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‘Baciami ancora’, tutto ciò che non è amore: Muccino

di Flavia Maimone - 28/01/2010
baciamiancora

A dieci anni di distanza da “L’ultimo Bacio”, Gabriele Muccino, forte del successo americano, torna a riproporci la storia d’amore tutta italiana tra Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Vittoria Puccini) nell’attesissimo sequel “Baciami Ancora”.
Un film che nasce dalla voglia di proseguire qualcosa di cominciato tempo fa e di ritrovare i personaggi de “L’Ultimo Bacio” maturati e cresciuti: padri, madri, mariti e mogli ancora alla spasmodica ricerca della felicità.
A differenza del capitolo precedente,però, incentrato prevalentemente sulla storia dei due protagonisti (Carlo e Giulia), il secondo capitolo è un film corale, che amplia le storie di quegli amici che ne “L’Ultimo Bacio” hanno fatto solo da contorno a quella che è stata la storia d’amore principale. Ma anche un film che supera il “maschilismo” del primo e che si apre verso il mondo femminile mettendone in luce debolezze e stati d’animo.

La storia riparte dal solito gruppo di amici ormai quarantenni : Carlo e Giulia sono alle prese con una figlia, una separazione e con una serie infinita di problemi, dubbi, crisi e incertezze; Marco (Pierfrancesco Favino) vive , assieme a sua moglie Veronica (Daniela Piazza), una vita borghese apparentemente perfetta; Paolo (Claudio Santamaria) prosegue la sua vita tra fasi alterne di serenità da psicofarmaco e profonda depressione; Alberto (Marco Cocci) è rimasto un “playboy” con il continuo desiderio di mettersi di nuovo in viaggio per sfuggire ad una vita che gli va stretta; Adriano (Giorgio Pasotti) dovrà affrontare i sensi di colpa per l’abbandono del figlio avuto da Livia (Sabrina Impacciatore) dieci anni prima.

Il cast del precedente film è tutto riconfermato, fatta eccezione per Giovanna Mezzogiorno che, non avendo gradito l’evoluzione riservata dalla sceneggiatura al suo personaggio, lascia il posto a Vittoria Puccini. L’interprete femminile principale,insieme alle altre donne di “Baciami Ancora”, risulta spesso troppo isterica ed eccessiva, rendendosi spesso protagonista di scelte ingiustificate e cambi d’umore repentini; Stefano Accorsi, nonostante i dieci anni di distanza, ricicla l’interpretazione del film precedente e non ci dà niente di nuovo, non mostrando alcuna evoluzione del personaggio; Claudio Santamaria “incarna” più che interpreta, essendo ormai troppo dentro il suo solito ruolo; Giorgio Pasotti risulta il meno eccessivo nel gruppo dei protagonisti, costruendo un personaggio distrutto psicologicamente (ma anche fisicamente, data l’orribile parrucca che porta per l’intero film!) che con tenacia tenta di riscattarsi.
Nota di merito va a Pierfrancesco Favino, che con la sua eleganza e simpatia strappa risate in sala, purtroppo troppo poco contestualizzate all’interno del film.

Questo non può non portare a pensare che il problema stia alla base, in termini di regia e sceneggiatura, che non hanno permesso ad attori validi nel panorama del cinema italiano di esprimersi al meglio.
Infatti è proprio la sceneggiatura che risulta banale con un abuso eccessivo di frasi scontate e della parola “amore” ripetuta in continuazione fra urla e lacrime che scandiscono le due ore e diciannove minuti del film (forse un tantino eccessive!).
Il lettore perdonerà l’abuso del termine “eccessivo” ma è proprio questa l’impressione al termine della visione del film, l’aggettivo più calzante a renderne la sua essenza.
Così, dopo un tumulto di emozioni che pervadono lo spettatore per l’intera durata del film, azzeccata è la canzone che fa da sottofondo ai titoli di coda: Jovanotti con un ritornello riconoscibile e una ballata leggera regala un respiro agli spettatori con la sua “Baciami Ancora”.

Guardando il film non si intravede alcuna speranza: ieri trentenni indecisi e irresponsabili, oggi quarantenni isterici e frustrati. E si suppone che si andrà sempre peggiorando.

Alla fine un dubbio resta: c’era davvero bisogno del sequel di un film che ha sbancato i botteghini italiani e portato al successo il regista Gabriele Muccino oppure il suo unico scopo era quello di replicare il successo commerciale del suo antenato?

Al pubblico l’ardua sentenza.

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