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L’inesistenza stessa delle ombre

di Lucio Guadagno - 25/01/2010
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Mi hanno criticato accusandomi di “scrivere troppo difficile”. Un lettore mi aveva contestato il fatto che il mio “prosare” risultasse troppo “pesante”, carico di lemmi, “una mitragliata di sillabe”, per citare la sua espressione.

In sociologia vi sono due approcci disciplinari o di ricerca: la teoria dell’equilibrio (legata al funzionalismo, dottrina che predilige una visione funzionale dei diversi attori o componenti sociali organizzati in forma sistemica e quindi tendenti all’equilibrio) e la teoria del conflitto (prende spunto dalla visione materialistica della storia esposta da Marx) che in un certo senso, già dall’accezione, fornisce significativi spunti alla comprensione della propria dottrina.

La critica o l’approccio critico, quello che, tanto per capirci, assumono i famigerati e temutissimi critici (dalla letteratura, al cinema, alla politica fino a giungere alle più particolari forme d’arte) può essere inteso come conflittuale in quanto presuppone un conflitto che mira, molto alla lontana, ad un equilibrio, una forma di accordo scaturito dal confronto dialettico e dalla comprensione delle proprie dottrine o prassi di manifestazione culturale.

Sentendomi molto più attratto intellettualmente dalla dottrina del conflitto – non tanto per innate velleità belliche ma soprattutto per una testarda volontà epistemologica imprescindibile dalla curiosità e dunque dal confronto con le altrui idee – cerco di adoperare le critiche in modo utilitaristico: è l’altrui pensiero. Importante dunque, esiste e non può venir ignorato; mi attacca non perché desidera prevaricarmi ma offrirmi uno spunto di confronto, banalmente pone una questione: io la penso così e perché tu invece in quel modo, forse allora mi sbaglio?

Attualmente, essendo tutti attori agenti un questa società, capitalistica o neo-capitalistica, fondata principalmente sullo sfruttamento del lavoro altrui (nelle modalità e secondo le pretese ottuse e da ogni parte conosciute) non v’è critica costruttiva che possa risultare o in qualche modo assecondare il dubbio di fondo dovuto, necessario all’attendibilità delle proprie critiche.

Qualsiasi tipo di critica, almeno quelle che capita di osservare (ovviamente attraverso i talk show, rubriche editoriali, media, etc.) si tramuta – benché le si voglia conferire, con cieca fiducia, qualsivoglia nobile premessa – immancabilmente in una prevaricazione di punti di vista, di dottrine blindate dalla spocchiosa pretesa di verità.

http://www.youtube.com/watch?v=nIgb75Kx3YI

Il link proposto è importante in quanto fornisce una “fotografia” a quanto affermato fin’ora. Costanzo spaparanzato nel suo divano televisivo propone al suo ospite importante il concetto di “italietta” cantato dallo stravagante cantautore.

Patetico.

Il titolo potrebbe esser questo: il consigliere, il signore e il giullare (sebbene l’acume di Rino Gaetano è ben altro a confronto della retorica proposta dall’uomo della camicia con i baffi). Non bisogna dimenticare che Costanzo è pur sempre un gran maestro (titolo col quale era tesserato all’interno della loggia deviata P2).

Ed è proprio al concetto di “italietta” si voleva giungere, molto vicino a quanto affermato da Lenin: l’italietta stracciona…

Maestrina, avvocatucolo, impegatuccio, italietta…

L’interrogativo è: quant’è italietta quest’Italia?

Verrebbe da ridere. Fatto sta che l’unica strada epistemologicamente valida sembra la Storia e difatto ci affidiamo ad essa.

Montanelli in un’intervista affermò che “il modo di fare politica, in Italia, rispondeva a prerogativa mafiose”. Vuol dire forse che lo Stato italiano è mafioso?

Non proprio, forse per proprietà transitiva, ma ideologicamente è comunque errata tale affermazione.

Vuol dire forse che i politici sono mafiosi? Altra smorfia di riso ma non è ancora precisa questa definizione retorica anche se comunque vi si avvicina parecchio.

Vuol dire che la politica è mafia?

Si.

Vuol dire che la cultura politica in questo paese non si distacca dalle premesse o attitudini prettamente mafiose di regolamentazione dei rapporti sociali e dunque di potere?

Si.

Per ragioni complesse i politici (ovviamente non tutti ma l’eccezione è sparuta) sono diventati burocrati o al limite supervisori del Potere reale rappresentato dal capitale finanziario.

Per comprendere tale aspetto bisogna operare cognitivamente secondo un approccio sovrastrutturale: il sistema Italia analizzato singolarmente, distaccandolo dal contesto sovrastrutturale appunto al quale è legato indissolubilmente, risulterebbe una mossa superficiale.

Il sistema monetario internazionale è gestito dalla Banca mondiale. Le due principali valute che dominano gli scambi commerciali sono il dollaro e l’euro. I paesi che utilizzano valute differenti (principalmente i paesi del terzo – quarto mondo) partono già, pertanto svantaggiati: il cambio monetario favorisce la deflazione del valore delle materie prime prodotte dai paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, il continente africano in primis.

Gli accordi di Breton Woods del 1944 (in quell’occasione vennero costituite le varie organizzazioni: ONU, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) diedero il via al credito per i paesi disastrati dalla guerra e in via di sviluppo affiché potessero “competere” sul mercato mondiale.

Sono circa sessant’anni che il cosiddetto terzo o quarto mondo è terzo o quarto, sembra divenuta una condizione esistenziale perpetua, uno status quo dal quale non vi è via d’uscita. Il motivo è semplice: quegli accordi spinsero prepotentemente società fino ad allora prettamente agricole o preindustriali in un mercato capitalistico globalizzato senza possedere quei requisiti infrastrutturali necessari ad una “competizione” paritaria. Banalmente si potrebbe affermare: se la fine della seconda guerra mondiale è stata denominata “fine dell’imperialismo occidentale” gli accordi post bellici, ovviamente dettati dalle volontà delle potenze vincitrici, resero possibile la formazione di un nuovo imperialismo, non più coloniale ma finanziario. Le grandi multinazionali (petrolio, alimentari, abbigliamento) invasero i mercati africani, sudamericani, asiatici stravolgendone gli equilibri sociali. La Storia attuale ne è testimonianza.

Che interesse potrebbe avere l’Eni (Agip) o la Shell nel Delta del Niger a creare infrastrutture, a fornire cioè quegli strumenti necessari di sviluppo sociale in un paese produttore di materie prime? Ovviamente nessuno. Non è meglio forse fare affari con un governo debole, povero, mal gestito, vulnerabile ai ricatti?

È tutta una balla, un’enorme balla. I media raccontano storie risapute, in sostanza ciò che i popoli vogliono sentirsi dire e le coscienze così legittimate, quotidianamente, al patologico consumo. Paesi come il Messico, Colombia, molti Stati africani sono di fatto amministrati da sistemi di potere prettamente mafiosi (il termine mafia non si riferisce solo alla ormai famosissima “cosa nostra” ma ad un sistema di corruttele, oligarchie, violenza).

Il sistema capitalistico, che esiste ormai da cinquecento anni, ha dato prova della propria inefficienza sussistenziale, della propria finta e pervicace illusione di benessere.

Crea diseguaglianze disastrose, povertà, odio tra popoli, sovrappone l’idea di profitto all’umana necessità di autodeterminazione.

Gli uomini della terra non sono nati uguali né liberi, non esistono comuni possibilità. La patetica idea del “il meglio rende o vince” è una sconcertante falsità. Non esistono, ed è palese, stesse possibilità per tutti, l’accesso stesso a quelle possibilità o strumenti di emancipazione o progresso sono limitate, gestite da un potere oligarchico.

Diceva Pasolini in un bel film “La Rabbia” (1963) che il mondo avrebbe dovuto fare i conti con milioni di figli neri, gialli, mulatti; li stiamo già fronteggiando da circa quarant’anni e vinceranno: ne sono molti di più.

Rosarno, Castel Volturno o andando più indietro nel tempo Parigi, non sono assolutamente conflitti legati alla razza, al colore della pelle (dopo il nazismo l’idea di razzismo in un certo sensa ha perso la sua essenza) ma conflitti economici, lotte di classe.

“Io credevo che un giorno i contadini africani, portando la foto di Lenin, unitesi ai contadini calabresi, avrebbero marciato sull’Occidente” disse Pasolini, un sogno condiviso, almeno da me caro Pierpaolo.

Ma nemmeno l’Occidente in realtà se la passa benissimo. La classe media, la proficua invenzione del neocapitalismo post bellico, tanto per intenderci gli impiegati, coloro che vivono solo attraverso la vendita del proprio lavoro, i proletari del XXI secolo, non sono più così felici: la classe media non andrà in Paradiso, sbava e si contorce nell’estenuante attesa.

Parlare di razzismo, di droga, delinquenza, mafia o camorra è sfacciamente superficiale, non sono problemi reali, sono semplicemente maschere mediatiche. Quanti pensano oggi che gli africani o i cinesi o qualsiasi altra razza (sarebbe meglio definirli popoli) sono inferiori?

Nessuno.

Quanti ritengono che la droga sia una piaga della società?

Nessuno.

Quanti pensano che le mafie sono un ostacolo al progresso delle società?

Nessuno (o almeno potrebbero essere contati).

Tornando al bel paese e a quanto detto poc’anzi circa la classe politica, Tangentopoli ha dimostrato come potere economico e politico fossero soci in affari ed i partiti corporazioni elitarie atte alla gestione di tali affari. Magistratura e potere esecutivo, Montesquieu si rivolterebbe nella tomba, non sono staccati e autonomi: fare pressione su un giudice è una cosa semplicissima, naturale, per coloro che hanno quattrini è ovvio e il nostro Presidente del Coniglio (l’errore è voluto) potrebbe tenere lezioni all’università sull’argomento.

Trasparency International è un’organizzazione no profit che stila ogni anno una classifica riguardante la percezione di corruzione nei vari paesi del mondo. L’Italia, nella classifica del 2009 è al 63esimo posto davanti a Arabia Saudita, Kwait, Geogia, Tunisia, Croazia e indietro a Turchia, Cuba, Isole Samoa, Malesia.

È risaputo che l’Italia è un paese corrotto, lo sanno gli italiani, lo sanno i governi europei, lo sanno i potenti del mondo. D’altronde è palese.

Qual è il “business” o meglio il settore di affari che frutta di più annualmente? L’illecito gestito dalle mafie.

Le principali droghe esistenti sulla terra sono piante. Nel senso che si ricavano dalla lavorazione agricola: canapa sativa o indiana, cocaina, papavero da oppio, funghi o spore da effetti allucinogeni. Il principale paese al mondo produttore di canapa è il Marocco. Nonostante l’iniziative dell’Unione europea di stanziare finanziamenti per i contadini marocchini e spingerli a cambiare coltura non hanno prodotto significativi risultati per il semplice motivo che la produzione di canapa per hashish e marijuana è infinite volte più redditizia di grano, frumento, mais etc.

Un grammo di hashish comprato direttamente dal produttore costa tra i 20 e gli 80 centesimi, in Europa tra i due e i dieci euro. Stesso discorso per la cocaina in sudamerica e per il papavero in Afgnistan, Siria, Nepal etc. Non si può stravolgere da un giorno all’altro la sussistenza di milioni di contadini, che vivono tutt’oggi in condizioni pre industriali, obbligandoli o costringendoli a produrre piantagioni di cui il mercato mondiale è saturo (vedi mais, grano, frumento destinato maggiormente al foraggio), concetto del quale i governi dei paesi in oggetto ne sono ben a conoscenza. Da un lato (l’aspetto di facciata) cercano di assecondare le direttive dell’ONU sul narcotraffico, dall’altro (quello reale) intascano laute ricompense dalle organizzazioni dedite al narcotraffico per annullare i controlli e mantenere integro il mercato.

Dovunque ci si voglia rigirare è sempre un discorso di soldi, pecunia, potere. La soluzione è palesemente semplice: legalizzare qualsiasi produzione, lasciando ai contadini il proprio lavoro e alla gente la possibilità di “drogarsi” quando e come le pare. E questa non è una soluzione rivoluzionaria, la stessa ONU in un rapporto del 2009 avanzava tale proposta ben consapevole del fatto che il proibizionismo è una finzione.

Basta lavorare di immaginazione: domani ci si sveglia già coscienti che le droghe, naturali o no, sono legali e si possono acquistare in appositi negozi.

Panico: tutti fatti per le strade, macchine che si scontrano e i passeggeri che si scompisciano di risate, fellazio e sodomia in ogni vicolo, presidenti che appaiono in televisione con volti straziati e occhiaie vergognose, Bossi che afferma: scopiamo tutti come conigli finché non diventeremo marroncini.

L’oppio già si usa in farmacologia, così come la canapa per scopi terapeutici, allora perché tanta paura, questa cieca e ottusa volontà proibizionistica?

La domanda potrebbe essere capovolta e rivolta in modo differente: quanto fa comodo ai partiti (o poteri politici) dei diversi paesi del mondo che esistano le mafie con i loro affari tra cui, per l’appunto, il narcotraffico?

Quantificare gli introiti del traffico di droga è impossibile, di solito le stime diffuse dai vari organismi di controllo sono calcoli statistici approssimati per eccesso. Ma è inutile il rompicapo in merito alla mera questione numerica si può tranquillamente affermare che annualmente si attesta in …mila miliardi di euro – dollari.

Sulla destinazione finale di tali soldi, un’enorme mole di capitali liquidi, è ovvio il mistero, non v’è dubbio che nemmeno gli inquirenti ne sappiano molto, brancolano nel buio (Paolo Borsellino docet) poiché le normative internazionali rendono molto complicata (se non impossibile) la tracciabilità dei capitali illeciti. Ma la popolazione mondiale, mettiamo il caso solo quella occidentale acculturata, si presuppone formata da individui di intelligenza finissima, può pertanto intuire senza molte difficoltà quali sono le varie possibilità di riutilizzo di tanto “ben di Dio”: fondazioni, banche occidentali per  rotte sempre più intricate attraverso i famigerati “paradisi fiscali”, assicurazioni, fondi di investimento, appalti, titoli stato e così via. “Entrare negli uffici delle banche” è oggi il compito più arduo per gli inquirenti poiché non è permesso loro di andare troppo oltre. Quest’idea riporta immancabilmente o naturalmente agli anni ’60, alle stragi di Stato, i misteri che ancora aleggiano nel passato della “repubblica”, rimasti tali solo perché non si è indagato, o non si è potuto o non si è voluto. Allo stesso tempo tornano alla mente i movimenti di massa di quegli anni: studentesco, operaio, femminista e quelli che erano in piazza allora, oggi sono negli uffici direttivi, al posto dei loro padri contro i quali manifestavano dimenticando gli slogan che cantavano da giovani, pugno chiuso e barbe lunghe, occhialoni da finti intellettuali o studentucoli con la puzza sotto al naso. “Ma prendetevela con la magistratura e vedrete! […] Ma andate, piuttosto, figli, ad assalire Federazioni, andate a invadere Cellule! Andate ad occupare gli uffici del Comitato Centrale! Andate ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!”

È ovvio che non può esserci fiducia cieca nella magistratura, nell’istituzione della polizia o nel concetto di forza pubblica, banalmente e tragicamente borghesi, ma è chiaro che l’unica reale convinzione, ottimistica nella sua ragione, è rivolta all’onestà di singoli e sparuti individui.

“Inoltre i giovani di oggi (che si sbrighino poi ad abbandonare l’orrenda denominazione classista di studenti, e a diventare dei giovani intellettuali) non si rendono conto di quanto sia repellente un piccolo-borghese di oggi” soprattutto il suo moralismo da talk-show, solleticatore di finti applausi.

A sinistra della destra si ragiona (o si sragiona) sul pensiero unico, contro il pensiero unico ma attraverso  la categoria predominante dello stesso pensiero unico e cioè il Potere. Nel 1989 alla Bolognina hanno seppellito la falce ed il martello per prendere computer, stilografiche dorate da esporre nei taschini dei doppio petto. Prima di allora il pensiero unico aveva già vinto e le scelte successive altro non sono state che conseguenze irrimediabili. Per quanto si voglia parlare di mass media liberi, di libertà di informazione, la cosa sconcertante è che lo si faccia attraverso quei mezzi mentre le piazze, le strade, le città in toto divengono carcasse vuote da cui scaturisce la desolante tristezza di un’improvvisa sensazione di solitudine. Ed è forse questa la paura, inconscia, culturalmente innata, che offre la debolezza della contemporaneità in qualità di preda inerme alla fame dell’arrogante televisione.

Questo ed altro mi si contesta e voglio pensare allora solo alle mie colpe, “rianalizzare il piccolo borghese che siamo (che sono) oggi” chiedendomi quanto sia sbiadito o rivitalizzato quel contorno intorno alla mia ombra, restituendomi immediatamente dopo al mondo delle idee senza speranze ma un’unica certezza riguardante l’inesistenza stessa delle ombre.

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