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Elegia al rugby

di Andrea Spinelli Barrile - 05/02/2010
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Pack!
Il rumore è sordo come un colpo di frusta, secco: pack! I fari illuminano adeguatamente la sera romana: le due H si stagliano alte ai vertici opposti del campo, il prato è bagnato d’umidità, schiacciato dalle scarpe con metallici tacchetti a otto. Si odono le urla e i gemiti dei giocatori in campo, le chiamate del mediano che imposta il gioco, quelle di tutta la seconda linea di difesa che imposta e chiama uomini laddove c’è inferiorità numerica.

Pack!
Il gioco segue inesorabile, continuamente. Trenta uomini si affrontano nella fredda, bagnata umidità romana. Apparentemente un grande caos, ordinato in verità da ferree regole scritte e non, cavalleresche. Uomini. Uomini che si affrontano dal punto di vista fisico, tecnico, dal punto di vista mentale, d’intelligenza. Che si scontrano gli uni contro gli altri, seguendo sempre un comportamento da gentiluomini, anche quando le botte fanno male, anche quando la sconfitta è vicina, anche quando tutti i muscoli del corpo sembrano abbandonare d’un botto.

Pack!
Ancora grida, il mediano chiama gli avanti nel raggruppamento, ora si spinge. Gli uni contro gli altri, di fronte a sé una linea immaginaria invalicabile, poi un’altra composta da avversari, questa quasi invalicabile. La palla esce e comincia a tornare indietro, prima all’apertura e poi ai centri. Si corre in avanti, si passa all’indietro, per non dimenticare che si avanza ordinati e tutti insieme, che si è in quindici a vincere e in quindici a perdere, che la macchina è composta da tante unità con uno scopo comune: la meta.

Pack!
Ancora quel rumore. Così sordo, così secco da far impaurire il gatto che placidamente passeggiava sulla pista d’atletica, a bordo campo. E’ il rumore del giocatore trequarti-ala, che isolato e placcato va a terra. Ruck. Manca il sostegno dei compagni, la macchina si è inceppata, anche se per un solo secondo: gli avversari recuperano la palla. Magistralmente, con intelligenza e possanza fisica. Sono gladiatori, non si fermano se prendono un colpo alla spalla o alla testa. Non possono farlo, tutti gli altri sarebbero in difficoltà.

tacklePack!
Quando succede questo, non ci si può arrestare. Ancora un placcaggio. Duro, alle gambe. Come viene insegnato ai bambini, per far cadere l’avversario bisogna placcarlo alle gambe. Dopo qualche anno verrà anche insegnato che “più sono grossi, più fanno rumore quando cadono”, espediente psicologico per non arrestarsi mai, per vincere la paura derivante dai propri limiti fisici. D’altra parte, il rugby lo possono giocare tutti.

Pack!
Il gioco si ferma. Dopo il placcaggio la palla è caduta in avanti. Ora si può respirare un attimo, l’aria gelida che entra dal naso ed esce come funamboliche nuvole di fumo dalle bocche ansimanti. Una nube di condensa si alza dalle spalle dei giocatori, illuminata dai fari a bordo campo. Sembra vadano a fuoco. Poi gli otto avanti si sistemano. E’ mischia adesso, adesso si spinge, adesso si soffre. Adesso vedremo chi la le gambe più forti, chi ha la schiena più stoica, chi il collo più resistente. La mischia è un abbraccio: otto uomini che diventano un unico carrarmato, un’unica entità di gioco che faccia a faccia affronta il proprio avversario corazzato, anch’esso determinato a spingere, a soffrire, a sudare. Il grande abbraccio, non c’è niente di più bello nel rugby che la preparazione degli otto avanti prima della mischia: il tallonatore alza le braccia e cinge i piloni all’altezza del torace; tre armadi di 110 kg l’uno che si legano divenendo, in modo impressionante, la testa dell’ariete. I piloni che cingono alla cinta il loro tallonatore, che lo strizzano al pantaloncino; se non fossimo in un campo di rugby penseremmo a tre giganti un po’ alticci tra le vie di un paese di montagna, invece no: è la prima linea. Le loro barbe gocciolano umido e sudore. Le due grandi seconde linee fanno lo stesso: si stringono tra loro, legandosi al pantaloncino per tenere la presa, e inseriscono le loro grosse teste tra le cosce della prima linea: le orecchie si strizzano, soffrono. A volte sanguinano per lo sfregamento, adottando la classica forma “a cavolfiore” che caratterizza l’uomo di mischia in mezzo alla gente, tutti i giorni della settimana. E’ un segno di distrinzione, di orgoglio: sì, sono un rugbysta e sì, gioco in mischia. La prima linea si siede sulle spalle delle seconde linee. I due grossi e veloci flanker si aggregano al gruppo abbracciando a loro volta “le seconde”. Posizione esterna nel pacchetto di mischia, fondamentale qualora gli avversari vogliano ripartire velocemente, fondamentale qualora debbano raccogliere il pallone per ripartire a loro volta, fondamentale per guidare il pacchetto quando la mischia gira. Dietro di loro il gran timoniere, la terza centro, il decatleta del rugby: alto, grande, le mani che sembrano in grado di spaccare la legna senza fatica, ma che nascondono un’abilità sopraffina nel cosiddetto “gioco palla in mano”. Le gambe lunghe, le spalle larghe. A volte la gente si chiede: “come farà ad entrare in macchina?”. E’ la guida del pacchetto di mischia, colui che detta i tempi, che incoraggia tutti gli altri, che fa da timoniere di tutti i sette avanti, che aiuta il mediano a recuperare la palla. Il cervello muscoloso del pacchetto di mischia. Sono pronti. “Bassi e fermi, tocco, pausa, ingaggio!”

PACK!
Questa volta il rumore è molto più forte, fa quasi male alle orecchie sentirlo. Le spalle delle prime linee si impattano con una forza impressionante, le teste scompaiono nel raggruppamento, ad un metro da terra. I piloni cominciano a spingere gli uni contro gli altri. E’ come un muro che spinge un altro muro, impossibile o quasi stabilire chi avanzerà, anche solo di pochi centrimetri. Si spinge uniti, un solo elemento fuori tempo può vanificare lo sforzo di tutti i compagni di mischia. Poi il mediano batte il pallone sulla mano del tallonatore, è il segnale: questi avanza la propria gamba, il mediano inserisce l’ovale, che sembra scomparire sotto questi sedici uomini, e la “uncina”. Il gesto è fulmineo ma efficace, l’ovale finisce tra le seconde linee e poi tra i piedi della terza centro, del numero 8. Costui raccoglie la palla e veloce come una possente gazzella riparte dal raggruppamento, avanza un metro, poi ancora.

Pack!
nazionale-italiana-di-rugbyPlaccato e messo a terra dalla terza linea avversaria. Nuova ruck, ennesimo raggruppamento a terra: gli avanti sopraggiungono e spazzano gli avversari, la palla è pulita e il mediano la può aprire. Apertura, poi primo centro, che evita un placcaggio e trova la strada libera davanti a sé, può correre, veloce. Avanza, dieci metri che sembrano durare un’infinità, quindici metri, poi la seconda linea di difesa lo raggiunge; il trequarti ala è in sostegno, chiama la palla, la riceve. Incrocia e trova una nuova autostrada da percorrere, palla in mano, libera fino alla linea di meta. Spinge sulle gambe, sembra quasi volare sull’erba bagnata. L’estremo avversario è battuto con una finta, può tuffarsi in area di meta e marcare cinque punti, poco decentrato rispetto ai pali.

L’allenamento finisce. Ancora un paio di giri di campo, per defaticare le gambe, tutti vicini, tutti uniti; non è per il freddo né tantomeno casuale tutto ciò: la squadra, quando è insieme, fa le cose in modo unitario, come un sol uomo. Non ci sono le prime donne, non ci sono i campioni assoluti in una squadra di rugby. Il pilone più potente diventa solo in una squadra che non lo sostiene, il mediano più sagace non saprà a chi passare la palla in una squadra che non segue il suo gioco, il centro più abile sarà solo un uomo in più da placcare in una squadra che non dà il sostegno. Il rugby è questo: onore e rispetto di se stessi, dei propri compagni e sopratutto degli avversari. Valori universali come la solidarietà e l’amicizia, in un campo di rugby vengono cementati nel gruppo, ascritti dal singolo rugbysta come inscindibili dalla propria persona. Unità di anime e corpi, amanti della stessa cosa: il rugby. Dopo tanti anni di gioco può capitare di trovarsi di fronte un amico, un ex compagno delle giovanili o della nazionale. Questo porterà il rugbysta a placcarlo ancora più duramente, a mettere nella partita ancor più energie del solito, per onorare l’amicizia personale che lo lega con l’avversario. L’unico sport in cui in campo ci sono le botte e fuori la birra che queste lenisce, sempre. L’unico sport con tre tempi: due di sudore, forza, fatica, sangue a volte, dolore e solidarietà, amore e rispetto; uno di risate, birra e abbracci tra giganti, felici di poter festeggiare con i propri avversari il proprio comune grande amore: il rugby.

Il rugby è continua celebrazione di se stesso, in allenamento, in partita e dopo, nelle uscite con i compagni di squadra, nelle amicizie che si creano sul campo e restano tutta una vita, fino a quando, da vecchi, ci si ritroverà a parlare di rugby muovendo le mani nodose come se lo si stesse ancora giocando. Il rugby è una fidanzata che non si lascerà mai, che resterà fedele tutta una vita. E’ uno sport capace di unire i popoli e i colori della pelle come nessun’altro, basti ricordare la Coppa del mondo del 1995 in Sudafrica che ha chiuso secoli di apartheid; è uno sport capace di unire persone di ogni ceto sociale e livello culturale, insieme, perché si ama la stessa donna, senza gelosia l’uno dell’altro, anzi, con un senso di orgoglio e di appartenenza tra i più forti. E’ uno sport che si fa amare anche nel dolore degli infortuni, che talvolta divengono le medaglie al valore dato sul campo da gioco.

Ho visto avvocati giocare accanto a giardinieri, quadri aziendali affrontare fisicamente e mentalmente lo scontro con studenti universitari, uomini di destra incitare compagni di squadra di sinistra, allenatori rozzi commuoversi di fronte alla vittoria dei propri ragazzi, ex galeotti dare sostegno a carabinieri a scapito della propria gloria personale. Il rugby è tutto questo, è unità, fratellanza ed impegno. Comunione d’intenti per onorare l’amore verso questo meraviglioso sport. Chi gioca una volta sola a rugby, rimane rugbysta tutta la vita, cristallizzando nel proprio cuore l’amore totalizzante per questo sport.

Il 6 Nazioni è il torneo di rugby per nazionali più antico del mondo, il più importante dell’emisfero settentrionale; l’Italia fa parte di questa elite dal 2000, quando ancora la coppia mediana era Troncon-Dominguez. Da allora è stato un crescendo di prestazioni e costanza, il divenire lentamente competitivi contro squadre del calibro di Inghilterra, Francia, Galles, Scozia, Irlanda. Oggi il rugby italiano ha raggiunto una maturità completa, i nostri giocatori sono rispettati e temuti da tutte le squadre del ranking mondiale: ricordiamo il pilone Castrogiovanni miglior giocatore del campionato inglese nel 2008, o il capitano Parisse miglior giocatore del sei nazioni dell’anno scorso. Negli occhi di tutti ci sono ancora le immagini degli ultimi 10 minuti contro gli alieni All Blacks nell’ultima partita giocata, quando il pacchetto di mischia italiano è stato sui cinque metri e ha portato i neozelandesi a fare ben 14 falli per evitare di subire la meta. A parere di chi scrive infatti la mischia più preparata e tecnicamente migliore al mondo, è formata dagli otto avanti azzurri.

Inoltre il nostro rugby è simbolo della vicinanza dei popoli: abbiamo giocatori nati in Argentina, altri con cognomi stranieri come McLean o Robertson, gli accenti che si possono ascoltare nei raduni azzurri sono tantissimi e diversi. Un piccolo mondo multietnico, dove nessuno rinuncia né alla nazionalità italiana né alle proprie origini straniere, che funziona con un’armonia incredibilmente musicale; uno spaccato d’Italia, in un paese che cammina sempre sul filo del razzismo: romani che giocano con veneti, argentini con inglesi, neozelandesi con italiani, tutti pronti a difendere i propri colori e la propria nazionalità, tutti abbracciati quando suonano le note dell’inno nazionale, cantato a squarciagola. Il rugby non ha colori, né di maglia né di pelle, ha solo la passione che trasmette a chi lo gioca, a chi lo guarda.

Evviva il Sei Nazioni. Evviva il rugby.

Figlia ti voglio dare in sposa ad un rugbysta” – canzone da spogliatoio

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