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Libia: la crisi dei visti

di Federica Abozzi - 24/02/2010
gheddafi onu

La Svizzera rende nota una black list di personalità non gradite sul proprio
suolo (188 dirigenti libici) tra cui il leader Muammar Gheddafi e la sua
famiglia. La Libia risponde con la sospensione degli ingressi ai cittadini
appartenenti allo spazio Schengen(22 membri dell’UE e 3 associati).

Ed è subito contenzioso.

In realtà la tensione diplomatica fra Tripoli e Berna si consuma,
silenziosamente, da due anni.

La miccia si accende nell’estate del 2008 quando, il 15 luglio, Gheddafi
junior, Hannibal (figlio minore del colonnello), insieme alla moglie Aline
fu arrestato in un lussuoso albergo ginevrino con l’accusa di maltrattamenti
verso il personale domestico. La coppia fu liberata dopo due giorni di
detenzione dietro pagamento di cospicua cauzione. Gheddafi reagì verso il
governo elvetico con il blocco temporaneo delle forniture di petrolio,
quello dei collegamenti aerei e il ritiro di depositi libici dalle banche
svizzere(circa 5 miliardi di euro). A questo si aggiunse il fermo (dal 19
luglio 2008) di due cittadini svizzeri in Libia.

Inevitabile la necessità di un accordo sottoscritto, nell’agosto 2009 a
Tripoli, tra il presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz e il primo
ministro Al Baghdadi A. El-Mahmudi che ristabiliva le relazioni bilaterali
tra le parti.

La pace apparente è stata, però, intaccata, prima dalla richiesta d’asilo
politico alla Svizzera del figlio maggiore di Gheddafi, Saif al-Islam, che
voltava le spalle al padre per creare a Ginevra un centro di ricerca sulla
democrazia. Scelta annunciata in un´intervista rilasciata al quotidiano
saudita stampato a Londra Asharq al-Awsat in cui denunciava l´arresto di un
suo collaboratore, Juma Ataiga (“*Le prove contro di lui sono state
fabbricate per farlo tacere. Mi ritiro dalla vita politica*”).SWITZERLAND LIBYA MERZ

Si passò, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York (22
settembre 2009) di cui la Libia era presidente di turno, alla proposta
delirante di Gheddafi di cancellare e dividere la Confederazione elvetica
tra i confinanti (Italia, Francia e Germania). Una richiesta evidentemente
rigettata perché contraria alla Carta delle Nazioni Unite (“*Nessun membro
dell’ONU ha il diritto di minacciare l’esistenza o la sovranità di un altro
membro*”).

Ora, Berna chiede il rilascio dei due imprenditori condannati per evasione
fiscale e immigrazione illegale e ostaggi nell’ambasciata a Tripoli mentre
la Libia insiste sull’inchiesta sull’arresto del figlio.

Il reciproco astio rischia d’investire tutta l’Europa.

La Commissione europea rifiuta la decisione unilaterale e spropositata delle
autorità libiche d’interrompere la concessione di nuovi visti d’ingresso e
di quelli già rilasciati.

In seguito a un primo colloquio, alla Farnesina, tra il ministro degli
Esteri Frattini ed i colleghi di Malta, Tonio Borg, e Libia, Mousa Kousa,
è fallito l’incontro a Madrid tra quest’ultimo ed il collega svizzero Micheline
Calmy-Rey. Miguel Angel Moratinos, capo della diplomazia spagnola che ha
supervisionato l’appuntamento in qualità di presidente di turno dell’UE, si
unisce all’auspicato passo congiunto.

Il governo italiano è legato al regime di dubbio gusto del colonnello
libico. Scarsa l’opposizione dinanzi il “sequestro” dei due svizzeri e al
tragicomico discorso sullo smantellamento della Svizzera. Sull’esportazione
della democrazia e della difesa dei diritti umani dovrebbe calare maggiore
concretezza e coerenza. Eppure l’Italia è il primo partner commerciale della
la Libia (40% delle importazioni libiche) e investitore per lo sfruttamento
dei giacimenti petroliferi e mediante la collaborazione in materia
d’immigrazione irregolare.

Max Goldi, condannato a quattro mesi di prigione, sarà trasferito nella
prigione di Ayn Zara, alla periferia di Tripoli.

Rachid Hamdani, l’altro cittadino svizzero, ha lasciato l’ambasciata alla
volta dell’ufficio ‘immigrazione per volare in Tunisia grazie alla doppia
cittadinanza (svizzera e tunisina).

Aspetteremo l’epilogo.

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