L’incubo di Haiti fra passato e futuro
di Stefano Berra - 28/01/2010
A più di due settimane dal disastroso terremoto che ha colpito Haiti il 12 gennaio, le notizie sulla nazione caraibica iniziano lentamente ad allontanarsi dalle prime pagine dei giornali: un motivo in più per seguirle con attenzione. I tragici numeri si fanno più chiari: almeno 150.000 il numero delle vittime, probabilmente destinato a raggiungere i 200.000; circa 250.000 i feriti gravi; 1 milione di senzatetto (stima estremamente approssimativa in una zona densa di slums); 3 milioni di persone colpite dal sisma (ovvero 3 milioni di persone che necessitano e necessiteranno di aiuti).
Per tentare di comprendere la gravità della situazione occorre considerare le condizioni in cui versava la nazione prima del terremoto. Haiti è indipendente da oltre 200 anni (dal 1804), è l’unico paese in cui una ribellione di schiavi abbia avuto tanto successo da condurre alla creazione di uno stato indipendente, e a lungo è stato un baluardo contro lo schiavismo in America. Oggi tuttavia è diventato uno dei paesi più poveri al mondo, in cui il 50% dei 10 milioni di abitanti è analfabeta e più dell’80% vive in povertà. Le ragioni sono da ricercare nella sua storia nel corso del Novecento, caratterizzata da governi democratici diventati più o meno dittatoriali (“Papa Doc” Duvalier e il figlio “Bébé Doc” tra gli anni ’50 e ’80, Aristide negli anni ’90 e 2000), nonché da un’estrema instabilità e conseguente violenza politica (e frequenti interventi, per nulla cristallini, da parte di Stati Uniti e Francia). L’ultima crisi politica è avvenuta nel 2004: in seguito ad essa la gestione della nazione è stata divisa tra il presidente Préval e una missione speciale dell’ONU, guidata dal Brasile. Questa particolare fragilità ha condizionato pesantemente la situazione attuale su più fronti. Da un lato i governi degli ultimi decenni sono stati incapaci di promuovere una politica economica decente, lasciando una nazione dipendente dall’agricoltura di sussistenza e dal piccolo commercio (eccettuata un’infima minoranza che possiede gran parte della ricchezza del paese). Di qui la presenza estensiva di bidonville, concentrate intorno alla capitale Port-au-Prince, la proliferazione di costruzioni precarie, l’inesistenza o l’estrema volatilità di un sistema di infrastrutture. D’altro lato si è creato un forte vuoto istituzionale e politico: è pressoché assente un punto di riferimento che detenga la sovranità e sappia utilizzarla per guidare e coordinare il paese. Per tacere dei problemi di corruzione e similari.
Un paese ridotto ad un colabrodo in tempi normali è estremamente esposto alle conseguenze di eventi eccezionali. Haiti non è nuova a calamità naturali: nel 2008, ad esempio, fu colpita da una serie di uragani che lasciarono quasi un milione di persone senza un tetto. Si trattava allora soprattutto degli abitanti degli slum, che videro il fango e la pioggia portare via le proprie baracche costruite su terreni fortemente erosi. In seguito al terremoto del 12 gennaio, invece, alcune di queste bidonville hanno retto meglio dei molti edifici in cemento costruiti senza un minimo criterio. Il sisma è stato sicuramente molto violento, e avrebbe messo in ginocchio anche aree molto meglio attrezzate, ma in una situazione così critica ha creato un vero e proprio cataclisma. La vicinanza dell’epicentro alla capitale, poi, ha annientato le poche istituzioni che avrebbero potuto minimamente gestire la crisi, dal governo haitiano alla missione ONU, alle molte ONG presenti. E soprattutto ha colpito la zona più densamente (e precariamente) popolata del paese. D’altra parte le altre aree affette dal sisma, eminentemente rurali, hanno sofferto (e soffrono tuttora) della difficoltà di accesso da parte dei soccorritori e degli aiuti umanitari.
I soccorsi e gli aiuti si sono mossi subito dall’estero, spinti anche dall’enorme impatto mediatico dell’avvenimento. Non è stato facile, però, raggiungere la popolazione colpita e mettersi effettivamente al lavoro, per vari motivi. E’ stato letteralmente difficile arrivare sull’isola, dato che il porto e l’aeroporto di Port-au-Prince hanno subito pesantemente le conseguenze del sisma. E’ stato difficile raggiungere tutti coloro che avevano bisogno di soccorso prima e di assistenza poi, per l’elevatissimo numero di persone colpite e per la distruzione delle più elementari infrastrutture. Accanto al problema di estrarre dalle macerie i sopravvissuti intrappolati, una delle prime emergenze è stata la disperata carenza di strutture sanitarie (alcuni dei già pochi ospedali erano inagibili), di medici e di medicinali. L’assenza d’acqua e la difficoltà di comunicare sono seguite immediatamente, e quindi la scarsità di cibo. Innumerevoli persone hanno dovuto cercare un posto di fortuna dove dormire e ripararsi, spesso creando piccole tendopoli in zone aperte come piazze o campi sportivi. Ma a due settimane di distanza il presidente Préval ha annunciato che il paese ha urgente bisogno di almeno 200.000 tende. E si corre il rischio che molti vadano ad accrescere le bidonville, costruendo altre strutture precarie che potrebbero essere spazzate via dalle piogge d’estate. Moltissimi cadaveri sono dovuti essere rimossi dalle strade, ed è stato deciso di seppellirli in fosse comuni o di bruciarli, fatto che accrescerà ulteriormente il trauma di un popolo che ha molto rispetto per la sacralità dei morti. Ad Haiti, in breve, soddisfare le necessità basilari era un compito non indifferente prima del terremoto: dopo di esso è divenuto proibitivo.
Numerose domande e critiche sono state sollevate riguardo agli aiuti stessi. Nonostante l’eccezionale mole di soldi e materiali a disposizione dei paesi coinvolti, durante questi disastri è la qualità degli aiuti che fa la differenza, più che la quantità. Alcuni interrogativi sull’efficienza sono spiegabili con l’oggettiva gravità della situazione, altri con le difficili condizioni materiali pre-esistenti. Altri ancora con l’assenza di un governo con cui collaborare e che potesse indicare la direzione da prendere: diversi ministri sono morti a causa del sisma, molti edifici governativi sono stati distrutti, Préval e il suo governo si riunisce in una piccola stazione di polizia rimasta intera. Altri invece con la mancanza di coordinazione fra i diversi stati: Francia e Italia hanno avuto qualche piccolo screzio con gli Stati Uniti riguardo alla gestione dell’emergenza (forse i francesi con qualche ragione in più, dato che si sono visti respingere alcuni aerei con aiuti importanti da parte degli americani in controllo dell’aeroporto).
Certamente gli USA si sono spesi moltissimo per portare direttamente aiuti e per supportare un’operazione di aiuto su vasta scala, ad esempio lavorando sulle infrastrutture (aeroporto e porto su tutti). Tuttavia sono stati oggetto di diverse critiche riguardo ad alcune scelte, in particolare a proposito dell’invio di un gran numero di militari (circa 10.000). Alcuni, come Cuba, Venezuela e Bolivia, arrivano ad accusare gli USA di voler “occupare” Haiti per i propri interessi strategici. Gli Stati Uniti hanno in effetti spesso influito sulle vicende del paese nel corso della storia, e non è la prima volta che inviano truppe ad Haiti, per svariati motivi. Ma al momento non pare proprio che sia necessaria una presenza militare per influire sui destini del derelitto paese: molto più potere di decisione proviene dai fondi che stanno investendo. Un’altra critica mossa da più parti rispetto all’utilizzo dei corpi militari, invece, deriva dalla loro inutilità e dall’aver intralciato altre operazioni. Soprattutto nei primi giorni, infatti, è stato lamentato anche da diversi medici che il trasporto di truppe abbia avuto precedenza rispetto all’atterraggio di aerei con medicinali. Una questione di priorità sbagliata, quindi, che in casi critici si traduce però in vite perse. Una ragione dell’invio di truppe è la loro utilità nel ripristino della logistica, ad esempio delle vie di comunicazione (ma sarebbe stato un compito altrettanto adatto al genio civile, se non di più). Un’altra ragione, che forse ha influito maggiormente, è stata la paura di rivolte e di violenze tra la popolazione. Forse dettata dalla diffusione endemica della violenza ad Haiti in tempi “normali”, soprattutto per la presenza di numerose gang criminali, molto probabilmente dovuta all’apprensione per la fuga di 4000 detenuti da un carcere di Port-au-Prince, crollato per le scosse. In ogni caso si sono rivelate largamente infondate: com’è accaduto nel corso di altri disastri naturali paragonabili, la popolazione è spesso sotto shock e non pensa a scatenare rivolte, ma piuttosto mostra coesione e solidarietà. Nonostante diversi casi di saccheggi (peraltro spesso amplificati) in molti hanno sottolineato come la città fosse più sicura dopo il terremoto che prima. Problemi relativi alla sicurezza potranno semmai sorgere in seguito, se una situazione di emergenza dovesse trasformarsi in emergenza quotidiana. In ogni caso l’ONU ha mantenuto il compito di provvedere alla sicurezza nelle mani delle forze di polizia haitiane e del contingente brasiliano già presente sull’isola prima del sisma.
Quando si tratta di aiuti, tuttavia, bisogna considerare che la parte maggiore proviene sempre dalla stessa popolazione colpita, attraverso le reti familiari o locali, ad esempio con l’aiuto e l’ospitalità fornita da parte delle persone meno colpite ai familiari più provati. E’ il tipo di aiuto più capillare e basilare. Passata l’emergenza iniziale, un compito importante dei contingenti esteri dovrebbe essere quello di favorire tale auto-sostegno e solidarietà, fondamentale anche nella transizione verso la ricostruzione. Nel caso di Haiti, inoltre, più che di ricostruzione bisognerebbe parlare di costruzione dalle fondamenta (uno slogan diffuso è “building back better”), costruzione materiale e istituzionale di uno stato inesistente.
Per chiunque abbia seguito anche minimamente la vicenda attraverso i mezzi di informazione è stato incredibilmente facile commuoversi (com’è naturale e spontaneo), ma molto più difficile comprendere. Perché anche di fronte ad un disastro naturale, che apparentemente non ha colpe, è necessario e doveroso comprendere. Ogni disastro naturale non è mai completamente un fatto naturale, ma è fortemente legato a come l’uomo si rapporta con la natura, o come si illude di potersi dimenticare della natura. Inoltre i disastri naturali colpiscono comunità umane, società diverse che reagiscono in modo diverso alle sciagure. Che per molti haitiani questo terremoto non sia stato altro che un episodio (certo più duro) di una lunga serie di problemi naturali (e sociali) che li affliggono? E inoltre, quanto ci può dire un evento come questo sulla società dei generosi donatori, di noi paesi e cittadini ricchi che inviamo gli aiuti? E’ innegabile che siano una risorsa fondamentale, importantissima, ma a cosa è dovuta questa generosità? Alla commozione, alla spettacolarizzazione, ad un sincero bisogno, ad una partecipazione sentita, ad una necessità storica? Forse anche al bisogno di lavarsi la coscienza di fronte all’innegabile differenza di status fra chi vive una tragedia e chi la osserva al sicuro. O ad un sentimento di autocompiacimento, che porta a seguire le somme di denaro che crescono vertiginosamente e l’altrettanto vertiginoso elenco di star che contribuiscono “alla causa”.