cuba di commettere nei confronti dei suoi cittadini: hanno cercato di affamare un popolo, hanno cercato di convincerlo che i bisogni secondari sono ben più importanti di quelli primari (che a Cuba sono garantiti a tutti), hanno cercato di invadere un paese, hanno cercato di spegnerlo a livello energetico ed infine, con gli ultimi accordi commerciali con altri stati dell’America Latina redatti dalla caduta del muro ad oggi, hanno cercato di isolarlo completamente dal continente. Senza riuscire in nessun intento, né tramite l’embargo né tramite le numerose azioni militari e gli atti terroristici degli ultimi 51 anni.
Oggi Cuba è un paese orgoglioso e fiero di appartenere al terzo mondo. Un paese, va detto e sottolineato, dove libertà inalienabili dell’uomo vengono violate, come la libertà di informazione e di critica, ma dove altrettanti diritti umani vengono garantiti per tutti: la casa, l’istruzione, la salute, il cibo, l’acqua, il lavoro. Contrariamente al suo acerrimo nemico imperialista, il regime di Castro ha puntato sull’istruzione, sul lavoro, sulla salute dei propri cittadini. Gli accordi con il Venezuela di Chavez in campo energetico, con il Brasile di Lula in campo economico e con la Bolivia di Morales in campo agricolo, nell’ottica di solidarietà tipica della sinistra latinoamericana (tanto predicata e auspicata, fino alla morte, da Ernesto Guevara) stanno aiutando l’isola caraibica ad e
mergere sempre più dalle difficoltà dell’embargo statunitense, senza dover scendere a compromessi morali. Certo, i diritti umani in tema di diritto all’informazione e alla critica, in tema di democrazia (per come la intendiamo noi) sono certamente violati dal regime di Fidel Castro; la testardaggine tipica del comandante, che non ha mai voluto scendere a compromessi con i gringos, e la cocciutaggine del sistema politico statunitense continuano però a bloccare sempre il processo di democratizzazione dell’isola, che sarebbe possibile solo con la cancellazione dell’embargo.
Oggi alla Casa Bianca l’inquilino è il premio Nobel per la pace Barack Obama; ha mosso piccoli passi nei confronti di Cuba: ha chiuso il lager di Guantanamo, ha tolto il cartellone luminoso di Bush, ha aperto alle aziende di telecomunicazioni statunitensi (“per una maggiore fruizione delle informazioni”) la possibilità di investire a Cuba e si sta cercando di cancellare il proibizionismo sui viaggi dei cittadini statunitensi sull’isola. Castro ha reagito con orgoglio, facendo notare che “Cuba non ha bisogno dell’elemosina degli Stati Uniti”.
Nelle carceri USA da 12 anni risiedono cinque cittadini cubani condannati per terrorismo in un processo ingiusto per essersi infiltrati nelle organizzazioni anticastriste americane.
Cuba può contare fondamentalmente su se stessa e sulla solidarietà del latinoamerica per il proprio sviluppo, dirompente nell’ultimo decennio. Dopo 47 anni di embargo, gli Stati Uniti ancora non si sono accorti che non è cercando di affamare un popolo che si combatte un regime (che si sia o meno filocastristi è una verità), né tantomeno appoggiando colpi di Stato seguendo una politica dietrologica tipica degli anni ‘70, che in America Latina ha fatto e procurato solo danni.
Se Cuba oggi è una realtà artisticamente ricca, intellettualmente avanguardista, dotata del sistema d’istruzione e sanitario migliore al mondo, dei migliori medici che un malato possa desiderare, del miglior sistema assistenziale che esista nel mondo moderno, questo lo si deve essenzialmente all’embargo e all’isolamento dall’inquinamento imperialista statunitense. Altrettanto, se Cuba oggi è una realtà chiusa alla democrazia, dove la stampa e l’informazione in generale viene controllata dallo Stato, dove i dissidenti vengono perseguiti per legge e dove viene annullato ogni diritto di critica, lo si deve all’embargo statunitense, che impedisce un reale progresso democratico libero del paese.
Per il 18esimo anno consecutivo, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è espressa con 187 voti di ripudio, e 3 a favore (USA, Israele e Palau), contro il regime d’embargo imposto all’isola caraibica.
L’assurdità sta nella gestione della situazione da parte del premio Nobel, il Presidente Barack Obama. Una mossa da Nobel per la pace degna di questo nome, imporrebbe la cancellazione dell’embargo su Cuba.
Nel frattempo un popolo è sempre più orgoglioso d’essere tale.