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L’apatica creatività delle Pubbliche Relazioni

di Lucio Guadagno - 12/02/2010
pubbliche-relazioni

Io non scriverò mai per le “grandi” testate nazionali: il Corriere, Repubblica, La Stampa, Il Resto del Carlino, Il Messaggero, Il Mattino, L’Unità, Il Manifesto e così via. Non è certamente una negazione, come dire, aprioristica ma una valutazione “fattuale” scaturita da una realistica presa di coscienza coerentemente costruita attraverso un’analisi, nei fatti, sincera.

Ma, senza alcun timore critico, posso affermare che non rappresenta una velleità prettamente legata ad un concetto di “gloria” o qualsivoglia tendenza “celebrativa”, semplicemente una convizione o certezza ontologica: in questa società, prima italiana poi capitalistica piccolo – borghese, il dissenso critico, inteso ovviamente in un’accezione contrariata, sarà sempre e comunque la voce stonata degli epigoni o epigono, dipenderà dai casi.

Per tal ragione ho la consapevolezza di poter, senza alcun timore (che si tramuta, si sa, in una paura reverenziale), esprimere tutte le bugie, sciocchezze, falsità, imprecisioni, volontà, teorie o ipotesi che la mia mente offuscata sia in grado di generare.

Non voglio alcun tipo di censura né limite alle mie argomentazioni, opinioni che, considerata la modalità comunicativa (intesa in senso mediatico), è molto difficile incontrare prendendo atto della nobile caratteristica “egalibertaria” di internet (o la rete come volgarmente si usa definirlo).

Posso dire ciò che voglio, ciò che più mi preme, ciò che più mi aggrada; me lo impone la Costituzione di questo travagliato (l’aggettivo non è casuale) paese che non ha mai conosciuto, in senso assolutistico, l’applicazione pratica del concetto di “autodeterminazione”. So benissimo, senza alcuna remora, che ciò non depone a mio favore; non voglio favori, soprattutto se rappresentano nei fatti concessioni borghesi.

Il mio odio per la borghesia (che poi non è un odio comunemente accetto dalla pubblica opinione ma un odio ontologico verso una prassi culturale) è fatalisticamente simile a quella spinta al vomito che emerge ogni qual volta ci si accinge ad ingerire una vivanda che, risaputa, suscita il conato da cui scaturisce il suddetto vomito. E attraverso tale definizione idiosincratica voglio legarmi a quanto detto da Giorgio Bocca, ospite del programma AnnoZero (circa una settimana fa), nei confronti dell’inutilità, da un punto di vista sia culturale sia prettamente politico, delle farse televisive indirizzate nei confronti di una comprensione politica che la stragrande maggioranza del pubblico televisivo è incapace di operare (perché non vuole soprattutto). Sono parecchi gli argomenti da analizzare, si corre il rischio di risultare prolissi, incomprensibili, poco chiari, caratteristica che emerge non tanto dalla spinosa peculiarità degli argomenti trattati quanto piuttosto dalla mancata o manchevole capacità critica del pubblico televisivo.

Onde evitare disastrosi fraintendimenti, che definire “culturali” sarebbe un abuso, è forse opportuno partire da un avvenimento quotidiano, oltremodo “vicino”, da un punto di vista storico, riguardante la visita di Berlusconi in Israele. Tralasciando volutamente l’aspetto “istrionico” (le barzellette), componente italica di cui non si può fare a meno, l’attenzione ricade sul contenuto delle affermazioni del “premier” espresse in quell’occasione.

Vorrei comunicare ai terroristi, con sentita ed opportuna distanza, che mi dissocio dalle affermazioni dell’imprenditore meneghino facendo sapere loro che una parte significativa di questo paese, purtroppo impaurita o preda di remoti o innati timori, considera le sue parole in un’ottica prettamente scatologica. Ma le sue affermazioni non rappresentano l’aspetto peggiore, sarebbero meritevoli di considerazione quantomeno mediatica se esprimessero una certa coerenza, linearità di contenuti. Non è possibile appoggiare la politica elitaria, capitalistica o terroristica del governo israeliano affermando subito dopo, dinanzi ai palestinesi, che le vittime degli attacchi aerei israeliani in fondo sono come le vittime della shoà o, quantomeno, meritano lo stesso rispetto (sempre che il rispetto per i morti inconsapevoli valga a qualcosa).

Ma in realtà tutto fa brodo o brodaglia. Michele Santoro invita in trasmissione l’avvocato Ghedini, il cui cliente è presidente del Coniglio (l’errore è voluto), per la banale e sfacciata ragione di semplice sussistenza mediatica a discapito di una reale e dovuta critica nei confronti di un personaggio che sta, quotidianamente, contribuendo allo sfacelo “democratico” del bel paese. Molto meglio fare una trasmissione in cui l’unico a parlare sia Giorgio Bocca, almeno avremmo tutti imparato un po’ di Storia.

Ma Santoro è ormai diventato un personaggio televisivo (come lui stesso ha affermato) il che sembra per certi versi giustificarlo.

Quanto affermato fin’ora rappresenta un concetto che potrebbe (può) inserirsi in un più ampio discorso in merito alle “pubbliche relazioni”? Non v’è alcun tipo di dubbio: si.

Tutti i contenuti che appaiono sui giornali, che cadono giù dai tubi catodici sono frutto di un lavoro svolto dagli uffici stampa. Come accade in una catena produttiva (il sistema di produzione industriale è anche sistema di organizzazione sociale del lavoro) gli addetti agli uffici stampa – sarebbe meglio definirli catene di assemblaggio o di produzione mediatica – forniscono ai giornalisti i contenuti che dovranno poi diffondere attraverso i loro mezzi di controllo della pubblica opinione. La vecchia e romantica figura del reporter che col suo taccuino e la sua penna gira soprattutto di notte per i sobborghi della città in cerca del tanto ambito scoop, è un retaggio onirico che appartiene al passato, forse riproducibile in qualche dimenticato paese della penisola ma comunque estinto.

Chi lavora nell’ambito delle “pubblic relations” (gli inglesismi hanno assunto la stupida finzione di riconoscimento elitario) conoscerà certamente il sito Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, una sorta di medium degli addetti ai lavori e di chi ambisce a farne parte. Ciò che colpisce è la linea “culturale” relativa alla deontologia di tale professione e soprattutto che si parli di etica. Da alcuni giorni sul sito c’è un articolo di Fabio Ventoruzzo – socio Ferpi e manager della Methodos Spa, società che si occupa di metodologie dei sistemi produttivi puntando l’accento sulla sicurezza e la riduzione di infortuni – dal titolo “Piove etica”. Il primo impatto suggerisce reazioni del tipo: “oh, menomale, era ora”, ma si sa, spesso l’apparenza, soprattutto se suffragata dai buoni propositi, finisce irrimediabilmente per favorire lo scontro frontale con il pizzo di una cantonata. Scorrendo lo sguardo tra le righe si legge: l’etica delle relazioni pubbliche di Patricia Parsons… Disarmante la lucidità della Parsons nel richiamare il legame tra moralità e livello di competenza… responsabilità etica di essere competenti… ecco svelato l’imbroglio. Sono due gli obiettivi: la protezione del pubblico e assicurare un futuro alle pubbliche relazioni. Quando un dottore espone la sua targa voi, come paziente, ne traete il messaggio “Sono un medico competente. Vi potete fidare di me”. Da un relatore pubblico[..] non ci si deve aspettare niente di meno. la domanda è come garantire che il livello di competenza professionale soddisfi le responsabilità verso la società quando non si è obbligati a raggiungere certi standard? Come dimostrare il rispetto professionale garantendo il mantenimento di un livello accettabile di competenza? Anche i medici arrestati per lo scandalo delle false operazione avvenuto nella clinica milanese “Santa Rita” erano tappezzati di targhe e titoli e difatti ci si poteva fidare (ciecamente), come poi s’è visto. Le risposte alle domande sono circa quattro: frequentare corsi di formazione, frequentare seminari, diventare voi stessi insegnanti, leggere, leggere, leggere molto utile a dare il calcio d’inizio (ma come parlano? ndr.) al pensiero creativo, valutare l’opportunità di ottenere credenziali ufficiali (per quest’ultima si concede al lettore ampia libertà di giudizio. ndr.). Tralasciando le riflessioni finali dell’autore, sono molto significative invece le conclusioni di Patricia Parsons: la storia delle relazioni pubbliche è costellata di professionisti che oggi consideriamo incompetenti. Consideriamolo solo un accenno al passato e non una previsione per il futuro”. Cosa significa? Che quei professionisti sono realmente incompetenti? E soprattutto a chi si riferisce? (c’è da precisare che nemmeno l’autore della recensione lo spiega in quanto “usa” il testo per meri motivi propagandistici seguendo lo slogan: “viva la formazione!”)

Sarebbe opportuno in proposito ripercorrere il “tratturo” nella Storia a ritroso per giungere agli inizi, agli albori della grande famiglia delle “Pubbliche Relazioni”. Tutto comincia intorno all’anno 1916 con l’elezione, alla carica di presidente degli Stati Uniti, di Woodrow Wilson col suo programma “Pace senza vittoria”. La Grande Guerra intanto aveva trasformato l’Europa in uno sconfinato mattatoio nel quale la popolazione americana non voleva assolutamente farsi trascinare. L’amministrazione Wilson però, dal canto suo, era fermamente intenzionata ad immergersi nell’immenso catino riempito di sangue, d’altronde i bagni di sangue ridestano le membra e soprattutto il portafoglio. Viene costituita, per l’occasione, la Commissione Creel che in poco più di sei mesi riuscì a trasformare una popolazione riluttante e pacifista in una schiera di guerrafondai rabbiosamente ostili ai tedeschi; il messaggio che passò allora era estremamente semplice (peculiarità essenziale alla comunicazione giornalistica e televisiva): gli americani devono entrare in guerra per salvare il mondo. Scrive in proposito Noam Chomsky: l’appoggio dei media e del mondo degli affari, che di fatto organizzò e portò avanti gran parte dell’operazione, fu determinante, e il risultato fu un grande successo. Fra quelli che parteciparono attivamente e con entusiasmo alla propaganda voluta da Wilson c’erano gli intellettuali progressisti, persone del circolo di John Dewey, i quali, come testimoniano i loro stessi scritti dell’epoca, erano molto orgogliosi di poter dimostrare che “i più intelligenti membri della comunità”, cioè loro stessi, erano capaci di indurre alla guerra una popolazione riluttante, terrorizzandola e suscitando un fanatismo oltranzista. Ovviamente circolarono storie disastrose e crudeli, come l’immagine dei bambini belgi senza braccia poiché strappate dai tedeschi e altri orrori simili, tutte diffuse in gran parte dal Governo britannico con lo scopo di indurre la maggioranza del mondo a considerare la guerra un atto dovuto, necessario: miravano a controllare il pensiero dei membri più intelligenti della comunità statunitense che avrebbe poi diffuso la propaganda da loro escogitata […]. La propaganda di Stato, quando è appoggiata dalle classi colte e non lascia spazio al dissenso, può avere un effetto dirompente.

Il capostipite del settore si chiama Edward Bernays, proveniente dalla Commissione Creel il quale ha interiorizzato la lezione a tal punto da teorizzare la sua teoria sulla pubblica opinione dal nome suggestivo (e oltremodo preoccupante) di “ingegneria del consenso” che descrive come l’essenza stessa della democrazia.

Chi lavora nell’ambito avrà certamente sentito parlare di opinion leaders, è proprio questo il concetto che sta alla base della definizione di “capi d’opinione”.

Riguardo alle classi può risultare molto esplicativo il contributo di Herbert Marcuse: […] lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi (borghesia e proletariato, ndr.) in modo tale che esse non appaiono più essere agenti di trasformazione storica. Nella società attuale (gli opinion leaders) non devono nemmeno più sforzarsi troppo di escogitare una strategia che risponda alle prerogative culturali della classe di riferimento o che si vuole “convincere” in quanto il carattere totalitario della società post industriale non determina soltanto le occupazioni, le abilità o i comportamenti socialmente richiesti ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali.   

Questo concetto spiega le cause secondo cui un imprenditore diviene “capo opinione” di un operaio o di un contadino (qualora ne siano rimasti). E non tanto per un’aspirazione legata alla rappresentanza del proprio ruolo sociale, quanto invece per aspettativa di vita che riguarda soltanto la sua sfera individuale: l’accesso libero ed incodizionato ai beni di consumo. E non c’entra in questo caso (come qualcuno potrebbe suggerire) il concetto di “target” ossia gruppo di riferimento, la definizione non è sufficiente ad esprimere il concetto di cultura poiché, anche se si considerano tutti i target presenti sul mercato mondiale essi si differenziano semplicemente per la pretesa o il bene “fruito” in quel preciso momento; tutti i target sono intercambiabili (quindi sottogruppi), dipende solo dall’aspirazione che desiderano assecondare. Un esempio semplice potrebbe prevedere come riferimento un centro commerciale. Il gruppo principale è rappresentato dalla folla che si accinge ad entrare nell’immenso stuolo di “botteghe”. Una volta entrati cominciano a suddividersi in sottogruppi a seconda dei bisogni: alimenti, vestiario, oggettistica – tecnologia. In merito è significativa un’affermazione di Marcuse: di fronte ai tratti totalitari di questa società, la nozione tradizionale della “neutralità” della tecnologia non può più essere sostenuta. La tecnologia come tale non può essere isolata dall’uso cui è adibita; la società tecnologica è un sistema di dominio che prende ad operare sin dal momento in cui le tecniche sono concepite ed elaborate”. La stessa grande distribuzione è, di per sé, un processo tecnologico. Fatto sta che tutte le semplificazioni o nomenclature tipicamente markettare (gruppo di riferimento, fetta di mercato, target) rappresentato le balle del XXIesimo secolo. Non c’è alcuna differenza tra le diverse fette di mercato, alcuna significativa differenza, tutti gli individui presi singolarmente hanno la stessa, medesima velleità consumistica e la diversità consiste solo nell’immediato bisogno.

L’industria delle pubbliche relazioni, in cui è incluso il marketing come prassi o tecnica di vendita (che di fatti è una procedura propagandistica), altro non fa che garantire visibilità, a prescindere dall’utilità effettiva, ora questo ora quel tipo di bisogno, propaga non soltanto una notizia ma tutte le particolarità (in cui s’intende anche la piccola parola, lemma, espressione) che la dovranno caratterizzare, insomma l’aspetto pubblico di qualsiasi potenziale evento mediatico è un affare delle pubbliche relazioni. I pubblici relatori non vi diranno mai che gli USA appoggiano la politica di Israele sia finanziariamente sia militarmente (aerei, radar, scudi spaziali etc, etc), i pubblici relatori non lasceranno mai che trapeli la notizia che L’Eni o l’Agip (è la stessa cosa) contribuiscono quotidianamente alla distruzione ambientale e sociale del Delta del Niger; le pubbliche relazioni non vi racconteranno mai in che modo i mercati africani o asiatici del cosiddeto terzo o quarto mondo vengono strozzati attraverso le importazioni forzate di beni di consumo, non vi spiegheranno mai la tecnica delinquenziale attraverso cui il sistema bancario produce il tasso di interesse fraudolento. Non vi parleranno mai di signoraggio bancario, dispotismo democratico, oligarchismo economico, saranno sempre e solo attente e audaci nel vendervi “soddisfacimenti” scontati e a basso prezzo. Il motivo non è tanto nascosto, basta dare un’occhiata alle visure pubblicate dalla Borsa Italiana. Nel gruppo RCS troviamo: Merloni, Assicurazioni Generali, Fiat, Mediobanca, Pirelli, Benetton. Qualche nome del consiglio di amministrazione: Diego Della Valle, Franzo Grande Stivens, John Elkan, Paolo Merloni. Proprietari tutti di aziende le quali attraverso i propri uffici stampa diramano notizie. Nelle rubriche delle agenzie di pubbliche relazioni operanti in Italia si possono trovare tutti i numeri telefonici e indirizzi e-mail dei giornalisti che lavorano per le grandi e “autorevoli” testate nazionali. Tutti in attesa del comunicato da pubblicare impacchettato dagli addetti stampa. La Merloni si trova a fronteggiare una crisi clamorosa, lo stesso Pirelli che se non fosse per il numero inestimabile di speculazioni finanziarie e immobiliari avrebbe già dichiarato bancarotta. Ve lo diranno mai questo i pubblici relatori? Dovete trovarvelo da soli e quando l’avrete trovato non potrete farci nulla, lo saprete voi e un numero sparuto di coglioni.

Si parla moltissimo di internet, della libera circolazione delle idee sulla rete, del popolo informato. La frase più ricorrente è: non è vero che le notizie non ci sono, basta andarsele a cercare. Il punto non è tanto sapere o meno quella data notizia quanto invece che valore o che ripercussione avrà la conoscenza di un dato avvenimento sulla percezione sociale della pubblica opinione?

Non serve tanto chiedersi cosa è successo ma perché è successo? È questa la critica intesa come sviluppo intellettuale, sicuramente non la nozionistica da quiz televisivo.

Il mondo non è un bel posto. Attualmente sul globo vi sono circa una sessantina di conflitti attivi, in maggioranza si distribuiscono nelle regioni africane e del sud dell’Asia; in tempo di pace le industrie belliche delle super potenze occidentali (USA e Russia) come gestiscono i loro affari? Basterebbe prestare attenzione alle armi con cui questi popoli si trucidano e la risposta non sarebbe per niente confortante.

Scrive Marcuse: organizzarsi per la pace è cosa diversa dall’organizzarsi per la guerra; le istituzioni che servirono alla lotta per l’esistenza non possono servire alla pacificazione della medesima. La vita come fine è qualitativamente diversa dalla vita come mezzo. Certamente, e in questo non v’è alcun tipo di dubbio e nessuna possibilità di confutazione, se la cultura media o di massa della popolazione mondiale ormai completamente soggetta alla dominazione tecnologico – capitalistica è così scadente o priva di qualsiasi tipo di dubbio teorico o strumento cognitivo in grado di corroborare o impostare una critica reale, veritiera, improntata sul principio di sincerità epistemologica, è dovuta all’industria dei pubblici relatori. Il loro assoggettamento, la loro mancanza di coraggio, di etica sociale, la loro scadente cultura, la loro tendenza piccolo borghese di disperazione arrivistica e di timore per l’ìnsuccesso, hanno contribuito ognuno, in egual misura, al consolidamento o sfacelo della cultura moderna, o meglio sono gli opinion leaders della suddetta cultura: proporrei di cucinarli tutti e mangiarli, il brodo (magari i più vecchi) o l’arrosto (i più giovani) di relatori pubblici è carico di mille e sfaccettati sapori (citando Swift e Pasolini).

Come scrisse Trotskij, vi sono faccende sulle quale non si può dimostrare alcun tipo di “conciliazione” né diplomatici arretramenti.

Strisciano e ingurgitano con l’apatica lentezza delle serpi; attendisti che continuamente, oltre a confondere, spacciano la furbizia per creatività (parola che, in tal contesto, non ha alcun significato).

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