Invictus di Clint Eastwood – Due recensioni opposte
di Riccardo Mazzucchelli e Mauro Mondello - 25/02/2010
Invictus – di Riccardo Mazzucchelli
Dopo ventisette anni passati in una cella di pochi metri quadrati, costretto ai lavori forzati e a dormire in terra, Nelson Mandela (Morgan Freeman) finalmente esce dalla terribile prigione di Robben Island, un luogo simbolo del regime di apartheid che ha oppresso il Sud Africa fino al 1990. Candidato alle elezioni, stravince grazie al voto certo dei quarantadue milioni di neri (su una popolazione di circa quarantatre milioni di persone) a cui finalmente è stato riconosciuto il diritto a votare per i propri rappresentanti. Mandela diviene presidente in un paese diviso in modo profondo dall’odio razziale, dalla sfiducia reciproca e sull’orlo del conflitto interno a causa del desiderio di rivalsa della popolazione nera. Egli, tuttavia, è deciso a non assecondare nessuna delle due parti, ma sceglie una politica della conciliazione, la più difficile da attuare in uno stato corroso dal razzismo più imperante. In modo sorprendentemente lungimirante scorge il modo per riunire il paese attraverso un mezzo apparentemente innocuo che invece si rivela potentissimo: il rugby, uno sport praticato da soli bianchi. Perciò Mandela incontra il capitano degli Springboks, François Pienaar (Matt Demon), e gli chiede sostanzialmente di vincere la coppa del mondo di rugby del 1995, che si svolgerà appunto in Sud Africa.
Il film, per la regia di Clint Eastwood, è nato dalla sceneggiatura di Anthony Peckham, ispirato dal libro “Playing the enemy” (in Italia “Ama il tuo nemico”) di John Carlin ed è di grande trasporto e assai coinvolgente. Infatti, con un taglio che conferma il buon lavoro del regista, le oltre due ore di film si dispiegano in una climax che raggiunge l’apice senza annoiare mai e tenendo lo spettatore sempre teso verso gli sviluppi della storia, come se il film stesso interpretasse la voglia che Mandela ha
impresso al paese e che si riassume nella citazione: “Il passato è passato. Guardiamo al futuro adesso.”. Viene quasi da chiedersi se ciò che è raccontato sia successo realmente e ritengo importante chiarire subito che è andata proprio così. Il come è importante scoprirlo andando a vedere il film, che se non parlasse di una storia vera, sarebbe poco più che una storiella da quattro soldi, retorica e scontata; invece è tutto vero ed è da questa realtà dei fatti che trae la sua forza e l’unicità del suo messaggio.
Ora, chi scrive gioca a rugby da molti anni e quindi un film che ha al centro della narrazione la forza e la capacità di unire di questo sport ha sicuramente un’attrattiva maggiore, ma un altro pregio di questo film è che anche chi è digiuno di rugby (e in Italia sono molti) è raggiunto dallo stesso messaggio di forza e di unione che ha permesso al Sud Africa di superare in soli cinque anni tutto l’odio e il rancore passato.
Mettendo la storia in prospettiva, John Carlin, autore del libro “Playing the Enemy” da cui è tratto il film, spiega: “Bisogna capire che la maglia verde degli Springboks ricordava l’apartheid ai Sudafricani neri, che odiavano quella maglia perché simboleggiava la tremenda segregazione cui erano stati sottoposti. Il genio di Mandela è stato riconoscere che quel simbolo di divisione e odio poteva essere trasformato in un potente strumento di unità nazionale”.
Dal punto di vista cinematografico, su un lato più tecnico, c’è da dire che non è un capolavoro, ma è privo di sbavature. Come in altri film, Eastwood ci fa vedere solo quello che vuole lui, l’essenziale, lo stretto necessario per andare avanti nel film, per far proseguire la storia e lo fa senza mezzi particolari e senza espedienti. Il valore aggiunto è ancora una volta dato dalla bravura a ottenere dagli attori delle straordinarie performance: Morgan Freeman, che ha lui stesso dichiarato di sentirsi molto a suo agio lavorando con Eastwood, è un Mandela assolutamente credibile e pare che abbia molto lavorato sull’accento da dare al suo inglese. Purtroppo, la visione del film era già nella versione doppiata e quindi non mi è stato possibile apprezzare questi piccoli sforzi del cast. Anche Matt Damon dichiara di aver lavorato molto sul suo accento e di aver speso molto tempo con Francçois Pienaar per dare il meglio di sé.
Per chi ha ben presente i giocatori della squadra di rugby sudafricana del 1995, i loro alter ego cinematografici potrebbero suscitare qualche ghigno, ma il lavoro fatto per dare realismo ai tanti match che si vedono nel film è da applaudire. Deve essere sottolineato l’aiuto di Chester Wiliams, il quale ha letteralmente allenato gli attori che non erano già giocatori a giocare a rugby, Matt Damon compreso, il quale ha messo su una corazza di muscoli per l’occasione.
“La preparazione è stata molto intensa”, afferma Damon. “Io ho lavorato molto con i pesi e ho messo su un sacco di muscoli. Mi sono preparato a scattare velocemente e ho boxato. Quando sono arrivato in Sud Africa, Chester ha detto ‘Sembri in forma, cosa hai fatto?’ e io ho risposto ‘Ho fatto pesi, boxe e scatti’. Mi ha guardato per un po’ e poi è scoppiato a ridere ‘Perché non hai semplicemente giocato a rugby?’”.
Insomma, un film che mi ha decisamente coinvolto, nonostante la visione sembrasse quella di Regina Coeli, anziché per la stampa. Infatti, all’ingresso è stato chiesto a tutti di depositare apparecchi elettronici in grado di registrare anche solo un suono; successivamente siamo stati tutti controllati ed eventualmente perquisiti da alcuni steward muniti di metal detector portatile; non contenti, in sala erano presenti rilevatori elettromagnetici in grado di controllare l’attività di apparecchiature elettroniche eventualmente sfuggite all’ingresso; per concludere, gli steward di prima hanno passeggiato lungo i lati della sala muniti di visori notturni per controllare costantemente gli spettatori.
Io capisco la necessità di preservare il copyright e il materiale del film e sarei stato anche disposto a tollerare questo fastidio (come ho fatto, a dire il vero), ma devo far presente che non ha senso. Infatti, la sera stessa dell’anteprima, ho trovato disponibile per il download lo stesso film che avevo appena visto. Forse i controlli dovrebbero essere fatti altrove e non su una platea accreditata e selezionata.
Invictus – di Mauro Mondello
La trama è certamente nota, e quel che già non si conosce lo ha ben spiegato Riccardo.
Il film, dunque.
Non se la prenda il buon Clint, che altre, tante volte, abbiamo apprezzato e lodato per la sua eleganza, per il suo stile, per la sua capacità di rendere affascinanti prodotti difficili, senza cadere nel becero hollywodianismo da bottega.

Non se la prendano nemmeno quei critici, quei giornalisti, quegli spettatori, che uscendo dalla sala a bocca aperta hanno pontificato le meraviglie dell’ultimo lavoro di Eastwood. Il fatto è che a noi Invictus non è piaciuto neanche un pò. Certo, qua e là emoziona. E’ vero, le immagini sportive sono eccezionali ed uniche nel loro realismo, nella loro forza visiva.
Ma il resto è brutto, bruttissimo. Anzi, è pure peggio.
Invictus pare un film girato da un vecchio rincoglionito, ansioso di commuoversi, di commuovere. Pare di vederlo, Eastwood, mentre in sala montaggio insiste per includere l’ennesimo rallenty di un bar pieno di gente felice. E magari il montatore gliel’ha pure detto “Clint ma sei sicuro?, Clint guarda che sta venendo fuori una porcata pazzesca, Clint che minchia stai facendo”, ma lui gl’avrà risposto che alle famiglie sarebbe piaciuto, sì, sarebbe piaciuto così.
Aveva ragione.
Invictus è scritto e diretto male, fotografato ancor più male e montato, se possibile, peggio.
La storia segue il canovaccio classico di una qualsiasi pellicola sportiva di basso livello passata sullo schermo negli ultimi anni, da “Il sapore della vittoria” a “L’altra sporca ultima meta”. Ovvio, qui c’è Mandela e tutta la ricostruzione di un paese che rinasce, ma il mezzo con cui viene portato avanti il racconto è di una banalità, di una scontatezza, dirompente.
Invictus raccoglie una sequela infinita di luoghi comuni, peraltro mai originali.
Dalla cameriera nera prima maltrattata e poi redenzionata alla storia della scorta presidenziale, bianchi e neri che prima si odiano e poi finiscono per conoscersi e piacersi un pò di più, sino all’incredibilmente orribile (eh sì, non ci si poteva davvero credere lì in sala) sequenza della mano nera di Chester Williams che alza la coppa appena conquistata sovrapponendosi alle altre mani, bianche, dei compagni. Nemmeno nella peggiore pubblicità dei Ringo s’era mai vista una cosa del genere.
E poi, ancora, il racconto non decolla mai, intervallato da personaggi, da narrazioni, spesso totalmente inutili e per questo molte volte nemmeno approfonditi.
Morgan Freeman, di cui s’è scritto un gran bene, fa un bel lavoro, è vero, ma fisicamente non è credibile, oltre a risultare, alla lunga, sonnolento.
Il cast nero è prigioniero di una sceneggiatura che, come già ripetutamente asserito, trova nell’aggettivo “banale” la sua stella polare.
In mezzo a tale disastro è possibile riscattare positivamente l’interpretazione di Matt Damon, che nonostante non compaia in nessuna delle scene di gioco girate sul campo ha fatto un lavoro fisico e linguistico davvero splendido.
Insomma, questo lavoro di Eastwood è un disastro, un disastro totale.
Invictus piacerà, è fuor di dubbio. Soprattutto piacerà a quei rugbysti che finalmente vedranno soddisfatti anni di frustrazione mediatica patita nel vedere sport molto meno cinematografici del rugby al centro di innumerevoli pellicole.
A noi però, che pure il rugby lo amiamo e lo giochiamo, invece no.
E pazienza se saremo gli unici.
Non siamo, come Invictus, Invincibili.