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La malattia della Famiglia M – al Teatro Litta di Milano sino al 31 gennaio

di Silvia Premoli - 22/01/2010
la malattia della famiglia M

Di Fausto Paravidino

Regia Fausto Paravidino

Scene Laura Benzi

Costumi Sandra Cardini

Con Jacopo-Maria Bicocchi, Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Nicola Pannelli, Fausto Paravidino, Paolo Pierobon, Pio Stellaccio

Al teatro Litta dal 19 al 31 gennaio

Prendo posto nella sala. Il sipario è aperto e nell’attesa che lo spettacolo inizi fisso la scenografia. Si tratta di una scena molto semplice: a destra un tavolino e tre sedie davanti ad una grossa finestra mentre a sinistra una panchina di legno, dietro la quale spiccano due alberi sottili, completamente spogli. Presto, quando la storia prenderà avvio, ognuno di questi oggetti acquisterà un suo senso preciso e diverrà familiare, eppure anche ora, benché mi siano del tutto estranei, riescono a trasmettermi un senso di malinconico grigiore così intenso da darmi l’impressione che sul palco ci sia una leggera nebbia.

Ed in effetti è come se questa lieve foschia provenga proprio dai personaggi di questa storia e permei ogni loro azione e pensiero.

Dicono che la malattia ingrigisca le persone: è il caso della famiglia M, un padre infermo e tre figli che a loro volta risentono del suo male e lo metabolizzano in diversi modi; ma su questa famiglia grava una sofferenza, più intima e condizionante: la morte della madre e la celata certezza del suo suicidio.

Fin dalle prime scene ci si rende conto dell’instabilità di questo nucleo familiare; il padre, fulcro delle preoccupazioni e delle ansie dei figli, è anche l’unico perno superstite che tiene unita la famiglia M, nel bene e nel male. Gianni, il figlio maschio, interpretato da Fausto Paravidino, autore e regista dello spettacolo, nasconde dietro una continua cascata di parole e un atteggiamento di sfacciataggine adolescenziale profonde insicurezze e laceranti solitudini.

Le due sorelle invece, Marta e Maria, rappresentano le due facce di una stessa moneta; la prima cerca di colmare il vuoto dell’assenza della madre facendosi silenziosa e tollerante infermiera del padre, chiusa in se stessa e tra le mura di casa, soggiogata dal suo stesso ruolo. Maria invece reagisce in modo del tutto opposto, rifiutando la famiglia e ricercando convulsamente all’esterno l’amore di cui ha bisogno.

Questo dualismo tra la chiusura delle mura di casa e la necessità di un’apertura esterna si riflette proprio nella scenografia che unisce, nell’unico ambiente del palco, queste due realtà: a destra la casa della famiglia mentre a sinistra un esterno qualunque. Due ambienti contrapposti dunque, nettamente separati da un’invisibile linea di demarcazione, ma uniti da uno stretto rapporto simbiotico. Tutti i personaggi ad eccezione del padre, rassegnato e rigidamente ancorato a ciò che resta della sua vita, oltrepassano infatti continuamente quell’immaginario confine, scappando convulsamente sia da un luogo che dall’altro.

Gli altri personaggi della storia, non appartenenti alla famiglia M, rappresentano uno spaccato di quel mondo esterno che tanto attrae e allo stesso tempo repelle i membri delle famiglia.

Fulvio e Fabrizio sono due amici entrambi innamorati di Maria. Appartengono a un universo estraneo a quell’angusto e chiuso microcosmo casalingo ma da esso sono dominati e smaniosamente attratti, risucchiati e poi respinti dall’instabile equilibrio dei membri della famiglia.

E infine il personaggio del dottore, narratore dell’intera vicenda e occhio esterno che vorrebbe fornire dei ritratti oggettivi e disinteressati dei personaggi e della storia, non è in realtà in grado di mantenere il distacco dalla vicenda. Anch’egli subisce il fascino di questa famiglia, specialmente di Marta, e ne rimane coinvolto, entrando a far parte della trama.

La duplicità dei personaggi e dell’ambientazione del resto, è in perfetta sintonia con quella del testo, il quale ondeggia abilmente tra dramma e commedia, tra lacrime e riso.

Storie intrecciate tra loro ma tutte permeate da un forte di senso di solitudine e incomunicabilità. Rapporti difficili e insicuri, traballanti e logorati. Sentimenti confusi e dai confini imprecisi. Il tutto pervaso da un violento e cieco bisogno di amare e di essere amati.

L’unica via di uscita possibile, il solo evento in grado di forzare il rigido blocco delle vite dei personaggi, è un altro terribile lutto.

La fine della vicenda si colora così di un grigio ancor più opprimente dietro il quale però, forse, si intravede una debole speranza.

Con questo spettacolo Paravidino ci regala una storia vera e attuale e ci racconta in modo schietto, ma anche poetico, la malattia della nostra società e la costante e dolorosa necessità di amare e di essere amati. Con questo brillante testo e la sua performance, Fausto riconferma pienamente la sua reputazione.

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