Precious – di Lee Daniels
di Valentina Fulginiti - 08/03/2010
Chi si aspetta il realismo un po’ slavato di certe rappresentazioni del degrado “born in the USA” può forse rimanere deluso da questo film immaginifico e potente, che racconta la storia di un successo, per quanto inaspettato. Tratto da Push, romanzo della poetessa e scrittrice afro-americana Sapphire, il film si stampa nel cuore per il suo coraggio e la sua intensità:non a caso, tra i riconoscimenti accumulati nel suo primo anno di vita, accanto a prestigiosi successi come il premio speciale della giuria al Sundance, si contano svariati Audience Award, come quello ottenuto al TIFF di Toronto e al Chicago International Film Festival. E sull’onda di questa forza la pellicola arriva a lambire gli Oscar, per cui ha ricevuto ben sei nomination (miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, e poi montaggio, regia, fotografia e sceneggiatura), arrivando a portare la moda non glamour dei neri d’America sulla passerella più ripresa del mondo – in piena era Obama, si può dire.
Aspettando l’uscita nelle sale italiane con la distribuzione di Fandango ci limitiamo a consigliarlo per le visioni future, senza dimenticare il romanzo da cui è tratto (disponibile anche in traduzione per i tipi di Rizzoli o nella prossima edizione di Fandango Libri, in libreria dal 22 aprile ).
Il film racconta la storia di Clarice “Precious” Jones (interpretata dalla straordinaria esordiente Gabourey Sidibe), sedicenne obesa e analfabeta nella Harlem degli anni Ottanta, tra crack e soul dance. E nell’estetica glamour delle meravigliose cantanti afro-americane Precious si rifugia, sognando non di diventare bianca o magra, ma di continuare a essere se stessa: fat, black, and beautiful. La strada, però, è ancora lunga. Ripetutamente violentata dal padre, Precious è alla sua seconda gravidanza, il che le procura l’espulsione dalla scuola (dove per lo più si limita a vegetare nell’ultimo banco, dove le viene facile mascherare il suo analfabetismo). Quando, su interessamento della sua ex direttrice, le viene offerta la possibilità di un programma scolastico alternativo, la ragazza sa cogliere l’occasione per rinascere, nonostante gli ostacoli che la vita continua a gettarle di fronte.
A dispetto di questa trama così rischiosa, il regista Lee Daniels ha saputo tenersi lontano tanto dall’estetica consolatoria dei problem movie, quanto dal pietismo di una fiaba a lieto fine. In fondo, se il finale sarà lieto o meno non lo sappiamo: dipenderà da Precious, in marcia verso il suo destino con i due figli ai quali si è finalmente riunita. La regia traspone efficacemente lo stile narrativo di Sapphire, che nelle pagine del suo romanzo presenta il mondo dall’ottica implacabilmente ingenua (ma niente affatto stupida) di Precious. Sarebbe stato facile per un altro regista giocare sull’esotismo, enfatizzando la lingua deprivata e marginale dei neri d’America; al contrario, Daniels evita qualsiasi tentazione di superiorità verso i suoi personaggi, riuscendo a interpretare visivamente la carica “figurativa” dello stile di Sapphire. Secondo una tendenza di molto cinema contemporaneo (la mente corre all’ultimo Ken Loach), i registri onirici e grotteschi offrono una chiave non per evadere dalla realtà, ma al contrario, per rappresentarne tutte le sfaccettature, con un’apertura all’utopia e all’alternativa. Attraverso le sue iperboli visive, “Precious” ci presenta infatti un’umanità variegata e complessa. Restano nel cuore le nuove compagne di scuola di Precious, umane e tenere pur nella loro vitalità esagitata e deprivata; mentre Paula Patton, nei panni dell’insegnante “di frontiera” Blue Rain riesce a trasmettere al tempo stesso dolcezza e decisione, spontaneità e un’indelebile aria middle class. Segnaliamo agli ammiratori i cammei di Mariah Carey, a suo agio nei panni dell’assistente sociale, e Lenny Kravitz, nella veste dell’infermiere belloccio e di buon cuore. Da standing ovation l’interpretazione della presentatrice tv Mo’Nique, nei panni della madre di Precious, che rende in maniera conturbante sia l’abilità manipolatoria del personaggio, sia la pericolosa alternanza di stati apatici e accessi violenti, tipica della depressione. Lontana da qualsiasi macchiettismo, l’interpretazione di Mo’Nique riesce a sollevare domande profonde sull’origine del male e dell’anaffettività, portando lo spettatore su un terreno che trascende la semplice descrizione del degrado. Nel fondo delle persone c’è un nocciolo duro, sembra dirci Daniels (e Sapphire con lui), la resistenza dell’anima. E se da un lato allo spettatore sembra non essere concesso il lusso di “giudicare”, come rivendica la madre di Precious, esiste tuttavia un limite di violenza, di degrado e di abuso per il quale non ci può essere alcuna possibile giustificazione. Ed è proprio per questo che Precious si distingue – pur reinterpretandola – dalla visione utopistica alla Frank Capra: tra le macerie dell’American Dream, non c’è solo spazio per il messaggio edificante, per la resurrezione, ma anche per gli occhi vuoti e inespressivi di Mo’Nique, che pongono una sfida a qualsiasi comprensione. Non tutto si può spiegare e risolvere: si può, però, andare avanti e ricostruire una propria identità, solida e non malata. In fondo, la storia di Precious è proprio questo: la conquista di una parola, per sfuggire al silenzio e alla passività.